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Addio, ACTA: pirati, diritti e democrazia

di Giovanni Gruni · 2 Comments · in Europa, Politica globale, Scienza e tecnologie · 6 luglio 2012

Martedì scorso il Parlamento Europeo si è rifiutato di ratificare l’Accordo Commerciale Anticontraffazione (ACTA) che era stato concluso dall’Unione Europea, gli Stati Uniti e altri stati. Il trattato obbliga i firmatari a implementare una serie di politiche di contrasto alla produzione e commercializzazione di beni contraffatti e prevede che gli stati membri definiscano procedure amministrative e penali per la violazione di marchi a diritti d’autore.

Accanto alle misure anticontraffazione c’è una Sezione denominata “Esecuzione dei diritti di proprietà intellettuale nell’ambiente digitale”, che va nella direzione di interrompere la distribuzione di materiale coperto da diritto d’autore su Internet. Questa parte del trattato, molto controversa, contiene articoli particolarmente invasivi della sfera privata del cittadino. Ad esempio, l’Articolo 27 suggerisce che i gestori di servizi internet degli stati aderenti identifichino l’utente che ha compiuto una violazione del diritto d’autore (ad esempio scaricando una canzone) e comunichino le sue generalità ai proprietari dei diritti d’autore (generalmente una società multinazionale). Il rifiuto da parte del Parlamento Europeo di ratificare ACTA è una decisione storica che apre prospettive inedite sul ruolo dei processi democratici nella regolamentazione del mercato internazionale.

La notizia arriva dopo una grande mobilitazione popolare, che è riuscita a puntare i riflettori su uno dei più oscuri trattati della storia recente. ACTA è una forma di regolazione di ispirazione globale, ma priva di alcuna legittimità, una scorciatoia giuridica tesa ad evitare una discussione di natura politica nei parlamenti nazionali sul bilanciamento fra il diritto di proprietà intellettuale e la tutela di altri interessi, quali il diritto alla cultura ed il diritto alla riservatezza del cittadino.

Assenza di trasparenza

 I negoziati di ACTA sono avvenuti a porte chiuse, senza il coinvolgimento dei parlamenti nazionali, una pratica discutibile perché il trattato contiene questioni economiche di rilevanza globale ed individua procedure che possono incidere sulla sfera privata. La prassi dei negoziati a porte chiuse non è più giustificabile a fronte della proliferazione di trattati commerciali che hanno la capacità di produrre effetti sulla vita del cittadino. Inoltre, nel caso di ACTA l’estromissione dei parlamenti è stata particolarmente evidente. Ad esempio, i negoziatori si sono a più riprese rifiutati di informare il Parlamento Europeo del contenuto del trattato, portando anche alle dimissioni di Kader Arif, il parlamentare europeo responsabile dei negoziati, il quale aveva denunciato la mancanza di trasparenza ed il rifiuto di prendere in considerazione le indicazioni del Parlamento.

 Negli Stati Uniti, Barack Obama vorrebbe adottare ACTA con un atto governativo esautorando di fatto sia il Senato che il Congresso e creando un pericoloso precedente. Questa posizione ha suscitato le perplessità, tra l’altro, dei due docenti di Harvard Lawrence Lessig e Jack Goldsmith, secondo cui un trattato che produce effetti sul diritto statunitense necessita dell’approvazione del parlamento: la cooperazione internazionale non può divenire una scorciatoia per evitare dibattiti parlamentari su materie controverse. Inoltre, ACTA crea un “comitato” per supervisionare l’applicazione del trattato e proporre emendamenti, un organismo con vaghi poteri burocratici teso alla promozione del rispetto della proprietà intellettuale al di fuori delle garanzie costituzionali nazionali.

Infine, desta molti dubbi la partecipazione ai negoziati, informalmente o attraverso comitati, di operatori economici detentori di diritti di proprietà intellettuale (ad esempio attraverso i Trade Advisory Committees). Le multinazionali farmaceutiche e le major del cinema e della musica sono state molto attive durante i negoziati e sono tuttora favorevoli alla ratifica del trattato. La partecipazione di portatori di interessi nei processi legislativi è un dato generalmente positivo se avviene all’interno di limiti costituzionali, ma è anomalo che prendano parte alla stesura di trattati internazionali contenenti norme che influiscono sulla sfera privata dei cittadini quando i parlamenti nazionali sono estromessi dal processo legislativo.

Proprietà intellettuale e diritti fondamentali

I problemi posti da ACTA non sono solo di carattere procedurale, ma riguardano anche il contenuto del trattato. La Commissione Europea, che ha partecipato ai negoziati, ha presentato il trattato come un atto necessario per preservare la competitività dell’Unione Europea sul mercato globale. Ha inoltre specificato che il trattato non viola alcun diritto fondamentale ed ha fatto riferimento alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE firmata a Nizza nel 2000. Di fronte alla mobilitazione popolare seguita alla firma del trattato ed ai malumori del Parlamento, la Commissione ha affermato che la Corte di Giustizia Europea avrebbe dovuto valutare la compatibilità fra ACTA ed il diritto UE. I documenti della Commissione fanno inoltre riferimento alla teorie economiche che supportano l’istituzione di ferree procedure per il rispetto della proprietà intellettuale. In particolare, viene spesso ripetuto che la stretta applicazione dei diritti di proprietà intellettuale è un potente incentivo economico ad investire su ricerca e sviluppo e che il rispetto dei diritto d’autore è necessario per proteggere gli artisti.

Che si condivida o meno la posizione della Commissione, si tratta di questioni politiche e non tecniche. Anche se ACTA fosse stato dichiarato compatibile con il diritto UE e con la Carta dei Diritti Fondamentali il Parlamento Europeo, i parlamenti nazionali preservano la prerogativa di manifestarsi contrari ad ACTA per ragioni politiche, anche perché il dibattito teorico sulla necessità di una stretta applicazione del diritto della proprietà intellettuale non ha una direzione determinata. La letteratura giuridica ed economica pullula di posizioni alternative che criticano la recente onda di legislazioni di tenore repressivo e negano che promuova la creatività e lo sviluppo economico: si vedano ad esempio le recenti pubblicazioni di Lawrence Lessig e Yochai Benkler di Harvard,  Ha-Joon Chang di Cambridge o il rapporto della London School of Economics del 2011. Quando la Commissione Europea propone normative come ACTA non è ben chiaro come intenda bilanciare il contenuto di tali strumenti con il diritto dei cittadini di prendere parte alla vita culturale. In questo senso, il riferimento della Commissione alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE è equivoco perché la Carta difficilmente avrebbe potuto fornire una base giuridica per contrapporsi ad ACTA, ma ciò non significa che il Parlamento Europeo non sia tenuto a prendere in considerazione il diritto all’accesso alla cultura o altri interessi quando approva un trattato.

Il nuovo ruolo del Parlamento Europeo

La mancata ratifica di ACTA è densa di significato per gli equilibri interni delle istituzioni europee. La politica commerciale dell’UE verso gli stati terzi è rimasta fermamente in mano alla Commissione, che si occupa per gran parte di definire gli obiettivi di politica estera e perseguire i negoziati. Il trattato di Lisbona nel 2009 ha aumentato i poteri di controllo del Parlamento, chiamandolo alla ratifica dei trattati che la Commissione negozia, ma la Commissione è stata reticente a prendere atto di questa novità democratica. Il coinvolgimento del Parlamento nello sviluppo della politica commerciale esterna è minimo e i negoziati commerciali continuano a porre gravi questioni di trasparenza e rispetto dei diritti individuali. Se l’integrazione economica richiede forme di regolazione internazionale che hanno conseguenze sulla vita e i diritti dei cittadini, è necessario che gli organi democratici siano coinvolti in negoziati che devono essere più trasparenti. Di fronte alla proliferazione di trattati commerciali, non è accettabile che la loro stesura ed adozione rimanga stretta prerogativa di una circoscritta elite tecnocratica. Nel caso di ACTA, era in gioco l’accesso alla cultura ed il diritto alla riservatezza, in altri casi i trattati possono avere conseguenze su altri diritti fondamentali come il diritto alla salute, i diritti dei lavoratori o il diritto all’alimentazione. Rifiutando la ratifica di ACTA, il Parlamento Europeo ha dato un segno inequivocabile che su questi temi vuole essere preso in considerazione inviando così un avvertimento alla Commissione ed alle altre istituzioni europee.

Se il Parlamento Europeo iniziasse a valutare sistematicamente le conseguenze dei trattati commerciali internazionali sui diritti fondamentali, potrebbe aprirsi una via per dare alla globalizzazione un volto nuovo. La Commissione Europea ha sviluppato negli scorsi anni una vasta politica commerciale che dovrebbe portare gli stati europei a concludere trattati di libero scambio con numerosi stati terzi. Molti di questi trattati includono norme che pongono profondi interrogativi sul modello di globalizzazione che vogliamo attuare nel prossimo futuro e sul rapporto tra libero mercato e diritti umani fondamentali. Se il Parlamento Europeo vuole veramente dire la sua su questi temi, lo scenario di ACTA potrebbe ripetersi.

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Giovanni Gruni

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