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Il favoloso mondo degli stipendi australiani

di Lo Spazio della Politica · 1 Comment · in Rassegna Stampa · 11 luglio 2012

Poco tempo fa abbiamo presentato e commentato lo studio del PewResearchCenter “The Rise of Asian Americans”, che testimoniava il ruolo sempre più forte delle comunità asiatiche negli Stati Uniti. Altri dati significativi giungono ora dall’Australia, a partire dall’ultimo censimento.

Nella crisi, l’Australia sta emergendo come un vincitore relativo, anzitutto per le ragioni riassunte dall’ex primo ministro Kevin Rudd in un discorso, tenuto da ministro degli esteri, presso la Brookings Institution:

L’Australia è una nazione le cui origini stanno in gran parte nell’Occidente, ma le cui vicende geopolitiche e geoeconomiche sono decise in gran parte dalla nostra posizione in Oriente.

Per descrivere questa situazione è stata ripresa la celebre formula dell’intellettuale Donald Horne dell’Australia come “nazione fortunata” (di cui qui si può leggere la lettura del governo), da interpretare adesso a partire dalla ricchezza di risorse naturali e dal risveglio dell’economia asiatica, in cui l’Australia gioca un ruolo fondamentale.

“Working holiday visa” è la parola magica con cui molti giovani europei sperimentano stipendi australiani. Mentre le previsioni per il resto del mondo e per i risultati delle politiche di austerità debbono essere spesso corrette al ribasso, molte previsioni sull’economia australia vanno invece corrette al rialzo. E’ ciò che è avvenuto con il deficit commerciale di maggio, che si è fermato a 285 milioni di dollari australiani (che equivale a 292 milioni di dollari USA), di fronte a previsioni di 500 milioni di dollari australiani. Consideriamo i rapporti Australia/Cina: negli ultimi 12 mesi, le esportazioni verso la Cina (che dal 2009 ha sorpassato il Giappone come primo mercato) sono salite del 19%, fino a 69.6 miliardi di dollari australiani, garantendo all’Australia un surplus commerciale che sfiora i 30 miliardi di dollari australiani. I risultati delle esportazioni australiane, quindi, sono stati per ora immuni anche al rallentamento della crescita cinese, con una collaborazione che può estendersi ulteriormente anche su questioni valutarie. Tuttavia, anche se i titoli sovrani australiani sono considerati un investimento relativamente sicuro in un periodo di massima incertezza, i profeti di sventura non mancano nemmeno per la “terra di Oz”, come mostra l’ultima minacciosa profezia di Andy Xie, indirizzata proprio alla dipendenza dell’industria mineraria rispetto alla domanda cinese.

L’Australia non si limita ad esportare in Cina, ma parla sempre più cinese, anche nelle sue classi dirigenti, come mostrato anni fa dallo stesso Kevin Rudd:

Il numero di australiani che parlano mandarino è cresciuto del 52,5% in cinque anni, da 220,604 nel 2006 a 336,410 nel 2011, diventando così la seconda lingua parlata in Australia, sorpassando l’italiano. Allo stesso tempo, anche la comunità indiana ha avuto una crescita considerevole. Il numero degli australiani nati in India è più che raddoppiato dal 2006, e a questo cambiamento corrisponde una crescita considerevole del punjabi e dell’induismo.

 

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