La Spagna è prossima a chiedere di essere riscattata dal fondo europeo, questa volta però i soldi europei non serviranno a salvare un settore specifico dell’economia spagnola, ma l’intera economia nazionale. La notizia di certo non è una grande novità visto che oramai il paese iberico viaggia sull’orlo del baratro da almeno due anni, ma ora, pur mancando l’ufficialità, è una reale certezza.
Lo sentenziano i 640 punti di differenziale tra bond decennali spagnoli e tedeschi raggiunti ieri all’apertura del mercato borsistico di Madrid; lo conferma il tasso di interesse al 7,5% a cui gli stessi buoni verranno venduti nell’asta di oggi (conclusasi con la piena collocazione di tutti i titoli) ed infine lo rendono più che certo le pessime previsioni economiche per l’anno 2013 presentate dal governo di Rajoy giovedì scorso.
La spesa pubblica, nonostante i forti tagli apportati dal governo e un aumento delle entrate per poco meno di 5.000 milioni di Euro, dovrebbe crescere del 9,2% l’anno prossimo, al contempo l’economia spagnola dovrebbe vivere il secondo anno di recessione consecutivo, con una crescita negativa del PIL dello 0,5%, mentre uno spread oltre quota 600 significa che il governo spagnolo dovrà pagare maggiori interessi per 9.114 milioni di Euro, ovvero lo stesso ammontare previsto, in entrata, dall’aumento dell’ IVA appena deciso dal governo. Senza dimenticare che il tasso di disoccupazione medio dovrebbe continuare ad attestarsi tra il 24 e il 25%.
Economicamente parlando, le cause della situazione spagnola sono ben note a tutti. La spirale recessiva dovuta all’esplosione della bolla immobiliare nel 2008 congiuntamente all’emergere della crisi economica e finanziaria internazionale; l’aver puntato, negli anni del boom edilizio, solo ed esclusivamente sul quel settore finendo per non aver altri settori in grado di sostenere l’economia nazionale che non fossero il turismo e le esportazioni; l’incapacità di non saper controllare la spesa pubblica cresciuta di 4,4 punti rispetto al PIL dal 2008 ad oggi, sia da parte del governo centrale che da quelli locali con la conseguenza che le Comunità Autonome (CC AA) si sono tramutate in ulteriore zavorre per l’economia spagnola. Senza dimenticare gli effetti negativi che la bolla immobiliare ha avuto sull’intero settore bancario, scopertosi all’improvviso nudo ed incapace di rientrare dei capitali investiti, finendo per obbligare Madrid a dover richiedere un riscatto ad hoc.
Ovviamente tutti questi fattori hanno agito in modo congiunto. L’aumento della spesa pubblica a tutti i livelli è dovuto anche alla recessione che ha portato ad un crollo del PIL e consequenzialmente ha prodotto minori entrate erariali e un aumento delle spese per la previdenza sociale, a causa del crescita vertiginosa del tasso di disoccupazione.
Spese a cui si sono aggiunte quelle pazze da parte delle CC AA, che ora fanno la fila per chiedere a loro volta il riscatto da parte del governo di Madrid attraverso il neoistituito “Fondo de Liquidez Autonomico”, dotato di un budget di 18.000 milioni di Euro, creato sul modello di quello europeo. Fondo al quale ha chiesto di aderire settimana scorsa la Comunità Valenciana per 2.000 milioni di Euro e a cui dovrebbero rivolgersi anche Cataluña, Castilla-La Mancha, Baleari, Canarie, Andalusia e Murcia. Una zavorra le cui proporzioni ancora non sono ben delineate, ma che fa già venire i brividi se si pensa che la sola Comunità catalana è indebitata per 5.755 milioni di Euro e che già due settimane fa ha dovuto richiedere un prestito di 500 milioni di Euro per poter pagare gli stipendi pubblici.
Politicamente parlando, invece, le colpe si possono chiaramente dividere in modo equo, anzi ad uscirne praticamente distrutto è l’intero mondo politico e le sue ramificazioni nell’economia e nella finanza. Il caso Bankia, con i suoi vertici molto vicini al PP, la pessima gestione delle entità locali e gli scandali di corruzione che hanno colpito sia esponenti popolari che socialisti, ed infine la pessima guida del paese hanno dimostrato chiaramente come l’intero blocco PP-PSOE è incapace di rispondere alla crisi o almeno di riuscire a gestire la situazione in maniera adeguata. Se le colpe del governo socialista di Zapatero sono state a lungo elencate, la pessima gestione da parte di Mariano Rajoy è tutta riassumibile in una unica cifra: 300. Ovvero la differenza tra lo spread attuale e quello al momento della sua vittoria elettorale, lontana oramai sette mesi fa.
Periodo nel quale l’attuale inquilino della Moncloa ha cercato vanamente di frenare l’emorragia dell’economia con misure a breve termine, tagli alla spesa pubblica e aumento della pressione fiscale indiretta, senza però essere in grado di affrontare un piano a più largo respiro volto almeno a dimostrare, agli occhi degli investitori esteri, l’esistenza di un progetto futuribile. La stessa riforma del lavoro non è stata accompagnata da un serio progetto di ristrutturazione del sistema industriale del paese, mentre quella fiscale non ha previsto una ridefinizione della totale struttura impositiva, con nuovi scaglioni proporzionali e una ridefinizione delle imposte anche a livello locale, preferendo invece limitarsi a prevedere un generale aumento dell’aliquota più alta dell’IVA e delle imposte dirette senza per esempio una ridefinizione del paniere di beni colpiti sottoposti all’aumento dell’imposta indiretta.
Infine, se c’è una cosa che tutti abbiamo imparato nel corso di questi quattro anni di crisi economica, è che tutte le dichiarazioni e le misure di una certa gravità vanno rese pubbliche quando i mercati sono chiusi, meglio ancora il venerdì sera, per non provocare crolli istantanei nell’andamento delle borse. I mercati sono sensibilissimi ad ogni spiffero proveniente dalla politica, alla quale spetta il compito di rassicurarli dimostrando stabilità e capacità di iniziativa.
Regole completamente dimenticate dal mondo politico spagnolo. La frase “no hay dinero” del Ministro della Funzione Pubblica, Cristobal Montoro, pronunciata durante la conferenza stampa post Consiglio dei Ministri di giovedì; la decisione di Rajoy di non presenziare in Parlamento durante il dibattito sul nuovo pacchetto di tagli allo stato sociale spagnolo; il continuo non volersi esporre da parte del capo del governo, preferendo che di volta in volta siano i ministri, o la portavoce del governo, a metterci la faccia, sono tutti segnali negativi rivolti ai mercati, che si aggiungono a quelli foschi provenienti dai dati economici.
Ovviamente, una migliore gestione comunicativa avrebbe cambiato di poco le cose. La situazione economica è brutta ed effettivamente la Spagna è prossima a necessitare l’aiuto dei partner europei. A volte però anche i piccoli dettagli possono fare la differenza, ed evitare, in un clima di evidente sfiducia nei confronti del paese, che tutto il mondo sappia chiaramente che le casse del paese sono vuote non è un dettaglio da poco.
A questo punto, però, indietro non si può più tornare e non rimane altro che capire quale sarà la cifra di cui la Spagna avrà bisogno (alcuni parlano già di 400 miliardi di euro) ed aspettare che i tempi della politica nazionale ed europea facciano il loro corso.





































Andrea Matiz
Nato a Savona nel 1980, lavora a Bruxelles, dove si occupa di comunicazione e affari europei. Per LSDP si occupa delle trasformazioni politiche di Belgio, Spagna e dei paesi arabo-mediterranei, e di geopolitica dello sport.