La creatività è una parola che ultimamente appare ovunque e il settore delle politiche culturali non fa eccezione. Eppure, una recente ricerca afferma che cultura e creatività sono molto di più che “semplice” fonte di produzione artistica. Un approccio creativo al patrimonio culturale può fare della cultura un vero e proprio motore di innovazione economica e sociale.
Per la prima volta, lo studio “The impact of culture on creativity” (2009) condotto per conto della Commissione Ue cerca di spiegare in che modo cultura alimenta la creatività e perché l’Europa ha bisogno di una Strategia post-Lisbona che valorizzi oltre alla creatività tecnologica e scientifica, anche la c.d. “culture-based creativity”.
Cultura e creatività?
Trovare delle correlazioni tra “cultura” e “creatività” è un compito tanto interessante quanto complesso. La cultura, infatti, può essere intesa come qualcosa di estremamente dinamico che si arricchisce costantemente, ma anche come insieme di convezioni in grado di mettere barriere alla sperimentazione, al nuovo, così come all’integrazione e al dialogo interculturale.
La creatività, invece, è proprio quel processo che conduce a un risultato originale rispetto al contesto di riferimento. Inoltre, così come sottolineato dallo studio, nel mondo occidentale la creatività è più legata all’innovazione di prodotto, mentre in Oriente il concetto include anche un aspetto emozionale .
A partire da entrambe le visioni, la culture-based creativity viene definita come processo non lineare di creazione che prende ispirazione dal patrimonio culturale. Da qui che nasce l’opera artistica. Ma non solo.
La cultura come motore di innovazione economica e sociale
Lo studio mette in luce le proprietà della culture-based creativity come motore di innovazione nella sfera economica, sociale ed educativa. Inoltre, i cambiamenti nell’era digitale mettono ancora di più in luce le potenzialità della “creatività culturale”. Le reti peer-to-peer di condivisione nascono innanzitutto in ambito artistico (per es. la musica) per venire poi riprese in altri siti e blog dove condividere idee, pensieri e commenti per esempio in ambito politico.
L’arte, nonché i processi propri della produzione artistica e le modalità di condivisione dei suoi aspetti più emozionali trovano oggi spazio nelle strategie aziendali e nelle politiche sociali e dell’educazione per obiettivi di comunicazione, coesione e apprendimento inter- e multi-disciplinare. Per esempio, in ambito di gestione delle risorse umane, l’agenzia svedese TILLT gestisce le c.d. “residenze d’artista” per migliorare il clima di lavoro e il rapporto tra gli impiegati attraverso attività artistiche di vario genere. In Francia, un progetto nazionale denominato “Cultura e ospedale” ha permesso di rilanciare l’immagine dell’ospedale della regione Rhône-Alpes presso la comunità dell’area attraverso numerose collaborazioni tra artisti, pazienti e personale della struttura. Reggio-Emilia è citata nello studio di KEA per il suo modello di “apprendimento creativo” adottato negli asili e basato sulla promozione dei manufatti realizzati dai bambini stessi insieme all’aiuto di artisti professionisti. A livello universitario, i Paesi del nord Europa la fanno da padrone. In Finlandia, la Aalto University nasce dalla collaborazione tra le tre università di Helsinki di tecnologia, business e design. L’apprendimento interdisciplinare è un must nel mondo dei lavori a progetto che richiedono un lavoro di squadra tra persone con background professionali e culturali spesso molto diversi .
Le politiche europee: cambiare strategia
A livello di politiche pubbliche, perché la creatività culturale emerga occorrono abilità personali (pensiero divergente e capacità di andare oltre le convenzioni), capacità tecniche (spesso artistiche) ma anche un ambiente sociale e istituzionale che incoraggi l’accesso alla cultura e al pensiero creativo. Si tratta quindi di mettere al centro il potenziale umano e valorizzare i processi di creazione creativa propri dell’ambito artistico nel più vasto contesto socio-economico. Nella nuova politica dell’innovazione post-Lisbona le risorse dovrebbero quindi essere riallocate sulla base di un nuovo modo di guardare alla cultura e ai suoi molteplici effetti sulla società. In questo modo, il ricco patrimonio dell’UE diventerebbe non solo fonte di identità culturale e coesione sociale nella realizzazione del progetto europeo ma anche fattore competitivo.
E l’Italia?
Quale può essere la risposta dell’Italia in merito a tale proposta? Il nostro “Bel Paese” viene continuamente sponsorizzato come terra d’arte e cultura ma, nei fatti, questo patrimonio fa fatica a ricevere concreto riconoscimento. In particolare, lo studio chiede di dare voce a quella “classe creativa” in grado di far parlare la tanto vantata ricchezza. Il rapporto di Richard Florida e Irene Tinagli afferma che in Italia l’incidenza dei lavoratori creativi (architetti, designer, ma anche ingegneri, medici e altre professioni molto qualificate secondo la definizione degli autori) sul totale della forza lavoro è passata dal 9 per cento al 21 per cento. Purtroppo, però, l’Italia si distingue piuttosto per la c.d. “fuga di cervelli” che per l’attrazione di capitale umano e la condizione delle condizioni favorevoli a una politica culturale innovativa restano al momento solo un lontano miraggio. Inoltre, è bene notare che, secondo lo studio, gli artisti stessi dovrebbero essere agevolati nel trovare un nuovo ruolo nell’economia e nella società, non più semplicemente “limitato” alla produzione artistica.

La creatività è una parola che ultimamente appare ovunque e il settore delle politiche culturali non fa eccezione. Eppure, una recente ricerca afferma che cultura e creatività sono molto di più che “semplice” fonte di produzione artistica. Un approccio creativo al patrimonio culturale può fare della cultura un vero e proprio motore di innovazione economica e sociale.
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