Già nel 2006, dal podio del Fondo monetario internazionale, Mr Roubini ammonì i presenti su un imminente, terribile crack dell’economia mondiale, innescato dalla crisi dei mutui immobiliari americani, dall’oscillazione dei prezzi del petrolio e dalla conseguente crisi di fiducia dei consumatori. Da allora la comunità degli economisti lo etichettò come Mr. Doom (Signor Rovina, Signor Distruzione).
Roubini continua a presagire un futuro caratterizzato da numerose crisi per il semplice fatto che queste non sono dei “cigni neri”, eventi unici e imprevedibili, bensì delle fasi tipiche del sistema capitalista e, in quanto tali, prevedibili e gestibili in modo più opportuno. Il problema sta’ proprio nella capacità dei governi e delle istituzioni preposte al loro coordinamento, di gestire questi processi, riducendo l’alimentazione delle bolle speculative, favorendo meccanismi di integrazione degli strumenti finanziari che impediscano la competizione al ribasso sulla regolamentazione dei mercati al fine di attirare i capitali.
Il libro, serie bianca Feltrinelli, è per certi versi molto tecnico ma la narrazione delle fasi della crisi è superba, degna di un grande sceneggiatore: la miopia di Greenspan, la folle corsa all’incremento della leva finanziaria, le cartolarizzazioni e la crescente complessità degli strumenti finanziari, l’ascesa e il declino di potentissime banche d’investimento, dopo il crack di Lehman Brothers; il disperato tentativo delle banche centrali di salvare il sistema, l’enorme difficoltà di ricreare un clima di fiducia tra gli istituti bancari e nel mercato, ancora l’immediata rinascita di istituti come Goldman Sachs – salvati di fatto dal contribuente americano – e le enormi difficoltà incontrate dall’amministrazione Obama nel riformare in modo profondo e sostanziale l’architettura complessiva della finanza americana.
Solo ricavando i giusti insegnamenti da queste esperienze è possibile fronteggiare l’endemica instabilità dei sistemi finanziari, imparare a prevederne i punti di rottura, circoscrivere i pericoli di contagio globale, e soprattutto riuscire a ricreare un’epoca di stabilità simile a quella che ha caratterizzato il periodo tra il 1945 e i primi anni settanta – per intenderci – prima delle crisi petrolifere e dell’inizio della deregulation reaganiana.
Per Roubini il capitalismo oscilla costantemente tra fasi di stabilità e fasi di crisi. Nelle prime si assiste ad una progressiva riduzione della regolamentazione per favorire la crescita “ad ogni costo” mentre nelle seconde si assiste al tentativo degli stati di riprendere a sé il controllo del mercato, rallentando la crescita di breve periodo a favore di una fase di stabilità. Questo è quanto accadde negli Stati Uniti degli anni ’30, un processo di regolamentazione che porrà le basi della stabile architettura del mondo post bellico. Ad oggi, il maggiore grado di incertezza, dovuto anche alla fase di debolezza attraversata dagli Stati Uniti, rende ancora più complessa una azione concertata di regolamentazione dei mercati finanziari, il che espone l’economia mondiale al rischio di nuove preoccupanti fasi depressive.









