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Il caso Fareed Zakaria

di Alessandro Aresu · 2 Comments · in Politica globale, Stati Uniti · 11 agosto 2012

Se a volte il buon Omero sonnecchia, Fareed Zakaria ha fatto ben altro: ha copiato.

1. Il personaggio. Fareed Zakaria, 48 anni, non è un nome nuovo  per i lettori de Lo Spazio della Politica. Abbiamo citato spesso le sue rassegne stampa e seguiamo il suo lavoro. Zakaria, più recentemente editor-at-large di TIME e conduttore del programma CNN Fareed Zakaria GPS, è un noto commentatore di relazioni internazionali.

È un esponente di prim’ordine della “media elite” (cit. “The Newsroom”) con un curriculum “globale”. Nato a Mumbai, ha proseguito i suoi studi negli Stati Uniti a Yale e a Harvard, in particolare con Samuel Huntington. È poi diventato managing editor di “Foreign Affairs” a soli 28 anni, nel 1992. È autore di tre monografie, “From Wealth to Power”, “The Future of Freedom”, “The Post-American World” (le ultime due sono tradotte in italiano, peccato per la prima, che a mio avviso è la migliore). Se nei primi lavori l’approccio dello studioso era più evidente, “The Post-American World” è un libro che assomiglia ai best-seller di Thomas Friedman, il celebre opinionista del New York Times che ha coniato l’espressione “il mondo è piatto”. L’espressione di Zakaria è diventata moneta corrente per descrivere il contesto dell’ascesa dei BRICS nella prospettiva degli Stati Uniti e ha ottenuto la sua consacrazione pubblica a maggio 2008, grazie a Barack Obama.

 

Barack Obama in Bozeman, Mont. on Monday.

Su Obama Zakaria, che è tendenzialmente un centrista liberale,  ha preso una posizione molto precisa nella campagna del 2008, condannando fortemente l’incompetenza di Sarah Palin in politica estera, in un passaggio ripreso  anche in “Game Change” di HBO. Nella sua dichiarazione ufficiale di supporto a Barack Obama, a ottobre 2008, ha dichiarato di “avere maggiore fiducia nel futuro” di suo figlio Omar “se un uomo chiamato Barack Obama” fosse diventato presidente degli Stati Uniti. Zakaria ha continuato a supportare Obama durante la presidenza, anche se in un commento sul Washington Post ha criticato le prime fasi della sua campagna elettorale, basata su “mezze verità e argomenti deboli”, poco degni delle sue capacità e dei suoi risultati. Secondo alcune voci, Zakaria veniva perfino preso in considerazione per un importante posto tra i decisori di politica estera della prossima amministrazione.

 

2. I fatti. Nel suo editoriale su TIME, “The case for gun control”, Zakaria si è reso colpevole di plagio. Il grave plagio ha ripreso un pezzo di una delle più note e riconoscibili riviste degli Stati Uniti, il New Yorker, a firma della storica di Harvard Jill Lepore (autrice, tra l’altro, di un recente profilo sull’interpretazione della storia americana del movimento Tea Party). Di seguito  i due passaggi, come raffrontati sul New York Times. Zakaria:

Adam Winkler, a professor of constitutional law at UCLA, documents the actual history in Gunfight: The Battle over the Right to Bear Arms in America. Guns were regulated in the U.S. from the earliest years of the Republic. Laws that banned the carrying of concealed weapons were passed in Kentucky and Louisiana in 1813. Other states soon followed: Indiana in 1820, Tennessee and Virginia in 1838, Alabama in 1839 and Ohio in 1859. Similar laws were passed in Texas, Florida and Oklahoma. As the governor of Texas (Texas!) explained in 1893, the “mission of the concealed deadly weapon is murder. To check it is the duty of every self-respecting, law-abiding man.

Lepore:

 As Adam Winkler, a constitutional-law scholar at U.C.L.A., demonstrates in a remarkably nuanced new book, “Gunfight: The Battle Over the Right to Bear Arms in America,” firearms have been regulated in the United States from the start. Laws banning the carrying of concealed weapons were passed in Kentucky and Louisiana in 1813, and other states soon followed: Indiana (1820), Tennessee and Virginia (1838), Alabama (1839), and Ohio (1859). Similar laws were passed in Texas, Florida, and Oklahoma. As the governor of Texas explained in 1893, the “mission of the concealed deadly weapon is murder. To check it is the duty of every self-respecting, law-abiding man.”

Zakaria si è scusato con Jill Lepore, con i suoi lettori e con TIME per il plagio, ammettendolo e prendendosene l’intera responsabilità, ma TIME ha deciso di sospendere il suo commento per un mese per violazione della sua politica editoriale che richiede l’originalità, salvo ulteriori decisioni. Una sospensione riguarda anche il programma da lui condotto per CNN, sempre sotto l’ombrello Time Warner.

Jill Lepore Professor of American History at Harvard Jill Lepore speaks at "Tea Party" a panel discussion at the 2010 New Yorker Festival at DGA Theater on October 2, 2010 in New York City.

3. Qualche riflessione. Anzitutto, sarà una banalità, ma vale la pena di rimarcare che questi eventi in rete portano a una significativa accelerazione. Stiamo parlando di un commento per l’edizione del 20 agosto di TIME, giunto su Internet il 10 agosto. Stando agli orari americani, Tim Graham di Newsbusters  (sito conservatore) nota il plagio alle 7:19, si ha una risposta ufficiale alle 16:25, alle 17:50 viene riportata la notizia della sospensione da parte di CNN (nota: scrivo all’una e mezzo italiana dell’11 agosto).

L’aspetto tecnico del plagio in questione ci porta a considerazioni più ampie. In realtà si tratta di una citazione mancata: Zakaria, per evitare di rifarsi a una citazione al quadrato (Lepore che cita Winkler), cita direttamente Winkler. In tutta evidenza, non ha letto il libro e ha assorbito l’informazione rilevante da un articolo che non cita. La “citazione al quadrato” non è elegante, ma è in realtà il modo più franco per ammettere come molti di noi vengono realmente a conoscenza di alcuni temi e di alcuni dati. Ciò che è ancor più vero se si è Fareed Zakaria, e ammetterlo sarebbe un buon passo nella strada dalla tuttologia (un’ambizione umana nobile, ma irrealizzabile) alla responsabilità. Ma sarebbe in contraddizione con la richiesta di originalità dell’editore: TIME non vuole i commentatori “deejay” , che assemblano il commento. Perciò è ragionevole pensare che Zakaria lavori con un insieme di citazioni che possono essere riassunte e rielaborate, per non perdere l’originalità e non “esagerare” con link e riferimenti. Peraltro, è quasi impossibile che Zakaria lavori da solo: i grandi giornalisti non riconoscono i debiti con gli “assistenti” (come avviene, per esempio, nei paper giuridici che contengono mille citazioni), ma è evidente che la maggior parte delle “star” (in particolare se spaziano sulle relazioni internazionali, sull’economia internazionale, sulla politica interna, tre discipline importanti per essere un’autorità sul tema “America in the world”) lavorano su un complesso di dati e di riferimenti che vengono messi insieme da una squadra e poi rielaborati. Ciò è ancor più plausibile quando, come nel caso di Zakaria, stiamo parlando di una mole di lavoro e di “opinionismo” che riguarda TIME, CNN, Washington Post. L’errore di Zakaria, in questo senso, è stato anche quello di uscire dall’ambito del conduttore di talk show impegnato o intervistatore (alla Charlie Rose), per commentare troppo di frequente su troppe cose. La politica migliore è quella di Dani Rodrik nei suoi tweet: in un contesto in cui il lavoro collettivo diventa sempre più importante, si può ammettere che ci sono “cose che uno impara dai paper dei suoi studenti”.

Quali lezioni per l’Italia? Le lezioni principali sono due.

La prima: se conoscete l’inglese, il New Yorker è grandioso. È grande per le sue copertine (qui sotto la copertina che sarebbe stata scelta nel caso di una diversa posizione di John Roberts sulla riforma sanitaria). È grande per certi suoi collaboratori (leggete questo pezzo di Sean Wilentz), che scrivono saggi più approfonditi del commento di un giornale: talvolta le questioni cruciali richiedono più attenzione e, da Richard Hofstadter e Schlesinger Jr., gli storici statunitensi hanno un’eccellente abilità narrativa. È grande perché potete leggere moltissimi articoli gratis.

 

La seconda lezione riguarda le “ispirazioni”, che sono cosa ben diversa dai plagi, ma sono comunque un fenomeno meritevole di attenzione. Per esempio, nella rassegna stampa de Lo Spazio della Politica, una goccia piccolissima nel mare della rete, noi cerchiamo ispirazione, per segnalare o approfondire alcune notizie, in articoli di giornali, riviste o blog stranieri, generalmente in inglese, sempre segnalati nei link. In questo caso la nostra funzione è la rielaborazione – con commento e altri riferimenti – di una questione che ci sembra interessante per un pubblico italiano (visto che pubblichiamo come citazioni i passaggi tratti direttamente). Ispirazioni e riferimenti possono caratterizzare anche lavori che hanno una dimensione diversa. Un esempio classico è quello dei corrispondenti stranieri dei quotidiani, che possono appoggiarsi ad articoli di lingua inglese di autorevoli quotidiani internazionali e riprenderli nei loro commenti, scritti per un pubblico italiano. Un esempio paradigmatico è il confronto tra questo reportage di Dylan Matthews sul Washington Post sulla Modern Monetary Theory (19 febbraio 2012) e un articolo del corrispondente di Repubblica dagli Stati Uniti, Federico Rampini (21 febbraio 2012), sullo stesso tema. L’articolo di Rampini aggiunge al pezzo di Matthews (più lungo e approfondito) un riferimento alla prospettiva europea, ma è evidente che l’ispirazione dell’articolo italiano deriva dall’articolo statunitense, anzitutto per il confronto delle date, ma anche per la ripresa di James Galbraith, dell’immagine di Stephanie Kelton e delle scuole del pensiero economico alternativo. Anche in questo caso, la miglior politica è la citazione.    

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Alessandro Aresu
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Alessandro Aresu

Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e direttore de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP cura le rassegne stampa e si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, oltre che di Stati Uniti.

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