08
feb

“Dobbiamo fare una cosa nuova, un Quarto Stato che si mette in movimento, per far valere la questione morale e quella culturale contro l’autoritarismo berlusconiano. Una rete, un vocabolario del cambiamento e della speranza”. A dirlo sono due politici all’apparenza diversi, ma oggi molto uniti e vicini. Da una parte Nichi Vendola, l’Obama pugliese che deve il suo nome un po’ a San Nicola e un po’ a Kruscev, con l’orecchino che brilla, la dichiarata omosessualità. Il vincitore inaspettato. Dall’altra Luigi De Magistris, elegante magistrato ed eurodeputato, garante della Costituzione, strenuo difensore della lotta alla criminalità organizzata, pupillo di Di Pietro che prova forse ad emanciparsi. Leggi il resto »

03
feb

Insuccesso, fallimento, catastrofe. Per alcuni necrologio. A dicembre, alla chiusura del summit di Copenhagen, in molti avevano manifestato la propria delusione. In termini di impegni sul clima non si era di certo fatto un gran passo avanti: nessun accordo legalmente vincolante sulle riduzioni delle emissioni di anidride carbonica, un obiettivo che prevede la riduzione di 2 gradi centigradi del riscaldamento del pianeta entro il 2020, ma nessuna cifra o  scadenza per le riduzioni di gas serra. Unico dato certo gli aiuti ai Paesi in via di sviluppo: 30 miliardi di dollari entro il 2012, che dovrebbero diventare 100 entro il 2020. Leggi il resto »

22
gen

Gennaio 2015. 70.000 veicoli elettrici sfrecciano per le strade di New York. Queste le previsioni di uno studio della società di consulenza McKinsey&Co: entro cinque anni i veicoli elettrici e ibridi potranno rappresentare circa il 15% del parco circolante americano e poco meno del 10% di quello europeo e asiatico. Il futuro dell’auto dunque nella mobilità sostenibile, con veicoli ibridi e elettrici plug-in, ovvero capaci di ricaricarsi da una comune presa di corrente. Leggi il resto »

18
gen

L’oceano è come una madre per il mio popolo, ma l’oceano sta anche distruggendo le nostre isole. Sappiamo che probabilmente affonderemo e ora ci stiamo cercando un nuovo posto dove vivere. Gran parte della nostra cultura vivrà solo nella memoria.” dice un abitante dell’isola  Cartaret nel film “Sun come up” di Jennifer Redfearn. Ma “Sun come up” non è un fantasy. E’ tragica realtà.  La realtà degli eco migranti. Leggi il resto »

22
dic

bhagwatiIl capitalismo dopo la crisi?  Secondo Jagdish Bhagwati dovrà essere connotato dalla responsabilità sociale, di tutti. Ricchi e poveri.
L’economista indiano, docente del Dipartimento di Economia e Diritto alla Columbia University e recente ospite in Italia, è convinto che la crisi sia stata soprattutto frutto di un ottimismo eccessivo per il mercato finanziario. Leggi il resto »

20
dic

Cop 15“La montagna ha partorito il topolino” queste le parole pronunciate da mons. Celestino Migliore, delegato vaticano all’Onu. E questa forse è la dichiarazione che meglio rappresenta la conclusione del summit di Copenhagen. 115 capi di Stato e di Governo incapaci di abbandonare gli egoismi e di agire insieme. Incapaci di vedere il futuro. Incapaci di essere davvero globali. Leggi il resto »

15
dic
Mancano ormai pochi giorni alla chiusura del summit di Copenhagen e, malgrado l’ottimismo del segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon, sono ancora molti gli ostacoli da superare per raggiungere un “accordo solido”.
Proposte, trattative, offerte e controfferte, ma ancora nessun punto di incontro sostanziale.
Paesi sviluppati e in via di sviluppo, ricchi contro poveri, perché Copenhagen e la lotta ai cambiamenti climatici sono soprattutto questo.
Si attendono i capi di governo e di Stato, si attende un cambiamento di rotta, si attende il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
Ad attenderlo in lacrime dopo un accorato appello è Ian  Fry, delegato del piccolo arcipelago Tuvalu, a rischio scomparsa a causa dell’innalzamento del livello del mare.
Ad attenderlo ci sono gli attivisti di Greenpeace che dal we can vorrebbero che il premio Nobel passasse al we must.
Ad attenderlo c’è la Cina che non transige sul fatto che gli Stati Uniti si siano limitati ad un taglio delle emissioni entro il 2020 pari solo al 17% rispetto al 2005.
Il Presidente da parte sua arriverà nella capitale danese con il suo Climate Change Bill ancora bloccato in Senato, ma con la speranza che in primavera possa diventare legge e che quindi i piani USA in fatto di ambiente possano essere più ambiziosi.
Certo è che nemmeno gli Stati Uniti sono disposti a cedere se la Cina non prevedrà maggiori impegni.
Cina e Usa la battaglia tra i grandi energivori.
I delegati di Pechino sono stati chiari: riduzione del 50% dei gas inquinanti entro il 2050 a patto che i paesi ricchi taglino le emissioni tra il 30-40% entro il 2020.
E poi ci sono i piccoli arcipelagi, gli Stati africani che combattono con la siccità, i G-77, ossia gli Stati in via di sviluppo, che hanno bisogno di far crescere l’economia e di ridurre il divario sociale.
C’è l’Europa che da sempre si fa portavoce, ma che sa di non potercela fare da sola, e che al suo interno presenta posizioni diverse, tra chi vorrebbe mantenere la decisione del taglio del 20% e chi si spinge al 30%.
Contrasti e negoziati che non vertono solo sul taglio delle emissioni, ma anche sui finanziamenti per i paesi poveri.
I paesi industrializzati offrono 10 miliardi di dollari entro il 2010, ma la reazione dei paesi in via di sviluppo è negativa. La cifra non rappresenterebbe un impegno valido e il delegato sudanese Di-Aping chiede piuttosto come mai non vengano erogati gli stessi aiuti forniti per salvare le istituzioni finanziarie.
Per ora il risultato a cui si arriverà il 18 dicembre è quanto mai incerto.
Unione Europea, Stati Uniti, Australia, Canada, Giappone, Russia e Nuova Zelanda confidano nella sottoscrizione di un trattato unico e globale, un vero post Kyoto. I paesi G-77 vorrebbero invece che i paesi industrializzati si assumessero integralmente l’onere delle limitazioni, in quanto responsabili delle emissioni e dei cambiamenti climatici.
Ad attendere un vero accordo ci siamo tutti noi. Ci aspettiamo un vero cambiamento perché oramai siamo consapevoli della sua necessità. Una nuova rotta segnata da riduzione delle emissioni, da un commercio internazionale e un’agricoltura più sostenibili, da una produzione decentralizzata da energie rinnovabili, da un cambiamento di stili di vita. Da un futuro possibile.
Floriana Bulfon

COP15Mancano ormai pochi giorni alla chiusura del summit di Copenhagen e, malgrado l’ottimismo del segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon, sono ancora molti gli ostacoli da superare per raggiungere un “accordo solido”. Proposte, trattative, offerte e controfferte, ma ancora nessun punto di incontro sostanziale. Paesi sviluppati e in via di sviluppo, ricchi contro poveri, perché Copenhagen e la lotta ai cambiamenti climatici sono soprattutto questo. Leggi il resto »

05
dic

conferenza-ONU-di-copenhagenIn una città a misura d’uomo- la dolce regina del Nord come la definì Kierkegaard- tra biciclette e mercatini di Natale, il 7 dicembre si riuniranno delegati da tutto il mondo per tentare di raggiungere un accordo internazionale in grado di assicurare continuità all’azione di lotta al cambiamento climatico avviata dal Protocollo di Kyoto. La Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima che si terrà a Copenhagen è solo l’ultimo atto del processo che cerca di mettere un limite alle emissioni alla base del surriscaldamento terrestre. Leggi il resto »

28
nov

rampiniUna rivoluzione tranquilla, una rivoluzione necessaria. Slow Economy. Rinascere con saggezza. E un sottotitolo Tutto quello che noi occidentali possiamo imparare dall’Oriente.A descrivere questo viaggio da Ovest a Est, fatto di contaminazioni e buone pratiche da mettere in atto, è Federico Rampini. Leggi il resto »

21
nov
Un mondo Free per tutti, libero e gratis, questo è il nuovo modello vincente di profitto, la nuova e possibile rivoluzione a costo zero. Ad affermarlo è Chris Anderson, direttore di Wired USA già teorico della “coda lunga”, che annuncia con il suo nuovo libro Free. The future of a radical price l’arrivo della freeconomics, un nuovo tipo di economia dove il miglior modo di guadagnare è volgersi al gratuito.
In The Long Tail l’innovativo autore sosteneva come nell’era digitale, dell’economia dell’abbondanza e del mondo immateriale senza costrizioni da scaffali, non ci si potesse basare più sui prodotti di massa per trarre profitto; occorreva piuttosto concentrarsi sui prodotti di nicchia, prodotti che vendono poco ma che sommati portano enormi guadagni.
Con Free si va oltre e l’economia dell’abbondanza porta alle offerte gratuite, alla freeconomics.
Un assioma dell’economia è che i prezzi scendono fino al costo di produzione in un mercato competitivo e nessun mercato è più competitivo del web. Le opportunità per avere modelli di business basati sul gratis non sono mai state più ampie e la tesi di Friedman, dell’economia come scienza sociale della scelta in condizioni di scarsità, lascia oggi il posto all’abbondanza e a nuovi paradigmi.
L’economia del gratis non è affatto perdente. << Si possono fare un mucchio di soldi con le cose gratis. Il gratuito rende appetibili nuove cose e l’abbondanza crea nuovi bisogni>> sostiene Anderson.
Sono molti gli esempi di aziende che prosperano regalando qualcosa e monetizzando qualcos’altro
You Tube, Google, le compagnie low cost e persino i venditori ambulanti di musica a San Paolo, che offrono CD per far pubblicità alle performance dal vivo, regalano qualcosa e guadagnano da qualcos’altro.
Basta sfruttare la popolarità e l’attrattività che comporta su tutti noi la parola magica “gratis” e ottenere profitto vendendo un altro servizio.
Come? Anderson delinea più modelli economici.
Dalla pubblicità che permette a Google di offrire Gmail e far profitti con la pubblicità associata alle ricerche, al modello Fremium che consiste nell’offrire un servizio gratuito con delle funzionalità a pagamento in opzione, come ad esempio Flickr e la versione Pro a pagamento.
Dalla cross-subsidies economy in cui il prodotto gratis invoglia all’acquisto di un altro, all’economia del dono, perché come dimostra Wikipedia ci possono essere altri modi di creare valore che vanno ben oltre il denaro.
E pensare che tutto è cominciato con una lametta da barba, con il signor Gillette che per primo ha regalato un prodotto accoppiato ad un altro per creare mercato e, per Anderson, tutto finirà nell’economia del waste, ovvero nell’idea che un bene può essere talmente facile da produrre che lo si può persino sprecare. Gli scarti che diventano una risorsa. L’aveva capito, nei lontani anni settanta, il geniale Alan Kay che sprecò l’allora preziosa potenza di calcolo per disegnare le icone per il desktop. La sua scelta ha semplificato la nostra vita e ha fatto guadagnare molto sia ad Apple sia a Microsoft.
Le tesi di Free non possono essere considerate regole sacre.
In primo luogo possono sembrare una furba strizzata d’occhio alle regole più classiche e diffuse del vecchio marketing…. Della serie ” Ti regalo questa elegante pubblicazione sui delfini e ti compri la versione rilegata dei 24 volumi dell’enciclopedia del mare”, “vinci una visita gratuita del nostro consulente che ti esporrà i benefici dei materassi in lattice” sottointeso “non ti mollerà più finché non li hai comprati per l’intera famiglia dal trisavolo al bis-nipote”.
Molti definiscono Anderson un utopista tecnologico. Ci sono infatti alcuni aspetti tecnici poco chiari.  L’autore parla di costi marginali delle tecnologie in costante declino, dovuti ai processi di innovazione che permetterebbero una diminuzione continua dei costi per erogare servizi via web, ma la realtà sembra ancora non avvalorare questa tesi. Tant’è che la sola banda per trasmettere i video di You Tube costa oltre 360 milioni di dollari ogni anno. Un costo enorme che non può essere sostenuto dall’attuale sistema di pubblicità.
La pubblicità online presenta infatti ancora investimenti troppo bassi su molti mercati e la crisi economica mondiale ne ha determinato un forte decremento.
Occorrerà dunque trovare una modalità alternativa per sostenere la visibilità e la competitività reale del modello della freeconomy.
Nonostante tutto ciò, il modello Free annuncia davvero qualcosa di nuovo: prefigura la presenza di una socialità attorno al consumo, sottrae l’individuo al sonno dogmatico in  cui i meccanismi classici dell’economia di consumo lo hanno fatto cadere, rende chi compra più autonomo nelle scelta e più consapevole nell’acquisto. Ci libera dall’oscura legge del do ut des , della domanda e dell’offerta e dal nodo gordiano dal produttore al consumatore.
Rende più umano il denaro, più nobile il consumo meno violenta  la concorrenza.
Ci rende tutti, almeno un po’, più creativi e più liberi.
Floriana Bulfon
free-chris-anderson
Un mondo Free per tutti, libero e gratis, questo è il nuovo modello vincente di profitto, la nuova e possibile rivoluzione a costo zero. Ad affermarlo è Chris Anderson, direttore di Wired USA già teorico della “coda lunga”, che annuncia con il suo nuovo libro Free. The future of a radical price l’arrivo della freeconomics, un nuovo tipo di economia dove il miglior modo di guadagnare è volgersi al gratuito.
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