La volatilità del prezzo del petrolio negli ultimi due decenni è stata straordinariamente alta: questo è passato in pochi anni dai 40 dollari del 1991, al minimo di 16 dollari nel 1999, ai 55 dollari di fine 2004, fino ad oscillare paurosamente dai 147 dollari del luglio 2008 ai 34 del febbraio 2009, fino ai circa 80 dollari di queste settimane. Le ampie oscillazioni del prezzo del barile tuttavia, non hanno rispecchiato in modo più o meno fedele la domanda mondiale di greggio, sono state bensì frutto di speculazioni finanziarie.
Fino alla metà degli anni ’80 era l’OPEC a fissare i prezzi del petrolio. Oggi sono i mercati finanziari a regolare il prezzo e conseguentemente i livelli di produzione dei suoi membri, fornitori di circa il 40 per cento del mercato.
Nonostante la spettacolare crescita del fabbisogno energetico dei paesi in via di sviluppo dal ’93 ad oggi ( +170% per la Cina, +130% per l’India, +79% per il Medio Oriente) abbia generato degli evidenti squilibri sul mercato dell’approvvigionamento energetico, l’andamento del prezzo del petrolio e del gas naturale erano scollegati, non solo dall’andamento del fabbisogno, ma talvolta anche dalle aspettative sulla crescita di tale fabbisogno.
Si assiste in definitiva, ad un’incapacità del mercato – sempre più in balia dei sentimenti di euforia e di terrore – di individuare un prezzo corretto, frutto delle dinamiche dell’economia reale più che della speculazione. Come molti osservatori fanno notare, non c’è problema nello scommettere sull’incremento o la riduzione di un prezzo, ma c’è un problema quando è la scommessa stessa a diventare il principale fattore che influenza il prezzo.
Questa situazione genera un effetto di vulnerabilità tanto per i paesi produttori, quanto per i consumatori. Supponiamo che crolli il prezzo del petrolio. Apparentemente l’Europa e gli Stati Uniti, trarrebbero beneficio dalla riduzione dei costi energetici. Tuttavia, la forte destabilizzazione dei paesi produttori (Russia, monarchie petrolifere) riserva un pericoloso futuro di instabilità lungo il margine meridionale di Eurasia, con conseguenze geopolitiche imprevedibili. Al contrario, un prezzo alle stelle, genera una competizione per l’approvvigionamento, tanto attraverso lo sfruttamento diretto delle risorse, quanto attraverso il controllo delle infrastrutture di trasporto delle stesse (gasdotti, oleodotti).
Insomma, la stabilità del prezzo del petrolio è una condizione essenziale per ridurre l’incertezza in un settore tanto determinante per stabilire la distribuzione del potere nel nuovo confuso ordine mondiale. Fino a quando non saranno stabiliti dei meccanismi di controllo del prezzo del greggio e dei prodotti energetici, in grado di legare nuovamente le loro fluttuazioni agli andamenti di domanda e offerta, la battaglia sull’energia sarà ulteriore fonte di elevata vulnerabilità economica di tutti gli attori più importanti nello scacchiere geopolitico e dunque di elevata instabilità nel fragile sistema delle relazioni internazionali che si è venuto a determinare con la fine del mondo bipolare.









