Sulle T-shirt che i turisti portano a casa da Ushuaia campeggia a chiare lettere la scritta Fin del mundo. Il capoluogo della Tierra del Fuego si è infatti autoproclamato da decenni la città più a Sud del pianeta. Quello che dice di sé Ushuaia può in un certo senso essere esteso all’intera Argentina, un Paese senza dubbio geograficamente lontano dal resto del mondo: per arrivare a Buenos Aires ci vogliono 13 ore di volo da Roma, 12 da Madrid, 11 da New York. La “capital federal” dell’Argentina è 3 ore di volo più lontana dal “mondo che conta” rispetto alle grandi città brasiliane come Rio de Janeiro e Sao Paulo. Le immense dimensioni del territorio della nazione comportano distanze enormi che rendono le 23 province Argentine, costituite sul modello degli Stati americani, ancora più lontane dal mondo esterno.
L’eco di Cerro Dragon
Questa lontananza non è un fatto esclusivamente geografico, ma si manifesta anche in termini economici, culturali, e ovviamente mediatici. Sulla stampa europea non è arrivato neppure l’eco lontano dell’assalto del giacimento petrolifero più grande del Paese, quello di Cerro Dragon, il 24 giugno scorso. Perfino l’annuncio da parte del governo argentino di voler rinazionalizzare YPF, la compagnia petrolifera nazionale venduta nel 1999 alla spagnola Repsol, non ha goduto di grande rilievo, se si eccettua la Spagna dove i danni economici causati dall’esproprio hanno suscitato una forte contestazione.
A questa scarsa trasmissione delle notizie dall’Argentina verso l’esterno corrisponde una forma di isolamento contraria, ma non uguale, in direzione opposta. Difatti le notizie arrivano eccome in Argentina dal resto del mondo, ma attraverso il filtro di uno sguardo tutto particolare. Il “mondo secondo gli Argentini” è un’inedita mappa in cui, oltre ad avere sopra l’emisfero australe scambiato per quello boreale, essi si sentono molto più vicini al centro dell’attenzione di quanto in realtà siano. Questo misunderstanding assume connotati anche culturali, economici, politici. Seguendo con passione i campionati di calcio spagnolo, italiano e inglese, e sono convinti che in Spagna, Italia e Inghilterra tutti guardino le partite del Boca e del River. Allo stesso modo attribuiscono al Teatro Colon la stessa risonanza internazionale del Teatro alla Scala di Milano o della Metropolitan Opera di New York.
Sebbene l’Argentina abbia sempre cercato di guardare oltre il continente sudamericano, prendendo gli Stati Uniti come modello pratico di sviluppo e l’Europa come invidiato punto d’arrivo ideale, lo ha fatto assumendo un punto di vista falsato e idealizzato. Questa incapacità di vedere le cose sotto una prospettiva realistica persiste ancora oggi, ed è la stessa che ha portato la giunta militare al governo nel 1982 ad attaccare le Isole Falkland (che gli Argentini continuano a reclamare e a chiamare Malvinas), credendo che un trattato di assistenza reciproca appena stretto con gli USA valesse di più del secolare rapporto di amicizia di questi con il Regno Unito e ritenendo davvero che gli avrebbe garantito la loro protezione, oltre a sottovalutare enormemente le capacità belliche della marina britannica. Una delle cause di quel folle intervento fu proprio il petrolio, che si presume abbondi nei fondali vicini alle isole. Risorsa importante per il Paese, alla base della sua economia insieme alle produzioni di frumento e soia e all’industria metalmeccanica, l’oro nero corrisponde a circa il 5% delle esportazioni.
E’ lo stesso petrolio ad aver motivato l’esproprio di YPF e l’assalto a Cerro Dragon, che forse può essere un utile punto di partenza per capire cosa sta accadendo in Argentina. Il conflitto di Cerro Dragon non e’ un evento marginale: è iniziato con l’occupazione violenta ed armata del giacimento (che produce circa il 15% del petrolio argentino) da parte di un gruppo di lavoratori dissidenti chiamato Dragones. Questi lavoratori sono addetti alla realizzazione di strade e opere all’interno del giacimento, e il gruppo ha la pretesa di ottenere gli stessi livelli salariali dei lavoratori del settore petrolifero, i quali guadagnano molto al di sopra delle altre categorie. Circa 500 uomini, dopo essersi appropriati delle armi di 80 agenti della sicurezza e averli obbligati ad andarsene nudi, hanno inondato i locali di un centro di controllo mandando fuori uso i sistemi, rotto o rubato computer e attrezzature, disperso archivi, distrutto oltre 40 jeep passandoci sopra con scavatrici. Proteste serie e violente, insomma. La gendarmeria nazionale ha dovuto inviare 800 agenti e dopo tre giorni è riuscita a liberare il centro, ma i Dragones si sono appostati in un nodo stradale strategico, bloccando ogni possibilità di accesso al giacimento dei lavoratori, per cui l’attività è ancora interrotta. Un giudice ha poi ordinato di rimuovere il blocco stradale (che è un reato) ma la polizia non è ancora intervenuta e il Governatore della provincia di Chubut (in cui il tutto accade) vuole risolvere il tutto con una trattativa e senza usare la forza, mentre l’azienda titolare del giacimento non vuole trattare con una controparte che considera violenta e criminale. Una situazione di estrema tensione e di difficile soluzione.
La Presidenta e l’insicurezza
Questo evento assume una importanza maggiore se si comprende che non è un caso isolato. Altri fatti di violenza di pochi giorni fa testimoniano una diminuzione della sicurezza, soprattutto nell’urbanizzazione di Buenos Aires: ha fatto scalpore sui giornali locali l’aggressione, nella provincia della capitale, di una coppia che rientrava in casa durante la quale la donna incinta ha perso il bambino, mentre l’uccisione di due commercianti nel loro negozio ha suscitato la protesta di 3000 persone di fronte alla vicina caserma della polizia, accusata di non essere capace di garantire la sicurezza dei cittadini neppure contro la microcriminalità. La stessa occupazione di Cerro Dragon è sintomo, oltre che della crescente divisione sociale, di una manifesta debolezza delle forze dell’ordine di fronte a cui I criminali si sentono più forti.
A questo si somma il difficile contesto economico. Pochi mesi fa l’Economist si è aggiunto alla lista di chi accusa l’Argentina di pubblicare statistiche non veritiere che dichiarano un tasso di inflazione attorno al 10% annuo, mentre questa secondo diverse fonti si attesterebbe oltre il 25%. Proprio l’inflazione alle stelle è all’origine delle richieste salariali dei Dragones e, più in generale, di tutti i lavoratori, che tuttavia le imprese non sono in grado di concedere a causa della crisi di mercato. La crisi globale causa quindi una riduzione forte sia dei consumi che della produzione, e la conseguente difficoltà finanziaria del governo che ha meno entrate e non ha risorse per continuare a sostenere l’economia e il sociale come ha fatto negli ultimi 9 anni di politica populista e statalista. Un pericoloso circolo vizioso che necessiterebbe di una politica nuova, che tuttavia il governo non mostra di voler adottare.
Sono quindi ancora le fette di salame sugli occhi a condannare gli Argentini. Questa volta si tratta degli occhi di Cristina Kirchner, che li tutti chiamano la Presidenta o semplicemente Cristina. La sua permanenza alla massima carica pubblica, cui venne instradata dal marito e precedente Presidente Nestor Kirchner, ha i connotati del disastro tragicomico. Lui aveva conquistato il potere facendo leva sulle fasce più povere della popolazione, la grande maggioranza. Contestato fortemente dalle opposizioni per motivi giudiziari, ha tentato un “balletto russo” analogo a quello di Putin e Medvedev candidando la moglie alla presidenza e sperando di tornarci al mandato seguente. Mai si sarebbe immaginato, però, di morire prima di poterlo fare, lasciando nelle mani della sua meno acuta consorte il destino del Paese. Una trama degna delle migliori commedie di Goldoni, ma con uno sfondo amaro per chi vi è coinvolto.
Sulla Nacion, il quotidiano più diffuso insieme al Clarin ma con pubblico di estrazione più elevata, Luis Majul si chiede in che paese viva la Presidenta. Cristina, circondata dalla corte della Casa Rosada impegnata a adularla piuttosto che a farle vedere i problemi, sembra non aver alcun contatto con la realtà esterna. Cieca e assordata dalle grida di migliaia di “tifosi politici” che, radunati negli stadi, la fanno sentire meglio di Evita, non si degna neppure di fare un giro al Café Tortoni come faceva il suo defunto marito da Presidente per non perdere il contatto con la gente. Certo anche chi la acclama ha le sue colpe, ma la società argentina non è quella europea e la maggior parte non ha lo spessore culturale per comprenderne gli errori. Come diceva Adolfo Perez Esquivel “il voto è libero ma che democrazia è questa fra tanta miseria?” Cristina Kirchner e la sua classe dirigente hanno senz’altro qualche colpa in più se la nave chiamata Argentina naviga nel mare del XXI secolo con una nocchiera e dei marinai ciechi. Forse non servirebbe neppure una tempesta ad affondarla, mentre deve affrontare la crisi.





































Andrea Brugora