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I suggerimenti di Anatol Lieven e Maleeha Lodhi per l’Afghanistan, tra il 2011 e la guerra infinita.
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Nato«La Nato in Afghanistan non cerca solo soldati. Abbiamo bisogno di battaglioni, di brigate, ma anche di team per l’addestramento di pattuglie di sorveglianza». Questo il messaggio che il generale Eric Tremblay, portavoce dell’Isaf, ha lanciato in occasione dell’incontro tra i 43 paesi (che partecipano alla missione internazionale) riuniti ieri nel headquarters della Nato di Bruxelles. Leggi il resto »

19
nov
La mafia della droga si rigenera come l’Idra della mitologia greca. Quando i servizi di lotta contro gli stupefacenti le bloccano la strada, questa cerca un nuovo itinerario. Quando i campi della coca vengono distrutti con polverizzazioni erbicide, la mafia sposta i campi da un’altra parte. La caccia mondiale ai trafficanti ha dato, fin’ora, pochi risultati. Le droghe sono sempre più abbondanti ed economiche, i pusher sempre più potenti e la maggior parte dei paesi esita ancora a ricercare dei metodi alternativi alla repressione limitandosi a persecuzioni schizofreniche, costosissime e contro producenti. Fernando Peinado Alcaraz, giornalista de El Pays, si chiedeva in un articolo se ci siano dei modi migliori di vincere la guerra contro la droga. La questione è più che mai d’attualità. In marzo scorso gli esperti si sono dati appuntamento a Vienna per tracciare il bilancio della strategia decennale adottata nel 1998 dall’Onu. In quella sede, i thinkers hanno dovuto ammettere che la guerra contro il traffico aveva fallito e hanno chiesto l’abbandono della strategia repressiva, che fissava l’obiettivo di “un mondo senza droga”.  Per raggiungere questo scopo, molti governi hanno scelto di attaccare il male alla radice. Le costose campagne di distruzione delle piantagioni di coca sud-americane, finanziate dagli Stati Uniti, hanno fatto sì che le coltivazioni fossero spostate verso luoghi più difficili da raggiungere. Ma la produzione non è diminuita. Nonostante  l’Onu abbia stimato che attualmente circa il 42 per cento della produzione mondiale di cocaina e il 23 di quella di eroina siano state sequestrate al narcotraffico, gli esperti della politica antidroga rimettono in causa la fedeltà delle cifre e, anzi, denunciano che il volume delle vendite al dettaglio nelle città europee o degli Stati Uniti non smette di aumentare. Ne è la prova la discesa del 10 al 30 per cento dei prezzi della droga durante l’ultimo decennio.
Più le forze dell’ordine complicano il lavoro ai “cartelli”, più questi danno prova d’ingegnosità. I “narco-sottomarini” sono un esempio dell’instancabile capacità dei trafficanti di  raggirare i controlli della polizia. Costruiti in cantieri navali clandestini, nelle foreste colombiane, questi piccoli sotto-marini si spostano al di sotto della superficie dell’acqua e possono trasportare fino a dieci tonnellate di cocaina verso il ricchissimo mercato europeo e americano. I guardia-costiera europei, che hanno già investito milioni di dollari in vigilanza e finanza, nel 2008 hanno intercettato solo una dozzina di semi-sommergibili al mese. Si pensa che quattro su cinque arrivino a destinazione senza esser stati fermati. Peter Reuter, professore all’università del Maryland e uno degli esperti più reputati in materia di strategia antidroga, non crede che optando per la repressione si possa ridurre significativamente la quantità di droga disponibile sul mercato statunitense ed europeo. «Sarebbe più efficace far abbassare la forte domanda nei paesi consumatori piuttosto che ostinarsi a lottare contro l’offerta». Ed è proprio così che anche il Messico ha dato una svolta alla sua politica precedente ed ha varato un’estesa depenalizzazione del consumo di droghe, e non solo leggere. Federico Rampini, corrispondente de la Repubblica raccontava in un articolo di qualche tempo fa, come «quasta mossa segua il fallimento di anni di battaglia al narcotraffico basata sul pugno duro, e affidata ad una polizia corrotta». Felipe Calderon, il presidente messicano, ha ottimi rapporti con gli Stati Uniti, prosegue Rampini, tuttavia si sta convertendo alla posizione di altri stati latinoamericani molto critici rispetto alla “guerra contro la droga”. Qualche ragione, il governo messicano ce l’avrà. Si consideri infatti che nel rapporto pubblicato a febbraio dalla commissione latino-americana sulle droghe e la democrazia (CI n° 959 del 19 marzo 2009) si legge: «Le politiche proibizioniste non hanno prodotto risultati soddisfacenti. Siamo più lontani che mai dal risultato proclamato». Nonostante le somme considerabili investite nelle politiche antidroga (40 miliardi di dollari negli Usa e 34 miliardi di euro in Europa), solo un euro su quattro è consacrato alla prevenzione.  Per tanto tempo le dissidenze contro il discorso proibizionista classico sono state considerate con sospetto. Ora che in America centrale, in Africa dell’est e in Afghanistan gli stati hanno lasciato nelle mani delle mafie locali il monopolio delle droghe, molti si domandano se non fosse stato meglio (o almeno più efficace)  proporre un regime di legalizzazione controllato che privasse i trafficanti della loro parte di mercato. «Obama è più incline dei suoi predecessori a cambiare rotta. Questo avrà delle ripercussioni sul resto del mondo e notamente sull’Europa, dove sarà più facile avvicinarsi a delle politiche progressiste». A dirlo è Ethan Nadelmann, direttore esecutivo della Drug Policy Alliance, una Ong che sprona la legalizzazione controllata della vendita di marijuana negli Stati Uniti. Il Gruppo di Dublino, creato nel 1990 dagli Usa, dall’Unione europea, dal Giappone, il Canada, l’Australia e la Norvegia come forum informale per discutere e analizzare i problemi della drogha, non ha fatto che confermare l’assenza, da una parte e dall’altra dell’Atlantico,  di interesse a trovare dei ponti tra i differenti approcci alla lotta contro il narcotraffico. Questa assenza di comunicazione, di cooperazione e scambio di esperienze ha molti effetti negativi.
Dopo oltre dieci anni di tentativi infruttuosi per ridurre la produzione e la consumazione di droghe nel mondo, è giunto il momento di interrogarsi ancora, domandarsi con umiltà se gli strumenti impiegati fin’ora nella guerra al narcotraffico siano stati quelli vincenti. Il momento è propizio per un ragionato e ragionevole cambiamento di rotta. Un cambiamento necessario dettato non da una qualsivoglia forma di libertinaggio estremo o irragionevole anticonformismo, ma da reali esigenze di controllo della domanda e offerta di droga nel mondo. Per questo, gli stati e la comunità internazionale dovrebbero cominciare in primis rilevando  l’irresponsabilità condivisa e l’inefficacia delle policies attualmente in vigore. E l’Europa, affacciata sul Mediterraneo, mare che ben si presta al commercio illegale della droga, è chiamata a tornare a ragionare sull’argomento, per trovare una soluzione davvero alternativa alla mera repressione. Una soluzione che possa rilanciare la politica mondiale contro il narcotraffico.

drogaLa mafia della droga si rigenera come l’Idra della mitologia greca. Quando i servizi di lotta contro gli stupefacenti le bloccano la strada, questa cerca un nuovo itinerario. Quando i campi della coca vengono distrutti con polverizzazioni erbicide, la mafia sposta i campi da un’altra parte. La caccia mondiale ai trafficanti ha dato, fin’ora, pochi risultati. Le droghe sono sempre più abbondanti ed economiche, i pusher sempre più potenti e la maggior parte dei paesi esita ancora a ricercare dei metodi alternativi alla repressione limitandosi a persecuzioni schizofreniche, costosissime e controproducenti. Leggi il resto »

16
nov
LA “NUOVA VECCHIA” POLITICA ESTERA TEDESCA
Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel.  Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.
*Giovanni Boggero studia attualmente alla Georg-August Universität di Göttingen (Germania). E’ giornalista freelance. Ha scritto per i quotidiani Il Riformista, Il Foglio, L’Occidentale e per la rivista Aspenia. Collabora con l’Istituto Bruno Leoni.Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel.  Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.

ZRE_Westerwelle.inddIl recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Leggi il resto »

18
set

AFGHANISTAN-ITALY-UNREST-BLASTBasta palle. La guerra è guerra, anche se la chiamiamo missione di pace o se la dipingiamo da nuova crociata del XXI secolo. Ed in guerra, che piaccia o non piaccia, i soldati muoiono, le persone muoiono. Kabul è la capitale dell’Afghanistan, nazione al momento occupata ma non presidiata. Leggi il resto »

16
set

Come ci ha ricordato Alessandro nella sua analisi dell’attuale (presunto) realismo americano, quel che pare mancare agli odierni teorici della guerra giusta è essenzialmente la comprensione della realtà, o meglio: la comprensione della complessità della realtà. La scelta di intraprendere un conflitto armato in Afghanistan ne è l’esempio migliore. Leggi il resto »

05
set
Ora che s’accende sempre di più il dibattito sulla guerra in Afghanistan, vale senz’altro la pena di risentire la testimonianza di Andrew Bacevich (Università di Boston) davanti al Committee on Foreign Relations del Senato USA, con annessa citazione del giovane John Kerry.