22
feb

In questi giorni assistiamo ad un importante riposizionamento della politica internazionale russa: questa si avvicina alle posizioni occidentali, indebolendo – e non di poco – le relazioni con Teheran. Al centro di questo riposizionamento la questione della consegna dei missili S-300, che Mosca aveva promesso all’Iran da ben cinque anni. Al solito, le cose sono state fatte alla maniera russa: in un primo momento le motivazione del ritardo sarebbero state di natura ‘tecnica’, mentre ci sono voluti alcuni giorni perché fosse confermata la vera motivazione, ovvero la volontà politica di non dotare l’ex alleato iraniano di batterie mobili che permetterebbero di intercettare non solo gli aerei, ma anche missili da crociera e balistici a medio e corto raggio, rendendo così piuttosto complicato un intervento militare diretto a colpire gli obiettivi nucleari iraniani. Ma quali sono le ragioni che hanno spinto la Federazione Russa a questo ripensamento? Due le  possibili chiave interpretative. Leggi il resto »

17
feb

Anche se avevo proposto un aggiornamento della situazione di ENI poco tempo fa – aggiornamento che si concentrava in particolar modo sulla politica di investimento in Africa – è necessario tornare sulla compagnia di San Donato Milanese per discutere di un rumor sempre più insistente che riguarda, in modo davvero determinante, il futuro della politica energetica italiana. Il rumor in questione riguarda Knight Vinke, il battagliero fondo di investimento americano, da mesi in pressing sull’Eni per ottenere lo “spezzatino” del gruppo energetico italiano. Leggi il resto »

06
feb

A meno di bolle inattese e francamente improbabili, in 5-10 anni la Repubblica Popolare Cinese sarà la nazione più ricca del mondo. Ormai lo conferma anche l’Ocse. Sempre l’Ocse sostiene che la condizione necessaria perché questo inarrestabile processo di crescita continui è che il Governo di Pechino non riduca la spesa pubblica ma anzi intensifichi il vigoroso sostegno all’economia nazionale che ha caratterizzato i primi mesi di recessione globale e che tra l’altro, è stato uno dei pochi fattori di attenuazione della stessa. Leggi il resto »

23
gen

Se l’ENI continua ad ignorare le parole dell’antitrust europeo rischia una maxi multa che potrebbe aggirarsi tra i 500 milioni e il miliardo di euro; per inciso, un decimo dell’ultima – se pur leggera – manovra finanziaria targata Tremonti. E’ da tempo infatti che la Commissione denuncia una sua “presunta” posizione dominante con riferimento agli assetti proprietari delle reti di conduttore nazionali e continentali che trasportano il gas naturale dalla Federazione Russa all’Italia e in numerosi altri paesi membri. Leggi il resto »

15
gen

Fedele alla straordinaria Serie Bianca Feltrinelli, ho iniziato solo pochi giorni fa la lettura di questo libro dal titolo un po’ strano, forse un po’ banale, non particolarmente efficace ai miei occhi. Eppure pagina dopo pagina ne ho scoperto la ricchezza e senza neppure accorgemene sono giunto molto rapidamente alla sua conclusione.

Per dirla in breve, trattasi di sociologia, uno studio approfondito ed efficace sulla società contemporanea e l’origine dei suoi mali più profondi.

Ciò che impressiona maggiormente è che questo libro contiene esattamente tutte le ragioni per cui il socialismo reale, la socialdemocrazia o il capitalismo “solidale” o ancora il “social business”, rappresentano ancora –  forse e dopotutto – gli unici sistemi in grado di massimizzare la felicità della società. Rivendica in modo vigoroso e rigoroso gli ideali di uguaglianza verso cui l’umanità ha sempre teso, pur perdendosi frequentemente nelle pieghe di pagine oscure. Leggi il resto »

02
gen

Per il Sole 24 Ore Giulio Tremonti è l’uomo dell’anno 2009: e fioccano i commenti, positivi e negativi su un tale attribuzione. Era molto tempo che desideravo dedicare un articolo al discusso ministro dell’economia e alla sua politica economica, nel tentativo di mettere in luce le sue notevoli doti di uomo politico e le capacità – forse un po’ meno notevoli – di economista. Una rapida discussione della finanziaria e dei buoni propositi per il nuovo anno, mi sembra un buon punto di partenza per poi effettuare delle considerazioni generali sul modus operandi del titolare dell’economia.

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21
dic

obama-medvedevI rapporti tra Bush Junior e Vladimir Putin erano iniziati sotto l’insegna del reciproco rispetto e della volontà di amicizia. In seguito al loro primo incontro ufficiale a Lubiana, Bush si era addirittura spinto a dichiarare “ho letto nei suoi occhi (di Putin) il senso della sua anima” e la volontà di collaborazione sembrava concreta. Inoltre Putin all’inizio della sua presidenza (1999) guardava davvero con animo possibilista all’entrata della Federazione Russa nella NATO, il che avrebbe significativamente ridotto le forze centripete che caratterizzano le periferie russe e avrebbe dovuto riportare Mosca sulla tavola imbandita di quelli che contano. Leggi il resto »

01
dic
Dubai, finanza islamica, riforme!
Ancora oggi si registra un avvio negativo sui mercati del golfo, malgrado l’annuncio di ristrutturazione del debito del Dubai World. La notizia di oggi sembra essere che le piazze europee, anche sulla scia di Wall Street, resistono a differenza dei giorni precedenti.
Questa storia, quella di Dubai che fa tremare il mondo, riportandolo improvvisamente sull’orlo di un nuovo tracollo finanziario, con gli spettri della corsa agli sportelli sempre agitati dai più pessimisti, ci riporta saldamente con i piedi per terra, se mai le economie mondiali avessero ripreso a volare.
Troppo velocemente – a mio avviso – si è iniziato a parlare di ripresa, mentre bisognerebbe parlare di “rallentamento della caduta”; inoltre le economie più potenti non sembrano affatto aver appreso la lezione e il cammino di riforma delle istituzioni sovrannazionali è più ingolfato che mai. Dubai è un altro simbolo del vecchio sistema di fabbricazione del denaro che non c’è, un polo edilizio, rifugio per i capitali dei ricchi del mondo, vortice turbinoso di crescita gonfiata come una vela dal vento ultracapitalista e liberista. Anche questo paradiso artificiale, con meravigliose abitazioni futuristiche, piscine da sogno e dollari moltiplicati come i pesci ha iniziato a mostrare il suo vero volto, quello oscuro della bolla speculativa.
E ancora una volta il mondo scopre impreparato – mentre chiunque avrebbe potuto immaginare un simile finale – che in fondo c’era il trucco e ora i soldi non ci sono.
Cataclisma.
Quando imparerà il mondo occidentale – che pur ad alto prezzo, ha saputo garantire uno sviluppo eccezionale – a non rispecchiarsi così tanto nella sua grandiosità? Quando saprà recuperare un poco di saggezza e di umiltà, quando ritornerà ad introdurre le vere innovazione di cui questo pianeta e gli esseri umani hanno estremamente bisogno?
Qualche giorno fa scrivevo l’articolo sulla finanza islamica, che tanto suscita interesse negli Usa e in Europa per via della vastità dei fondi ad essa collegati: la crisi di Dubai è un test per la finanza “coranica” e per l’opaco sistema giudiziario dell’Arabia Saudita. Poiché i termini di questi strumenti prevedono una partnership tra creditore e debitore non è ancora chiaro cosa accadrebbe in caso di default, ad esempio del bond da 3,5 miliardi di dollari che appartiene alla Società real estate di Dubai World, Nakheel e che è in scadenza il prossimo 14 Dicembre.
Questa storia è la dimostrazione che nessuno è al riparo dall’effetto domino delle economie mondiali. Il virus attacca tutti, indipendentemente dalle regole che ciascuno di noi si da, morali o no, religiose o no. Le parole d’ordine sono riforma, armonizzazione ed innovazione. Senza di queste, non si sfugge. FM LSDP

dubaiAncora oggi si registra un avvio negativo sui mercati del golfo, malgrado l’annuncio di ristrutturazione del debito del Dubai World. La notizia di oggi sembra essere che le piazze europee, anche sulla scia di Wall Street, resistono a differenza dei giorni precedenti. Questa storia, quella di Dubai che fa tremare il mondo, riportandolo improvvisamente sull’orlo di un nuovo tracollo finanziario, con gli spettri della corsa agli sportelli sempre agitati dai più pessimisti, ci riporta saldamente con i piedi per terra, se mai le economie mondiali avessero ripreso a volare. Leggi il resto »

26
nov
Se la Russia rimane “un rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigma” – nota, meravigliosa definizione del vecchio Winston Churchill – è anche perché il mondo occidentale si è raramente dedicato alla comprensione di quello che succede nella grande nazione russa e il modo in cui la sua leadership agisce in risposta al contesto in cui è costretta ad operare.
Questo libro, testimonianza storica e giornalistica del corrispondente da Mosca del Corriere della Sera, Fabrizio Dragosei, ci aiuta a fare luce sugli anni più difficili dell’attuale Federazione, quelli della implosione dell’Unione sovietica e della selvaggia transizione – incompleta – verso la democrazia.
Dragosei racconta e documenta il grande sacco dell’industria statale, tramite l’emissione dei voucher senza valore, che ha permesso a pochi dirigenti, in gran parte appartenenti alla vecchia elite, non solo di perpetrare, ma addirittura di ingigantire il loro potere politico e finanziario; grandi e rapide ascese e altrettanto grandi e rapide cadute come, ad esempio, nel caso degli oligarchi invisi al presidente Putin.
Dragosei ci racconta delle difficoltà di uno stato alle prese con una legalità incerta, una burocrazia e un immobilismo ereditate dal passato sovietico e l’incapacità di rinnovare le eccellenze industriali del passato; insomma di un paese con enormi potenzialità ed una tradizione straordinaria che sembra essere ancora affaticato, soffrire della sua recente storia.
Un valore aggiunto del libro, oltre la dettagliata narrazione degli avvenimenti dell’ultimo ventennio, è l’interessante interpretazione che Dragosei dà a questa storia: la figura di Boris Eltsin, spesso sminuita nei media occidentali – Eltsin è ricordato più come grande bevitore che come risoluto capo di stato – viene rivalutata, e paragonata al ruolo del traghettatore di una nave che versa in acque tempestose. Eltsin – si ricorda – fu il protagonista dell’interruzione del golpe militare in atto nel 1991, che aveva ormai messo Gorbacev nella condizione di prigioniero nella sua stessa dacia. Inoltre scorrendo le pagine del libro è facile rendersi conto del saggio tentativo – a mio avviso ben riuscito – di evitare un approccio “occidentale” nell’analizzare la storia russa.
Per comprendere il percorso che la Federazione Russa compirà nei prossimi anni, se si accontenterà di rimanere un paese esportatore di materie prime, se e come si avvicinerà all’Europa, se si avvia verso un percorso riformista o conservatore, è indispensabile capire quello che è successo nell’ultimo ventennio e quello che sta accadendo ai nostri giorni. Questo libro è dunque utile a tal scopo, poiché và ad arricchire la poverissima letteratura sul tema Russia post Urss; e ce n’era davvero bisogno.

DragoseiSe la Russia rimane “un rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigma” – nota, meravigliosa definizione del vecchio Winston Churchill – è anche perché il mondo occidentale si è raramente dedicato alla comprensione di quello che succede nella grande nazione russa e al modo in cui la sua leadership agisce in risposta al contesto in cui è costretta ad operare. Leggi il resto »

24
nov
Perché paghiamo la bolletta più cara d’Europa, 2.0: concorrenza ed oro blù.
Partendo da alcune interessanti considerazioni di un nostro lettore al mio precedente articolo sulla situazione energetica italiana, mi propongo di approfondire il tema del gas naturale, fonte energetica indispensabile per il nostro paese e comunque di straordinaria importanza per molti altri paesi membri della Comunità Europea, con eccezione della Francia. L’articolo avrà forma tripartita e cercherà di non essere eccessivamente tecnico; per i dettagli, sono disponibile a rispondere successivamente.
Retroscena
Nel 2007, ho scritto la mia tesi (qui disponibile in inglese), sulla “Vertical Foreclosure nel mercato del gas naturale”. La vertical foreclosure, letteralmente “restrizione verticale” è un fenomeno per cui, in determinati settori caratterizzati dalla presenza di bottle neck, l’impedimento all’accesso ad una infrastruttura (che funge appunto da collo di bottiglia) rappresenta, di fatto, un’esclusione dal mercato. Questo è esattamente il caso del settore “gas naturale” dove, per vendere il gas ai tuoi clienti, devi avere accesso al trasporto dello stesso dai paesi produttori, sino all’ultimo miglio, ovvero la casa o la fabbrica dell’utente finale.
La tesi illustrava come il mercato italiano, in linea con tutti gli altri mercati europei – eccetto il Regno Unito – non era sufficientemente aperto alla concorrenza, anzi caratterizzato da un oligopolio con un attore dominante, Eni Spa. Il monopolio/oligopolio, come nel resto d’Europa, aveva resistito a ben due tentativi della Commissione Europea. Nella “first gas directive” (98/30/CE) si richiedeva l’abolizione dei monopoli sull’importazione, la separazione contabile dell’operatore di rete dal monopolista verticalmente integrato e un’opzione di accesso alla rete regolata per i terzi che vi avessero fatto richiesta: i primi due obiettivi furono raggiunti, anche se a monopolio si sostituì oligopolio, mentre il terzo fu mancato, appunto per problemi di restrizione verticale. Nella “second gas directive” (2003/55/CE) si creavano delle autorità nazionali di controllo (in Italia AEEG, autorità italiana per l’energia elettrica e il gas), si richiedeva una separazione legale dell’operatore di rete dall’impresa verticalmente integrata ed una piena apertura del mercato: ancora una volta, il più importante degli obiettivi, il terzo, fu mancato.
Ieri e oggi
L’oligopolio dell’importazione, con la netta supremazia di Eni, non si ruppe. Tra l’altro Eni, allora come oggi, era in grado di controllare l’apertura del mercato attraverso l’effettivo controllo su Snam Rete Gas (l’operatore di rete, ovvero il gestore dei tubi), e quindi in modo diretto (la proprietà di alcuni gasdotti internazionali e la rete italiana) o indiretto (licenza per l’utilizzo del pipeline a lunghissimo termine) gli operatori che avrebbero potuto accedere in modo rilevante al mercato. ENI controlla infatti il 49% di TENP GmbH, tubo che trasporta il gas dall’Olanda, possiede i diritti per l’89% della capacità del gasdotto TAG, che importa il gas russo. Possiede il 46% di Transitgas (porta il gas in Francia), i diritti di esclusiva del TTPC (Trans Tunisian Pipeline Company) che trasporta il gas dall’Algeria, per lo meno fino al 2019.
Oggi, fonte AEEG (dati al 31 Dicembre 2008), Eni importa 45.9 miliardi di metricubi di gas su un totale di 74.8, contro i 9.8 di Enel e i 7.3 di Edison. Senza calcolare il grado di concentrazione del settore o l’indice di Herfindahl, a naso, direi che il settore non è esattamente concorrenziale e dunque non può dirsi sufficientemente liberalizzato. E poco importa, mi scuserà il lettore per la crudezza, se magari facciamo un poco meglio della Francia, che del gas si disinteressa completamente.
Inoltre, Eni è in grado di aggirare anche i limiti alle quote di mercato imposte dalla Commissione Europea attraverso il sistema delle vendite innovative, ovvero la vendita del gas a operatori “di fiducia” immediatamente prima del confine. Non vorrei addentrarmi in questa sede in eccessivi tecnicismi – per chi fosse interessato metto a disposizione il mio lavoro di tesi e le mie risposte – cerco solo di dimostrare come di fatto e, regolamenti a parte, il settore sia ancora piuttosto chiuso.
Cosa fare, dove andare
Dopo aver mostrato l’attuale situazione sotto il profilo concorrenziale, ci tengo a sottolineare due aspetti. Il primo è che evidenziare la carenza di concorrenza del settore non significa sminuire il ruolo del gas naturale come fonte energetica straordinariamente importante per il nostro paese. Il secondo è che le alte tariffe che noi paghiamo nella bolletta sono, per buona parte, un’ulteriore forma di tassa indiretta perché l’azionista più importante di Eni è lo stato. Nel precedente articolo scrivevo: i governi “hanno preferito investire su relazioni privilegiate, con alcuni dei paesi produttori – Russia, Libia, Venezuela – assicurandosi buone relazioni commerciali e sicurezza della fornitura. In questo contesto la duplice veste di azienda privata ma statale di ENI, è stato un modello vincente”.
Su questo punto bisogna essere molto chiari. Attualmente la scelta delle nostre elite è ricaduta su un modello energetico che non prevede concorrenza, basato sulla convinzione che il settore è troppo delicato – rischi circa la sicurezza della fornitura, costi energetici esorbitanti e imprevedibili – perché si giochi a fare gli economisti. Lo stato deve avere garanzie e deve gestire la questione il più possibile direttamente; i parametri europei “li soddisfiamo” a modo nostro. Questo è vero soprattutto per il gas. Ed è vero, con maggior o minor intensità, in tutta Europa.
Le elite future saranno irremovibili su questa scelta? Conviene un cambio di strategia? Per rispondere a queste domande ripartirò da un’ottima osservazione del lettore di cui sopra, quella relativa alle infrastrutture. Innanzitutto – scusate se mi azzardo in una considerazione banale – ma le infrastrutture hanno un costo molto elevato. In secondo luogo, la quantità aggiuntiva trasportabile non servirebbe ad altro che ad aumentare la concorrenza perché il gas che ci serve arriva comodamente anche con le infrastrutture attuali (la congestione fisica è un fenomeno piuttosto raro). Dunque, si sta parlando di oversupply. Chi si sobbarca questo costo? Conviene investire in termini di costo opportunità?
Bene, la risposta è che conviene se cambia radicalmente la politica energetica italiana e le elite (Bersani è parzialmente d’accordo con questa visione – lo intervistai per la tesi) si convincono che è più conveniente rinunciare al controllo sulle importazioni, per creare un grande mercato dell’energia con sede Italia, un grande snodo energetico ed, ecco la parola magica, un grande hub: l’Italia come grande hub del gas europeo.
Il mio parere è che, a conti fatti, questa strategia pagherebbe, perché ridurrebbe i costi dell’energia, la dipendenza da Gazprom-Sonatrach e soprattutto darebbe all’Italia un ruolo a livello internazionale, cosa che ad oggi, e non solo in tematiche energetiche, proprio manca.
Fabio Mineo
LSDPartendo da alcune interessanti considerazioni di un nostro lettore al mio precedente articolo sulla situazione energetica italiana, mi propongo di approfondire il tema del gas naturale, fonte energetica indispensabile per il nostro paese e comunque di straordinaria importanza per molti altri paesi membri della Comunità Europea, con eccezione della Francia. L’articolo avrà forma tripartita e cercherà di non essere eccessivamente tecnico; per i dettagli, sono disponibile a rispondere successivamente.

eniPartendo da alcune interessanti considerazioni di un nostro lettore al mio precedente articolo sulla situazione energetica italiana, mi propongo di approfondire il tema del gas naturale, fonte energetica indispensabile per il nostro paese e comunque di straordinaria importanza per molti altri paesi membri dell’Unione Europea, con eccezione della Francia. L’articolo avrà forma tripartita e cercherà di non essere eccessivamente tecnico; per i dettagli, sono disponibile a rispondere successivamente. Leggi il resto »