Il 2012 è stato un anno difficile per la manifattura italiana. La seconda ondata recessiva ha colpito un sistema produttivo già indebolito ed ha definitivamente esposto i limiti dell’economia italiana.

La crisi italiana e la geopolitica della manifattura

Secondo i dati del Centro Studi Confindustria, a novembre 2012 la produzione industriale italiana ha segnato -23,9% rispetto al picco pre-crisi di novembre 2008. Nello stesso mese, la capacità industriale italiana si assestava su quota 69,5%. Il massiccio ricorso alle forme di CIG e ai contratti di solidarietà evidenzia questa tendenza. Le ore di CIG hanno superato i 1000 milioni nel 2012, secondo l’osservatorio CGIL. A questi dati si accosta la difficoltà delle imprese italiane nell’accesso al credito, strumento fondamentale per la crescita o la sopravvivenza di molte attività economiche. Dal paper della Banca d’Italia “Fragilità finanziaria e prospettive di crescita: il razionamento del credito alle imprese durante la crisi” si possono tracciare tre effetti del credit crunch sulle imprese: contrazione dei flussi ricavi, allungamento dei tempi di pagamento e revisione dei piani di investimento. Unica nota positiva è l’export, che nel 2012 ha permesso a tantissime realtà di mantenersi in piedi. Purtroppo, questi risultati sono stati erosi dal fortissimo calo di domanda interna. Le politiche di austerità portate avanti dall’esecutivo Monti non hanno aiutato, ma pensare che siano l’unica causa è pura illusione. Anche perché abbiamo appena lasciato alle nostre spalle un decennio “perduto” (si veda “Il mistero della produttività italiana“).

Che cosa scrivere per il 2013? Non è facile scegliere delle priorità, poiché moltissimo è da fare. Burocrazia, costi e riforme riassumono tre temi su cui si è largamente scritto in questi anni. Facciamo qualche passo in avanti, osserviamo con una nuova prospettiva e magari proviamo a dare qualche buon suggerimento a chi si occuperà di Industria e Sviluppo Economico. Programmazione e stabilità, cioè una questione di metodo: in un paese dove le riforme non partono mai, è fondamentale comprendere che le imprese hanno bisogno di certezze. Operare nel manifatturiero significa ragionare con una prospettiva di lungo termine. L’instabilità politica è uno dei tanti fattori che costringe chi fa impresa a rivedere i piani d’investimento. Moltissimi soggetti della manifattura italiana stanno attendendo l’esito delle elezioni politiche prima di discutere qualunque decisione strategica di medio-lungo termine.

L’incertezza al tempo della competizione globale ha un prezzo, talvolta troppo elevato. Parliamo poi di “enablers”: termine rubato da “Manufacturing the future”, indica qualunque opera o provvedimento che aiuti direttamente o indirettamente le imprese, senza interferire pesantemente col mercato. Le lacune del sistema infrastrutturale, per esempio, comportano costi aggiuntivi che gravano sulle imprese. Il Logistics Performance Index è un buon indicatore della qualità di un sistema infrastrutturale, sottolineandone l’importanza nel bilancio del commercio internazionale e nello sviluppo economico. L’Italia è al 24° posto con un punteggio di 3,67. Infine un approccio, ragionare in termini di ecosistema produttivo: partire dal concetto di cluster e su di esso sviluppare programmi e enablers, analizzando accuratamente l’ambiente in cui si vuole operare e definendo obiettivi chiari. La struttura dei distretti produttivi italiani si presta a tale approccio, ma il ruolo delle istituzioni non si deve fermare alla mera funzione di programmazione. Essenziale è anche la supervisione. Lavorare sull’integrazione, appianando eventuali conflittualità tra soggetti e spingendo alla creazione dei cluster.

Questi suggerimenti però non devono far passare in secondo piano il tema innovazione, principale vantaggio competitivo nei prossimi anni e origine di nuovi equilibri. Dopo uno straordinario decennio che ha trasformato l’Impero Celeste in una potenza manifatturiera mondiale, in Cina si sta imponendo una nuova visione di business. Negli Stati Uniti di fatto si inizia a parlare di reallocation, mentre l’Advanced Manufacturing è diventato uno dei principali obiettivi della politica industriale di Barack Obama: “The concept of Advanced Manufacturing is not complicated. It means how we do things better, faster, cheaper to design and manufacture superior products that allow us to compete all over the world”. Nello scenario che si sta configurando, la creatività e le qualità che distinguono la manifattura italiana rischiano di non bastare più. Seppure appartengano a dimensioni culturali diverse, l’universo makers rappresenta un piccolo ma ricco canale di nuove idee e prospettive. Sarebbe interessante vedere la contaminazione tra tradizione del Made in Italy e fantasia dei makers, magari creando il germe per una piccola “rivoluzione manifatturiera”. 

 

Makers: scenari dell’open manufacturing

Seppur lentamente, qualcosa in Italia si muove. Sono nati fablab a Cava dei Tirreni e Reggio Emilia, tre sono ufficialmente in progetto, altri in maniera ufficiosa; cifre molto piccole rispetto a diretti competitor come Francia e Germania (cfr: FabWiki – Portal: Labs ). Si soffre la mancanza di business plan efficaci e di risorse proprie per avviare i fablab (all’estero sono spesso allestiti da università). Possibilità di sviluppo nel 2013? Ci sono, ma derivano soprattutto dall’apporto di realtà più grandi ed esterne, come Techshop (che potrebbe sbarcare a Milano) o come il nuovo Talent Garden (uno dei più grandi coworking europei) che, sempre a Milano, conterrà al suo interno un fablab. Dopo il successo al Salone del Mobile del 2012 stiamo assistendo alla proliferazione di studi di qualità sul mondo makers, si trovano ormai molti blog per tenersi informati mentre la comunità è in costante crescita. Nel 2013 vedremo la prima Maker Fair europea a Roma. Però manca ancora un legame tra makers e tessuto produttivo, dovuto soprattutto ad approcci culturali ben distinti che faticano a comprendersi e accettarsi: la cultura dei makers mira alla diffusione dell’autoproduzione e al DIY, alla sovrapposizione tra consumatore e produttore, mentre la PMI ha bisogno di prodotti innovativi da vendere sostanzialmente già sviluppati. Dovremmo prendere spunto da quanto fatto da Ford a Detroit nel 2012: ha aperto in collaborazione con Techshop un enorme fablab, cui i suoi dipendenti accedono gratis, e le richieste di brevetto sono aumentate del 30%. Ci sono comunque margini di collaborazione, vedendo la proliferazione di siti che connettono designers, consumatori e produttori (Designhub  & Youtool) e anche in Italia cresce l’attenzione per le piattaforme di crowdfunding stile Kickstarter, che avvicinano inventori e consumatori.

Questi siti permettono di aprire un’ulteriore parentesi, cioè il rapporto con l’artigianato. La crisi ha portato diverse persone a esplorare le possibilità offerte dall’artigianato, che può partire come hobby e diventare sufficientemente redditizio, soprattutto perché la Rete rende vendita e gestione più facili (grazie a Etsy e Blooming per esempio). Il 2013 potrebbe vedere la nascita di un fondo di investimento creato da Principia Sgr, RinasciMakers, che investirà per operazioni di expansion per sviluppare start up. Si rivolgerà ad artigiani già di successo ma non è detto che i makers non possano giovarne. La crescente diffusione della cultura dell’autoproduzione e dei servizi personalizzati potrebbe attirare realtà con basi solide, che affondano nella loro attività industriale, come accaduto con Lasermio, costola di un’azienda di lavorazioni meccaniche che ora offre un servizio di taglio laser B2C. Quale scenario vorrei vedere nel 2013? L’adozione consapevole e convinta dell’open source nella scuola e la condivisione di tecnologie abilitanti per l’istruzione, concepite anche per l’assistenza ai disabili. Esistono esempi come la lavagna elettronica open e Bookinprogress. Alternative low cost  e casi da seguire, sperando che promuova la nascita di tante altre iniziative simili.

Tagged with →