Premessa su allenatori & Made in Italy
Le due competizioni calcistiche più seguite al mondo sono state vinte nel 2012 da squadre allenate da allenatori italiani. La Pietroburgo che da due anni a questa parte si è scoperta capitale calcistica della Russia vede un allenatore italiano al centro di tutto. L’Irlanda che riesce ad accedere alle fasi finali di Euro 2012 è allenata dal decano degli allenatori italiani. La Polonia del volley che promette di ben figurare alle Olimpiadi di Londra è allenata da un allenatore italiano. La Cina dei grandi ricchi che investono nel calcio di casa propria si affida ad un allenatore italiano, e anche i ricchi del Golfo Persico fanno altrettanto per il loro sbarco nel calcio europeo. L’export degli allenatori “Made in Italy” continua poi anche in campo cestistico, vedi caso russo e caso turco. Nei nuovi scenari della competizione internazionale noi sappiamo fare e vendere automobili molto meno bene di un tempo, ma rispetto a prima sappiamo formare degli allenatori di successo globale (e anche degli staff tecnici di successo, vice-allenatori, preparatori atletici, nutrizionisti, cuochi, fisioterapisti). Tutto questo non ci salva dalle conseguenze della crisi, ma ci regala una discreta quota di soft power e di orgoglio nazionale.
Tutticittì e oltre
Avevo già scritto in tempi non sospetti un’analisi sull’Italia come nazione degli allenatori. Nei mesi scorsi ho avuto la grande fortuna di occuparmi in prima linea del progetto di Vedrò dedicato alla cultura sportiva – “Tutticittì” – e di poter in ordine:
1) stringere un rapporto di amicizia e collaborazione con Mauro Berruto, il ct dell’Italvolley (e molto altro);
2) conoscere Cesare Prandelli e Simone Pianigiani, scambiare con loro opinioni e intervistarli (qui e qui);
3) osservare dal vivo un allenamento della Montepaschi Siena ed uno della Nazionale di calcio.
Grazie a queste esperienze ho rafforzato la convinzione che allenare sia il mestiere più bello del mondo, e che osservare gli allenamenti delle squadre allenate da grandi allenatori sia il secondo mestiere più bello del mondo, anche se molto meno remunerativo del primo (nel mio caso oltretutto remunerativo solo sul piano delle emozioni). Oggi torno dunque sul tema allenatori con una nuova analisi, nata appunto dalle osservazioni sul campo condotte in questi mesi.
Gli allenatori come figure intellettuali
Wayne Rooney ha recentemente dichiarato che nel suo caso al termine di una partita è maggiore la stanchezza mentale di quella fisica. Solo chi poco o per nulla conosce lo sport può sorprendersi di questa affermazione. Oltre alle capacità atletiche e tecniche, ai giocatori sono richieste capacità cognitive per interpretare le situazioni di gioco in misura tanto maggiore quanto più sale il livello delle competizioni, ed è questa disponibilità intellettiva che ai suoi più alti livelli crea un’Iniesta o un Pirlo. Tuttavia al di fuori del contesto sportivo in pochissimi darebbero ad esempio l’etichetta di intellettuale a un calciatore. In Italia c’è un pregiudizio piuttosto consolidato, riassunto dalle equazioni in successione calciatore = Antonio Cassano o Francesco Totti = analfabetismo = ignoranza e scarsa dimestichezza con la lingua italiana = fastidio per l’ignoranza associata agli stipendi milionari. Per gli allenatori è diverso, nessuno si azzarderebbe mai a fare questi passaggi mentali. Non è un caso. C’è una differenza oserei dire “spirituale” tra i due ruoli. Gli allenatori dei grandi club professionistici o delle squadre nazionali rappresentano una forma privilegiata di intellettualità contemporanea. Chi osserva da vicino il loro lavoro sa come questo sia vero. Ecco un elenco di motivi a suffragio della mia tesi.
1) Conoscenza degli aspetti tecnico-tattici, il fulcro di tutto. Un allenatore deve avere un’idea di gioco e la capacità di trasmetterla ai suoi giocatori, facendola diventare corpo comune e pensiero collettivo e modulandola di fronte alle infinite e sempre mutevoli situazioni di gioco. Inoltre deve avere una sete di conoscenza inesauribile sugli avversari da affrontare, aspetto che nell’ultimo decennio ha portato allo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate per monitorare le partite. La gestione dell’allenamento è solo un piccolo frammento di questo pensare continuo che accompagna la quotidianità di un allenatore. Marcelo Bielsa e Zdenek Zeman, solo per citare due esempi noti, sono filosofi nei fatti, senza bisogno di essere invitati al Festival della Filosofia. Il Settore Tecnico di Coverciano è una piccola Harvard del calcio: si studia, ci si forma, ci si confronta, si produce pensiero: è anche questo il segreto del successo degli allenatori italiani all’estero. Negli ultimi anni inoltre non è raro trovare allenatori con passioni culturali molto raffinate, dall’arte ai libri alla musica.
2) Conoscenze scientifiche. Sandro Modeo ha dedicato un libro bellissimo alla figura di José Mourinho in cui tra le altre cose si mettono in risalto le sue conoscenze neurofisiologiche, aspetto pressoché ignorato da media e tifosi. Un allenatore deve possedere una conoscenza di base degli elementi di psicologia individuale e collettiva e degli aspetti legati alla preparazione atletica e al recupero dagli infortuni. Quasi sempre questo tipo di conoscenze si sviluppa attraverso il lavoro di équipe con altri tecnici addetti, ribadendo la centralità degli staff sopra accennata.
3) Capacità di prendere decisioni in contesti ambientali difficili, dominati dall’emotività, dal fattore scarsità di tempo, dalla pressione esterna degli spettatori. E’ un punto su cui ho avuto delle parole illuminanti da Simone Pianigiani.
Si tratta di una capacità che non si allena durante la settimana, dove gli allenamenti sono generalmente a porte chiuse. Altro aspetto delicato è il rapporto con la massa volubile, ora adorante ora irata, delle comunità di tifo, tanto più “pericolose” quanto più vaste. I grandi allenatori sono tutti dei grandi antropologi.
4) Formazione globale data dai viaggi continui in altri paesi, e dalla possibilità quindi di comparare situazioni, confrontarsi con altre persone e culture. Ovviamente questo aspetto vale solo per le squadre di club che partecipano alle competizioni internazionali, e per gli allenatori delle squadre nazionali. Gli altri aspetti della formazione globale riguardano il lavoro in gruppi con forte connotazione multiculturale (pensiamo a Guidolin nell’Udinese) o appunto i periodi di vita all’estero per allenare squadre di altre nazioni, situazione che oggi riguarda sempre più allenatori italiani di varie discipline.
5) Conoscenza degli effetti della comunicazione, in un mondo in cui i contenuti sportivi sono centrali nell’ecosistema dell’informazione. La capacità insuperata di fare “spin” di Josè Mourinho è su questo aspetto il riferimento obbligato. La comunicazione non serve però solo per le sempre più complesse public relations in cui un allenatore è coinvolto, ma in prima istanza per l’organizzazione del proprio lavoro sul campo. Per evidenziare l’importanza di questo aspetto lavora da anni Massimo De Paoli, architetto-allenatore e personaggio di spicco della nostra cultura calcistica.
6) Consapevolezza del significato storico e sociale dei club che si allenano e del ruolo preminente ricoperto al loro interno. Pensiamo al ruolo di Alex Ferguson per la comunità dei tifosi del Manchester United, oppure ai grandi allenatori delle squadre di college NCAA, veri semidei della società americana. O ancora pensiamo a quegli allenatori che si propongono come figure civili, che esprimono i propri pensieri sul corso del mondo, che manifestano una responsabilità sociale spiccata (come in questi gesti di Mauro Berruto sul terremoto dell’Emilia).
7) Consapevolezza della cultura del fallimento. Gli allenatori non hanno in mano tutto, sono dei lavoratori dipendenti e contrattualmente precari (anche se di lusso), e solo in pochi riescono a costruire progetti duraturi.
La leadership degli allenatori non salverà il mondo, e nemmeno l’Italia
Negli ultimi anni agli elementi sopra analizzati si è aggiunta un’altra caratteristica, gli allenatori come modelli di leadership politica. Pensiamo alla figura di Guardiola o nel contesto italiano a quella di Cesare Prandelli.
Anche io nell’analisi di due anni fa richiamata in apertura avevo proposto questa interpretazione, collegandola alla politica italiana, e alla differenza di gradimento popolare tra le due professioni. Da qui l’idea che i grandi allenatori avessero assunto un ruolo di spicco nel mondo delle sempre meno legittimate classi dirigenti italiche. A distanza di due anni però devo revisionare quest’idea. E’ impossibile pensare ad un trasferimento di leadership, il campo d’azione di un allenatore è estremamente più ridotto e semplificato del campo d’azione di chi fa politica. Pensare il contrario è romanticismo politico, niente più. Il rapporto comando-esecuzione a livello sportivo è diretto, la misurazione dei risultati è oggettiva. Non è così nel gioco delle mediazioni infinite della politica. Gli allenatori italiani hanno successo per le loro capacità d’organizzazione, laddove in Italia una cultura della pianificazione non esiste in quasi nessun campo della vita organizzata. Questo dimostra quanto i piani sportivi non siano coincidenti con quelli politici. Dire che i politici dovrebbero essere tutti dei Mourinho o dei Guardiola è quindi retorica inutile o, peggio, una suggestione mediatica. Purtroppo, perché se fosse vero il contrario vivremmo in un Paese molto più efficiente ed organizzato.





































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di geopolitica & cultura globale dello sport, e di analisi di scenario sulla politica italiana.