Ho scritto varie volte del legame sport-geografia, e della capacità dei successi sportivi di rendere popolari, perlomeno solo nel nome, città altrimenti sconosciute. “Put a city on the map“, come già avevo avuto modo di dire, è l’espressione che usano gli americani per significare tutto ciò, e la usano spessissimo. Ad esempio qualche settimana fa l’ho sentita in un documentario della Espn sul re dell’hockey Wayne Gretzky, in cui si parlava dei suoi successi con gli Edmonton Oilers. Gli abitanti-tifosi di Edmonton intervistati dicevano con orgoglio proprio questa frase, “Gretzky ci ha messo sulla mappa, prima non ci conosceva nessuno”.
Oggi scrivo questo post perché posso testimoniare in prima persona un altro perfetto caso-studio di questo fenomeno, questa volta italiano. Sono infatti nato a Jesi, cittadina mai “sulla mappa” come in queste giornate olimpiche, per ovvie ragioni.
Ora, Jesi ha tutte le caratteristiche “anti-mappa” delle piccole cittadine della provincia manifatturiera italiana, di quel NEC (Nordest-Centro) di cui parlava un economista di rango come Giorgio Fuà. Non ha mai regalato personaggi al mondo delle classi dirigenti nazionali, non ha mai avuto casi eclatanti di cronaca nera, a dispetto della bellezza delle sue mura medievali non è una città turistica. Ha “solo” un ruolo importante nel sistema produttivo regionale, ovvero quel tipo di cose e situazioni materiali e poco glamour che i media solitamente ignorano e che studiosi che a noi piacciono assai come Sapelli e De Rita invece conoscono palmo a palmo. La “geopolitica dei trattori” ad esempio passa anche per questa cittadina.
Mai come nel 2012 invece Jesi sta sulla mappa del globo per ragioni sportive. Prima lo storico successo in Premier League del Manchester City di Roberto Mancini da Jesi (fateci caso, sui giornali è sempre nominato in questo modo, con le varianti “tecnico jesino”, “allenatore jesino”), la competizione sportiva televisivamente più seguita al mondo, in particolar modo in Asia. Ora i successi olimpici delle jesine Elisa Di Francisca e Valentina Vezzali nel fioretto, probabilmente le medaglie d’oro più sentite dagli italiani, sia perché le loro gare sono state trasmesse in orario serale, sia perché il fioretto femminile ci regala un sentimento di potenza globale che a livello olimpico (e non solo quello, purtroppo) ci è ormai proibito in quasi tutte le altre discipline, e non perché la scherma non sia diventata globale anch’essa, come dimostra l’argento del fiorettista egiziano. Se lo sport di élite è una forma di arte contemporanea, la scuola della scherma jesina assomiglia alle grandi scuole artistiche italiane del passato, come la Scuola di San Rocco a Venezia, e il merito di tutto ciò va al fondatore Ezio Triccoli, maestro di Stefano Cerioni, Giovanna Trillini e Valentina Vezzali (e Cerioni a sua volta maestro di Elisa Di Francisca, nonché attuale commissario tecnico delle due nazionali di fioretto). Dobbiamo “ringraziare” gli inglesi che lo imprigionarono per sette anni nel campo di Zonderwater in Sudafrica, perché senza questo passaggio storico l’Italia avrebbe molte meno medaglie da festeggiare, e dobbiamo ringraziare anche Carlo Marrese per averci raccontato in questo libro bellissimo ”la storia dei prigionieri italiani in Sudafrica che sopravvissero alla guerra grazie allo sport”.
Non so pensare ad un luogo in Italia in cui lo sport significhi così tanto come a Jesi. Ma non nell’ironia socialmediatica di questi giorni secondo la quale tutti gli jesini andrebbero in giro con il fioretto. Intendo lo sport come fatto sociale, come collante comunitario. A fronte di un’impiantistica sportiva buona ma non eccelsa, la qualità e varietà dell’associazionismo sportivo jesino è oggettivamente impressionante per una cittadina di quarantamila abitanti. Scherma a parte, Jesi è una città di grosse e consolidate passioni calcistiche (anche a livello femminile), baskettare, pallavolistiche, rugbistiche, entrambe espresse anche a livello di squadre partecipanti a campionati nazionali, e di una miriade di associazioni che toccano davvero quasi tutti gli sport. Jesi è poi anche la città di startup legate allo sport come quella dei nostri amici di Etwoo, di dirigenti sportivi importanti come Peppe Cormio (l’uomo che ha portato Julio Velasco in Italia, e molto altro) o l’ex numero uno del Credito Sportivo Andrea Cardinaletti. Forse l’unico altro esempio paragonabile è stato (e continua ad essere per molti aspetti) la Treviso sportiva degli anni d’oro, però in questo caso c’è la regia di una dinastia imprenditoriale importante come quella dei Benetton, e soprattutto la piccola Treviso ha comunque il doppio degli abitanti di Jesi (83.000 contro appunto 40.000).
Per concludere, un’anticipazione. Chi segue LSDP sa come il filone di studio della geopolitica dello sport sia diventato nel tempo un nostro cavallo di battaglia. La prossima idea in cantiere è la classifica dei pensatori globali dello sport, una versione speciale concepita per celebrare degnamente quest’anno olimpico. Sulla scia della versione tradizionale, sarà qualcosa di molto studiato, molto globale e molto originale, ci stiamo lavorando già da alcune settimane, tenetevi pronti. Sarebbe bello presentarla in anteprima proprio a Jesi, magari ricollegandola al filone aperto con Vedrò-Tutticittì, e anche su questo ci stiamo lavorando. Stay tuned!





































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di geopolitica & cultura globale dello sport, e di analisi di scenario sulla politica italiana.