Incontriamo oggi Andrea Santagata, amministratore delegato di Banzai
LSDP. Attualmente sei soddisfatto della qualità dell’informazione in Italia? Cosa funziona e cosa no?
Mi sembra un’informazione povera, che si parla addosso. Questo probabilmente deriva dalla chiusura su se stesso del Paese. Tanta politica, sempre più cinepanettone, poca attenzione sulle politiche, sulle trasformazioni economiche e sociali, sugli avvenimenti mondiali. Non dipende solo dai mezzi d’informazione, ma dagli italiani, da sempre poco interessati ad esempio a cosa accade nel mondo.
Credo che gli ultimi vent’anni di TV commerciale abbiano appiattito ulteriormente l’informazione, che sempre più rincorre i canoni dell’intrattenimento. Preoccupa la quasi assenza di un’opinione pubblica forte e critica, siamo sempre più schiacciati fra la cosiddetta “maggioranza silenziosa” (che forse inizia a esserlo o perché non ha niente da dire o perché troppo sfiduciata per dirlo) e “gruppi urlanti”. Mi sembra che, forse tranne che nel web, manchi il dialogo e un forte confronto critico ma costruttivo.
Funziona la Rete. Funziona Twitter (che è comunque uno strumento relativamente per pochi, lo frequentano infatti meno di tre milioni di utenti al mese, e non intuitivo), funziona la Rete che da accesso a informazioni in real time da tutto il mondo. Televisivamente è di buon livello l’informazione fatta da Sky.
LSDP. L’informazione online, sia quella delle testate che quella dei blog, ha raggiunto i livelli della stampa ‘tradizionale’?
In termini di “Audience reale” (e qui mi permetto di mettere in dubbio i lettori dichiarati da Audipress, sei lettori per copia? Si vendono solo giornali che poi finiscono nei banconi dei bar?), l’audience in Rete su siti e blog d’informazione, aggregatori e Twitter credo abbia ormai superato quella dei mezzi d’informazione cartacei. Una recente ricerca di Human Highway sulla informazione online in Italia, stima in oltre tredici milioni gli utenti che abitualmente usano la Rete per informarsi.
Dal punto di vista della qualità, il web vince per tempestività, varietà e libertà di opinione, ma perde ancora punti sotto il profilo della qualità e dell’approfondimento (tutto ciò che è legato al motivo di un fatto e non solo al fatto in se).
Credo però che il vero plus dell’informazione in Rete sia quello d’avere riportato l’informazione nell’Agorà. L’informazione re-diviene patrimonio delle persone intorno alla quale le persone costruiscono, attraverso una conversazione continua e proficua, le loro opinioni e i loro modo di vedere il mondo.
LSDP. Perché i più importanti quotidiani nazionali online fanno fatica con i bilanci nonostante gli investimenti pubblicitari si spostano progressivamente sul web?
Mentre modelli “Pay” sembrano non trovare spazio, tranne nel caso di qualche applicazione di importanti testate, il mercato della pubblicità online in Italia vale già oltre 1,3 miliardi di Euro. Non solo, la crescita media anno su anno negli ultimi dieci anni è stata del 15% e molti studi prevedono che questo tasso di crescita possa continuare, se non migliorare, anche nei prossimi anni. Anche in un anno di crisi come questo, dove Assocomunicazione stima prudenzialmente che ci sarà un calo del mercato pubblicitario italiano del -7/8% (vuol dire per intenderci che spariranno dal mercato in un anno circa 700 milioni di investimenti pubblicitari), il mercato dell’advertising digitale è previsto in crescita del +12%.
Quest’anno la pubblicità su quotidiani cartacei in Italia calerà de 11% e questo calo sicuramente proseguirà anche nei prossimi anni. Negli Stati Uniti la pubblicità sui quotidiani è calata negli ultimi 7 anni del 65%. La crescita prevista sul digitale non può compensare questo crollo per più di un motivo che vado ad elencare.
Il mercato advertising online in Italia è molto frammentato. Di circa 1,3 miliardi di euro di investimenti, oltre 700 milioni vanno su pianificazioni search (leggasi Google) e Classifieds, i rimanenti 500 milioni “finanziano” tutti gli altri operatori: portali, siti di informazione, siti verticali, communities, in tutto oltre ottanta fra editori e concessionarie.
Se analizziamo invece la cosa dal punto di vista dell’audience, è vero che l’informazione in Rete raggiunge molte persone, oltre tredici milioni di Italiani, che diventano molti di più se consideriamo quelli giornalmente “colpiti” da notizie sui social network, ma la fruizione di notizie da parte di queste persone è molto più frammentata che sui mezzi “tradizionali”.
In passato un lettore “comprava” un giornale, in una scelta al massimo di una decina di testate, e generalmente sfogliava molte pagine di quello, “solo di quello”. Il tempo speso dal lettore su una testa “tradizionale” è quindi mediamente alto, e di conseguenza sono molte le pubblicità che si possono sottoporre al singolo lettore durante la sua permanenza sulla testata.
È dimostrato che lo spending pubblicitario segue il numero di “teste”, ma soprattutto il tempo speso su un mezzo. Gli investitori pubblicitari “comprano” la nostra attenzione. “State of the media” stima che negli Stati Uniti, un lettore di giornale cartaceo sfogli in media 24 pagine, mentre lo stesso lettore online sfogli 1,4 pagine per ogni testata che visita (equivale al 93% in meno di possibilità di mostrargli pubblicità).
Sul Web, non solo la scelta del lettore è fra molte più testate e queste sono quasi tutte “gratuite”, ma i lettori arrivano sugli articoli non tanto scegliendo la testata e seguendo la gerarchia delle informazioni fornitagli dalla stessa, ma soprattutto da motori di ricerca (oltre 50%) e sempre di più dai social network. La competizione non è più soltanto fra i molteplici siti e blog, ma fra i singoli atomi d’informazione. Ogni singola notizia compete ogni volta con tutte le altre. Questo porta a una frammentazione dell’audience e del tempo speso dalle persone, che a sua volta porta a una grande frammentazione dello spending pubblicitario da parte degli investitori.
In questo quadro, per l’editore tradizionale, diventa veramente difficile far quadrare i conti.
Io credo che l’industria debba velocemente passare da un approccio che guarda prettamente ai ricavi, ad un approccio focalizzato sul margine, quindi ricavi ma anche costi, cosa che comunque sta necessariamente avvenendo. In altre parole diventano centrali i modelli produttivi sottesi alla testata, la loro efficienza e efficacia e i relativi costi. Con un buon modello produttivo, un giusto mix di competenze umane e tecnologiche, si può preservare la marginalità e quindi la salute dell’azienda.
LSDP. L’Italia è al sessantunesimo posto mondiale per libertà di stampa secondo Reporters Sans Frontières: di chi è la responsabilità?
Il guidizio è molto severo. Ho letto che in parte deriva da una valutazione dalla gestione della RAI, ritenuta non a torto, risponde a logiche spesso estranee sia alla categoria del servizio pubblico che a quelle di mercato.
Detto questo, il legame politica, imprenditoria e informazione nel nostro Paese è sempre stato forte. Mi sembra che negli ultimi venti anni sia diventato quasi asfissiante. Fare il giornalista, dare notizie (detta così sembra semplice), è diventato sempre più difficile.
A questo va aggiunto il problema del ricambio delle classi dirigenti, che ormai è il vero tema centrale di questo Paese in tutti i suoi settori. Siamo dominati da classi dirigenti anziane, concentrate sulla “conservazione della specie”. In queste condizioni il primo “potere” a subirne sempre maggiori vincoli è proprio quello dell’informazione.
Credo inoltre che la cultura commerciale televisiva dominante a partire dagli anni Ottanta, abbia assopito completamente il Paese, che spesso non ha neanche più i mezzi culturali per accorgersi del livello di informazione che gli viene quotidianamente “propinato”.
LSDP. Nel futuro prossimo ci saranno più o meno notizie? Più o meno giornalisti?
Storicamente, da millenni, la produzione di cultura, notizie e informazioni, resi disponibili ad una sempre più vasta platea, è sempre esponenzialmente aumentata. Nel medio termine, ogni cambiamento tecnologico e socio-politico, ha portato a una moltiplicazione esponenziale della produzione informativa, questo anche a supporto dell’evoluzione sempre più egualitaria e democratica delle società. E’ stato così con il papiro, poi con la stampa, poi con la tv etc… Internet è l’ennesimo rivoluzionario passo evolutivo.
L’informazione potrà cambiare forma, adeguandosi come l’acqua ai nuovi contenitori informativi, ma, essendo un bene primario delle società di questo millennio, ci sarà sempre.
LSDP. La carta sparirà? E sparirà da tutti i formati giornalistici?
Chi può dirlo. Ma realmente ci interessa? Quello che personalmente mi interessa è la garanzia di ricevere della buona informazione, quando ne ho bisogno, nella maniera per me più facile ed economica.
Poveri alberi, lasciamoli stare, la natura li ha creati per darci ossigeno non giornali. Li abbiamo utilizzati perché l’inchiostro si stampava bene sulla carta, ma oggi non abbiamo più bisogno di inchiostro e edicole, l’inchiostro è digitale, mentre avremo sempre bisogno di informazione e dei professionisti che la producono.
LSDP. Prova a descrivere il mondo del giornalismo italiano fra cinque anni.
Immagino meno giornalisti con a disposizione molti più mezzi (siti, app, riviste elettroniche, profili su Twitter), che metteranno sempre più la loro “faccia” su ciò che pubblicheranno, e che costituiranno sempre più un valore per gli editori in quanto media loro stessi. E che, allo stesso tempo, si confronteranno sempre più direttamente con le persone, senza barriere e caste.
Accanto ai giornalisti, immagino tantissimi presone “comuni” apportare “spontaneamente” sempre maggiore valore al sistema, fornendo notizie (citizen journalism), auto-correggendo eventuali errori, ma soprattutto facendo sentire la propria opinione, aiutando a ri-creare quell’opinione pubblica consapevole, tanto necessaria al nostro Paese.
L’intervista é a cura di Dino Amenduni




































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