Master Affari Politicin
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19 ago
di Fabio Mineo      sezione: Ambiente ed energia
Oilworld

La volatilità del prezzo del petrolio negli ultimi due decenni è stata straordinariamente alta: questo è passato in pochi anni dai 40 dollari del 1991, al minimo di 16 dollari nel 1999, ai 55 dollari di fine 2004, fino ad oscillare paurosamente dai 147 dollari del luglio 2008 ai 34 del febbraio 2009, fino ai circa 80 dollari di queste settimane. Le ampie oscillazioni del prezzo del barile tuttavia, non hanno rispecchiato in modo più o meno fedele la domanda mondiale di greggio, sono state bensì frutto di speculazioni finanziarie.

Fino alla metà degli anni ’80 era l’OPEC a fissare i prezzi del petrolio. Oggi sono i mercati finanziari a regolare il prezzo e conseguentemente i livelli di produzione dei suoi membri, fornitori di circa il 40 per cento del mercato.

Nonostante la spettacolare crescita del fabbisogno energetico dei paesi in via di sviluppo dal ’93 ad oggi ( +170% per la Cina, +130% per l’India, +79% per il Medio Oriente) abbia generato degli evidenti squilibri sul mercato dell’approvvigionamento energetico, l’andamento del prezzo del petrolio e del gas naturale erano scollegati, non solo dall’andamento del fabbisogno, ma talvolta anche dalle aspettative sulla crescita di tale fabbisogno.

Si assiste in definitiva, ad un’incapacità del mercato – sempre più in balia dei sentimenti di euforia e di terrore – di individuare un prezzo corretto, frutto delle dinamiche dell’economia reale più che della speculazione. Come molti osservatori fanno notare, non c’è problema nello scommettere sull’incremento o la riduzione di un prezzo, ma c’è un problema quando è la scommessa stessa a diventare il principale fattore che influenza il prezzo.

Questa situazione genera un effetto di vulnerabilità tanto per i paesi produttori, quanto per i consumatori. Supponiamo che crolli il prezzo del petrolio. Apparentemente l’Europa e gli Stati Uniti, trarrebbero beneficio dalla riduzione dei costi energetici. Tuttavia, la forte destabilizzazione dei paesi produttori (Russia, monarchie petrolifere) riserva un pericoloso futuro di instabilità lungo il margine meridionale di Eurasia, con conseguenze geopolitiche imprevedibili. Al contrario, un prezzo alle stelle, genera una competizione per l’approvvigionamento, tanto attraverso lo sfruttamento diretto delle risorse, quanto attraverso il controllo delle infrastrutture di trasporto delle stesse (gasdotti, oleodotti).

Insomma, la stabilità del prezzo del petrolio è una condizione essenziale per ridurre l’incertezza in un settore tanto determinante per stabilire la distribuzione del potere nel nuovo confuso ordine mondiale. Fino a quando non saranno stabiliti dei meccanismi di controllo del prezzo del greggio e dei prodotti energetici, in grado di legare nuovamente le loro fluttuazioni agli andamenti di domanda e offerta, la battaglia sull’energia sarà ulteriore fonte di elevata vulnerabilità economica di tutti gli attori più importanti nello scacchiere geopolitico e dunque di elevata instabilità nel fragile sistema delle relazioni internazionali che si è venuto a determinare con la fine del mondo bipolare.

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16 ago
Roubini

Già nel 2006, dal podio del Fondo monetario internazionale, Mr Roubini ammonì i presenti su un imminente, terribile crack dell’economia mondiale, innescato dalla crisi dei mutui immobiliari americani, dall’oscillazione dei prezzi del petrolio e dalla conseguente crisi di fiducia dei consumatori. Da allora la comunità degli economisti lo etichettò come Mr. Doom (Signor Rovina, Signor Distruzione).

Roubini continua a presagire un futuro caratterizzato da numerose crisi per il semplice fatto che queste non sono dei “cigni neri”, eventi unici e imprevedibili, bensì delle fasi tipiche del sistema capitalista e, in quanto tali, prevedibili e gestibili in modo più opportuno. Il problema sta’ proprio nella capacità dei governi e delle istituzioni preposte al loro coordinamento, di gestire questi processi, riducendo l’alimentazione delle bolle speculative, favorendo meccanismi di integrazione degli strumenti finanziari che impediscano la competizione al ribasso sulla regolamentazione dei mercati al fine di attirare i capitali.

Il libro, serie bianca Feltrinelli, è per certi versi molto tecnico ma la narrazione delle fasi della crisi è superba, degna di un grande sceneggiatore: la miopia di Greenspan, la folle corsa all’incremento della leva finanziaria, le cartolarizzazioni e la crescente complessità degli strumenti finanziari, l’ascesa e il declino di potentissime banche d’investimento, dopo il crack di Lehman Brothers; il disperato tentativo delle banche centrali di salvare il sistema, l’enorme difficoltà di ricreare un clima di fiducia tra gli istituti bancari e nel mercato, ancora l’immediata rinascita di istituti come Goldman Sachs – salvati di fatto dal contribuente americano – e le enormi difficoltà incontrate dall’amministrazione Obama nel riformare in modo profondo e sostanziale l’architettura complessiva della finanza americana.

Solo ricavando i giusti insegnamenti da queste esperienze è possibile fronteggiare l’endemica instabilità dei sistemi finanziari, imparare a prevederne i punti di rottura, circoscrivere i pericoli di contagio globale, e soprattutto riuscire a ricreare un’epoca di stabilità simile a quella che ha caratterizzato il periodo tra il 1945 e i primi anni settanta – per intenderci – prima delle crisi petrolifere e dell’inizio della deregulation reaganiana.

Per Roubini il capitalismo oscilla costantemente tra fasi di stabilità e fasi di crisi. Nelle prime si assiste ad una progressiva riduzione della regolamentazione per favorire la crescita “ad ogni costo” mentre nelle seconde si assiste al tentativo degli stati di riprendere a sé il controllo del mercato, rallentando la crescita di breve periodo a favore di una fase di stabilità. Questo è quanto accadde negli Stati Uniti degli anni ’30, un processo di regolamentazione che porrà le basi della stabile architettura del mondo post bellico. Ad oggi, il maggiore grado di incertezza, dovuto anche alla fase di debolezza attraversata dagli Stati Uniti, rende ancora più complessa una azione concertata di regolamentazione dei mercati finanziari, il che espone l’economia mondiale al rischio di nuove preoccupanti fasi depressive.

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10 ago
di Fabio Mineo      sezione: Italian politics
totò

Anche la questione Caliendo si è risolta, una vittoria di Pirro per la maggioranza, ma ora si può finalmente andare tutti al mare. La situazione politica è più incerta che mai, anche se ad oggi, ancora favorevole a Berlusconi. Il premier ha delle carte da giocare, perché se si vota presto e con questa legge elettorale lui  e Bossi – ormai una diarchia consolidata – hanno la possibilità di sparigliare l’inesistente Partito Democratico e il neonato “grande centro”. Leggi il resto »

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30 lug
di Fabio Mineo      sezione: Ambiente ed energia
NO_nucleare_OKrinnovabile

Negli Stati Uniti il costo di un kilowatt prodotto da energia solare è inferiore allo stesso prodotto con energia nucleare. Ecco quanto affermato da uno studio del prof. Blackburn della Duke University, prontamente ripreso dal New York Times e per l’Italia dal Corriere della Sera. Nessuno è in grado di calcolare precisamente il costo di un kilowatt di energia, qualunque sia la fonte da cui questo viene prodotto. Questo perché il costo dipende da un elevatissimo numero di fattori differenti, a seconda del luogo di produzione, della modalità di produzione, del livello tecnologico. Leggi il resto »

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27 lug
di Fabio Mineo      sezione: Italian politics
elezioni

La situazione politica italiana è incastrata più che mai nella crisi dei due maggiori partiti. Dopo la “fusione a freddo” del PD, ancora ad oggi un ectoplasma sulla scena politica italiana, è ormai sancita la profonda spaccatura all’interno del PDL, dilaniato più che mai dal correntismo e dalla contrapposizione tra berlusconiani – finiani. I partiti più forti – quelli che accrescono il consenso – sono quelli più “estremi”, Italia dei Valori e Lega Nord, movimenti politici comunque troppo poco “generalisti”, per aspirare a qualcosa di più del 10-15 % dell’elettorato. Leggi il resto »

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27 giu
patel

Se considerassimo i costi sociali che le multinazionali scaricano sulla collettività per produrre a prezzi “stracciati”, scopriremmo il reale valore delle cose. E così, valutando il costo dell’emissione di CO2, i costi “sanitari”, un hamburger prodotto dalla celebre corporation McDonald, arriverebbe a valere ben 200 dollari, all’incirca 196 in più del suo prezzo di vendita. Leggi il resto »

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11 giu
di Fabio Mineo      sezione: Politica globale
game_over

Contrariamente a quanto in molti pensano, le misure intraprese dai governi europei in risposta al cosiddetto “attacco all’Euro”, non rappresentano un ulteriore passo in avanti verso l’avvicinamento dei paesi membri e la convergenza verso un’Europa più coesa e coordinata. Ad esempio, il recente piano da 80 miliardi di euro varato in Germania, costringendo tutti gli altri paesi membri ad analoghe manovre restrittive, segna la fine delle residue speranze che ancora ingenuamente si potevano nutrire nel sogno europeista. Leggi il resto »

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04 giu
pericolo

E’ da molto tempo che si diffonde una corrente di pensiero, che un tempo sarebbe stata definita “dissidente”, “no global” o anticapitalista, che denuncia la totale mancanza di etica nei comportamenti delle multinazionali e la grossa carica di ingiustizia che queste porterebbero nel mondo, compreso il mondo occidentale, ovvero il massimo beneficiario della globalizzazione sregolata. A questa corrente di pensiero, aderiscono anche importanti personalità del mondo scientifico e culturale, da premi nobel come Mohammed Yunus a scienziati (Wilkinson e Pickett nella loro “misura dell’anima”), da vecchi saggi come Amartya Sen a giovani promettenti dissidenti, come Raj Patel. Leggi il resto »

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