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Egitto: tutto cambia affinché nulla cambi?

di Stefano Torelli · 1 Comment · in Med-Arab, Politica globale · 4 luglio 2012

L’Egitto ha il suo quinto Presidente dell’era repubblicana. Per la prima volta si tratta di un civile, un uomo politico senza le stellette dell’Esercito. E, per la prima volta nella storia dei Paesi arabi, si tratta di un appartenente alla Fratellanza Musulmana, quella Fratellanza per decenni repressa e perseguitata dai regimi succedutisi al Cairo.

Cronaca di un colpo di stato annunciato

Dire che tutto era già scritto dal giorno dopo la caduta di Mubarak sarebbe troppo. Però in effetti qualcosa cominciava ad intuirsi. L’Egitto che ci è stato consegnato dalle elezioni presidenziali dello scorso giugno ha delle caratteristiche che, sebbene con qualche grande cambiamento formale, erano intuibili nei giorni successivi alla caduta di Mubarak. Ma andiamo con ordine. Cosa è successo davvero a Piazza Tahrir? Se non fosse stato già chiaro dal primo momento, il senno di poi ci avrebbe detto che una folla di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi egiziani è stata strumentalizzata da una élite di militari, con lo scopo di accelerare una transizione che sarebbe potuta divenire pericolosa e prenderne il controllo. Il Paese, infatti, era quasi giunto a un punto di svolta, in quanto l’ottuagenario Hosni Mubarak, con molte probabilità, non si sarebbe ricandidato alle elezioni presidenziali previste per il 2011 e, allo stesso tempo, quelle elezioni avrebbero dovuto rappresentare il momento di messa in atto della riforma costituzionale che avrebbe allargato la consultazione alla partecipazione di altri candidati papabili. In poche parole, con le dovute specifiche di un Paese ancora in buona parte autoritario, si sarebbe trattato delle prime elezioni “democratiche” – nel senso che vi sarebbero stati più candidati – della storia d’Egitto. E, forse, le prime senza Mubarak.

Ora, quali erano gli scenari che gli egiziani avevano di fronte a sé? Prima di tutto c’è da ricordare come il Paese attraversasse da anni un momento di tensione politica, dovuta proprio al profilarsi di una possibile uscita di scena di Mubarak da un lato e, dall’altro, alle reazioni della classe militare di fronte allo scenario che appariva come il più probabile, ovvero una “successione guidata” del figlio di Mubarak, Gamal. Quest’ultimo, nonostante fosse legato a doppio filo con l’entourage pre-esistente – se non altro per affiliazioni di sangue – rappresentava però una sorta di sfida all’influenza che i militari storicamente hanno avuto sulla vita politica egiziana. Giovane, non militare ma businessman, di formazione occidentale, incarnava la nuova classe di uomini di affari egiziani che voleva portare il Paese a compiere un passo avanti verso le riforme liberalizzatrici, almeno in campo economico. E, guarda caso, se ai militari era rimasta qualche leva del potere, era proprio grazie ai loro interessi economici e finanziari. Mettere a repentaglio quelli, avrebbe voluto dire mettere a repentaglio la stessa posizione dell’Esercito nella vita pubblica del Paese. In questo clima, i militari hanno sfruttato appieno l’opportunità rappresentata dai moti popolari di Piazza Tahrir, ergendosi a difensori del popolo egiziano e schierandosi di fatto dalla sua parte, costringendo Mubarak alle dimissioni e prendendo provvisoriamente in mano il potere, tramite l’istituzione di una preposta giunta militare (il cosiddetto SCAF, Consiglio Supremo della Forze Armate). Tecnicamente, cosa è questo, se non un colpo di Stato?

Da Piazza Tahrir all’Islam politico

Poi è stato il momento della seconda fase, quella dell’eradicazione di tutte le sacche di genuino riformismo, rappresentate dalle associazioni e dai movimenti di Piazza Tahrir. I giovani in piazza, infatti, erano utili ad alzare il polverone dell’instabilità e dell’insicurezza interna, ma pericolosi per il futuro, nell’ottica dei militari, i quali non avevano certo intenzione di consegnare il Paese a loro, pena la perdita del potere. A questo punto è subentrato l’altro elemento dell’Egitto, che fino alla caduta di Mubarak era rimasto in disparte, a guardare il corso degli eventi: l’Islam politico. La Fratellanza Musulmana – e non solo, visto il risultato elettorale conseguito dal blocco salafita – rappresenta la parte di società egiziana per alcuni versi conservatrice e legata ai valori tradizionali. In poche parole, si può a ragione dire che rappresenta la maggioranza degli egiziani a livello sociale. Anche i partiti islamici non avevano – e non hanno – grandi simpatie per i movimenti i Piazza Tahrir, ritenuti troppo riformisti e pericolosi per le loro istanze conservatrici. Sulla base di tali ragionamenti, dunque, è inizialmente nato una sorta di fronte conservatore, costituito dall’asse militari-islamisti, con lo scopo di estromettere dalla vita politica egiziana la parte progressista che aveva dato vita alle manifestazioni che avrebbero portato alla caduta di Mubarak. Tale alleanza di comodo si è concretizzata nel referendum istituzionale del marzo 2011 e, successivamente, le elezioni parlamentari di fine 2011 non hanno fatto altro che sancire la vittoria del fronte conservatore su quello riformista, con una maggioranza schiacciante da parte dei partiti dell’Islam politico – sia “tradizionale”, che salafita.

Passata questa fase, non senza ostacoli, visti gli scontri di piazza e le decine di morti che vi sono stati durante questi mesi, era chiaro che la questione sarebbe diventata una sola: i militari lasceranno il potere a chi risulterà vincitore delle consultazioni elettorali? In altre parole, si stava avvicinando la resa dei conti interna al fronte conservatore, quella tra islamisti e militari, che notoriamente non hanno mai avuto ottimi rapporti, a parte alleanze temporanee mirate a far fuori le forze progressiste e di sinistra, come del resto accaduto anche dopo la caduta di Mubarak. La resa dei conti è stata ottimamente rappresentata dal ballottaggio per le elezioni presidenziali: da un lato l’uomo della Fratellanza Musulmana, Mohamed Mursi, e dall’altro il “vecchio che avanza”, Ahmed Shafiq, per dieci anni Primo Ministro di Mubarak e, prima ancora, capo delle Forze Armate egiziane. E’ stato chiaro fin da subito, però – e qui si torna alla prima domanda di questo capoverso – che i militari avevano in mano la situazione, in quanto ancora detentori del potere reale. Le mosse sono state due: dichiarare incostituzionale l’elezione di parte del Parlamento eletto tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 (e largamente dominato dalle forze islamiche) e rimandare a dopo le elezioni presidenziali la scrittura della nuova Costituzione. Con la prima mossa, i militari hanno lanciato un segnale all’Islam politico, di fatto minacciandolo di estrometterlo dal potere (un nuovo colpo di Stato soft?), con la seconda si riservavano il diritto di stabilire solo in un secondo momento quali saranno i poteri di cui godrà il Presidente del nuovo Egitto. Come dire: prima capiamo chi vince e poi stabiliamo le regole del gioco.

Un capolavoro militare?

Il resto è cronaca: Mursi ha vinto, con un milione di preferenze di differenza, le elezioni egiziane e l’Esercito non ha potuto fare a meno di proclamarlo vincitore, altrimenti sarebbe scoppiata una guerra civile seduta stante. Ma adesso sarà l’Esercito stesso, tramite l’influenza che potrà avere nell’Assemblea Costituente, a decidere quali saranno i poteri del nuovo Presidente. Si profila, dunque, un Egitto con un Fratello Musulmano alla guida dello Stato e i militari a legiferare? E’ possibile. In questo modo, i militari avrebbero compiuto il loro capolavoro, in più tappe:

-       estromettere Mubarak per evitare successioni non gradite;

-       conquistare in questo modo la fiducia del popolo egiziano;

-       evitare imprudenti scontri con i partiti islamici – vera  maggioranza del Paese in termini numerici – tramite un’alleanza anti-progressista;

-       estromettere dal panorama politico i rappresentanti del riformismo, pericolosi per la permanenza al potere dell’Esercito;

-       permettere alla Fratellanza Musulmana di raggiungere un risultato storico, il primo Presidente islamico nella storia d’Egitto, evitando allo stesso tempo uno scontro frontale con gli islamisti;

-       limitare i poteri della figura presidenziale, in modo tale da rimanere i veri decisori politici.

Alla fine di tutta questa storia, se davvero le cose dovessero andare così, varrebbe la massima gattopardesca del “cambiare tutto perché nulla cambi”. Resta da vedere quanto l’Islam politico si accontenterà, come primo passo, di aver ottenuto un risultato sicuramente storico, ma che rischia di rimanere simbolico, o piuttosto decida di ingaggiare un lungo braccio di ferro con l’Esercito. Se così fosse, potrebbero tornare in campo anche le forze riformiste, dando vita a nuove alleanze in chiave anti-militare. In fondo, si tratta pur sempre di politica.

Tagged with: Egitto • elezioni • esercito • fratelli musulmani • tahrir 
Stefano Torelli
Autore

Stefano Torelli

Nato a L'Aquila nel 1981, Ph.D candidate, ha lavorato presso l'ISPI e cura una rubrica sul Medio Oriente per Il Corriere della Sera - Sette. Per LSDP si occupa di geopolitica, in particolare di Turchia e paesi del mondo arabo.

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    l’ Egitto e’ da sempre  nella storia  di Egitto per rito che da la colpa al Governatore avvelenandolo. Io penso che e’ una gravissima disgrazia se dopo la tortura fatta a Mubarak, l’Egitto dovesse cambiare,rifiutando se stesso e le proprie comunita’ che sono storiche. La Libia e l’Egitto oggi sono Statunitensi,una grave offesa contro agli Arabi veri.

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