09
mar

Lungi da me voler entrare nei dettagli giuridici della vicenda che ha condotto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a firmare il decreto interpretativo del Governo che consentirà alle liste del Pdl di concorrere in Lombardia e nel Lazio. Sul caso non mancano certo interventi ed interpretazioni di giuristi o di commentatori che masticano cultura giuridica. Ben vengano. Decisamente più silenziosa, se non del tutto assente, sembra invece la voce degli altri scienziati sociali: politologi, analisti di politiche pubbliche, esperti di processi decisionali. Al contrario, nel nostro Paese c’è un assoluto bisogno di “analisti dotati di buona volontà” che, in una situazione di forti tensioni istituzionali come è quella che stiamo vivendo, facciano lo sforzo di proporre nel dibattito pubblico chiavi di lettura alternative, costruttive: che cerchino di “rappresentare il problema” con l’obiettivo di affrontarlo in modo dignitoso, costruendo ponti e non producendo lacerazioni nocive per tutto il Paese. Leggi il resto »

25
feb

No, decisamente non sono appassionata di Cina, e no, decisamente farò di tutto per non dover mai più mangiare lingue d’anatra e uova nere macerate nella cenere servite su un letto di tofù che unito alla salsa di soia sembrava crème caramel. Ma la mia curiosità per questo mondo a me del tutto sconosciuto e per molti decisamente impopolare, parte proprio da qui. Dal modo di pensare, o meglio dall’approccio culturale, completamente opposto a quello cui un occidentale, ed ancor di più un italiano è abituato, ma che è senza dubbio l’unico modo per provare a comprendere e a conoscere mondi molto diversi dal nostro. Leggi il resto »

16
feb

Esiste la verità storica ed esiste la verità processuale. Dobbiamo a Francesco Cossiga alcune delle illuminazioni migliori nel commento della politica italiana, ad esempio questa sua recente rammemorazione dell’adagio del grande giurista sardo Salvatore Satta. La verità processuale non appartiene all’analista politico. Quella storica sì, ed è di questa che ci occuperemo in questo articolo di commento alle risposte date da Bertolaso alle fatidiche dieci domande di Eugenio Scalfari. Leggi il resto »

08
feb

“Dobbiamo fare una cosa nuova, un Quarto Stato che si mette in movimento, per far valere la questione morale e quella culturale contro l’autoritarismo berlusconiano. Una rete, un vocabolario del cambiamento e della speranza”. A dirlo sono due politici all’apparenza diversi, ma oggi molto uniti e vicini. Da una parte Nichi Vendola, l’Obama pugliese che deve il suo nome un po’ a San Nicola e un po’ a Kruscev, con l’orecchino che brilla, la dichiarata omosessualità. Il vincitore inaspettato. Dall’altra Luigi De Magistris, elegante magistrato ed eurodeputato, garante della Costituzione, strenuo difensore della lotta alla criminalità organizzata, pupillo di Di Pietro che prova forse ad emanciparsi. Leggi il resto »

08
gen
Miguel Gotor sul sito di Italia Futura analizza la lunga stagione italiana dell’antipolitica, proponendo un’interessante exit-strategy.
14
dic
É da un pezzo che si strumentalizza la violenza qui, soprattutto dal 09/11. Sì, fa paura…
Per questo, é importante rimane lucidi. La guerra in Yugoslavia é stata atroce ed ero molto piccola, quando ha bussato alla mia porta. Ho un unico tatuaggio sulla mio corpo, un tatuaggio di pace. La denuncia é un’arma ed é un’arma che non mi inibisce – anzi, é mia alleata. Il fatto che costituisce reato si condanna e la sentenza diverrà irrevocabile. … »
Gridano allo scandalo, coloro che disapprovano! Ma (strumentalizzare) la violenza é all’ordine del giorno politico, almeno e ufficialmente dal 09/11.
Dalle leggi anti-terrorismo che comprimono, a tutti i cittadini, il diritto della libertà personale, ai decreti legge che prevedono militari nelle piazze e autorità di polizia sui mezzi di trasporto. La violenza – mezzo, centra il bersaglio, la paura – fine, e così si aprono i margini e gli argini di una società già fragile.
Oggi é stato commesso un fatto previsto dalla legge come reato e, in quanto tale, verrà punito. Se la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (articolo 2, Costituzione italiana), e se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (articolo 3, Costituzione italiana), in cosa consisterebbe l’aggravante? Il fatto che la persona offesa sia il Presidente del Consiglio non rende il reato diverso, né lo aggrava e non rende la pena diversa, né l’aggrava: nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite (articolo 2, codice penale).
La gravità sta, piuttosto, nell’incognita risposta alla violenza, in un clima di continuo discredito dell’autorità giudiziaria. La gravità sta nell’ancora sconosciuta applicazione al caso concreto, dell’astratta sfiducia nell’istituzione giudiziale. La gravità sta nello sgretolamento delle fondamenta democratiche che sostengono questo Paese.

giustiziaÉ da un pezzo che si strumentalizza la violenza qui, soprattutto dal 09/11. Sì, fa paura. Per questo, é importante rimane lucidi. La guerra in Yugoslavia é stata atroce ed ero molto piccola, quando ha bussato alla mia porta. Ho un unico tatuaggio sul mio corpo, un tatuaggio di pace. La denuncia é un’arma ed é un’arma che non mi inibisce – anzi, é mia alleata. Il fatto che costituisce reato si condanna e la sentenza diverrà irrevocabile. Leggi il resto »

03
dic
L’ITALIA DEI SOVIET
Il 30 novembre Berlusconi si è recato in visita ufficiale in Bielorussia, patria dell’“ultimo dittatore d’Europa” Lukashenko. Gli interessi di una politica estera ambivalente e senza un’apparente linea logica. Esiste un interesse nazionale italiano?
RELAZIONI PERICOLOSE – Ci risiamo. Realpolitik ai limiti del consentito in Italia. Dopo le visite reciproche fortemente criticate con il leader libico Gheddafi e i rapporti personali quantomeno ambigui con il Presidente russo Vladimir Putin, il Premier italiano Silvio Berlusconi ha compiuto un altro viaggio diplomatico che sarà oggetto di molte disapprovazioni. Il Paese di destinazione questa volta era la Bielorussia del Presidente Aleksandr Lukashenko, anche detto “l’ultimo dittatore d’Europa”. Nessun capo di Stato o governo di un Paese europeo, dal 1994 (anno in cui Lukashenko diventò Presidente della Bielorussia), ha mai messo piede a Minsk, la capitale bielorussa. Negli scorsi anni più di una volta il Dipartimento di Stato USA, l’Unione Europea e organizzazioni come l’OSCE hanno accusato il regime di Minsk di essere anti-democratico, di aver fatto svolgere elezioni pilotate e cambiamenti costituzionali (che, per esempio, permettono allo stesso Lukashenko di ricandidarsi quante volte riterrà opportuno, mentre prima vi era un limite di due mandati presidenziali) che poco hanno a che fare con i principi ispiratori delle democrazie occidentali.
DEMOCRAZIE vs. AUTORITARISMI – Nella sua visita a Minsk che, tra l’altro, ricambiava una visita ufficiale di Lukashenko a Roma nello scorso aprile (visita durante la quale il capo di Stato bielorusso aveva incontrato anche il Papa Benedetto XVI), Berlusconi si è spinto a dichiarare che Lukashenko è un Presidente amato, come si può vedere “dai risultati elettorali che sono sotto gli occhi di tutti”. Quei risultati elettorali che, per inciso, sono così schiaccianti da risultare davvero poco credibili (nelle ultime elezioni, quelle del marzo 2006, Lukashenko vinse con l’82,6% dei consensi. Tanto per intenderci, le ultime elezioni in Iran, quelle dei brogli di Ahmadi-Nejad, hanno visto il Presidente “conquistare” il 62,4% dei voti). Dunque di nuovo la politica estera italiana e l’interesse nazionale del Belpaese sembrano non seguire linee politiche logiche, distanziandosi per l’ennesima volta dagli alleati europei e transatlantici ed andando ad infilarsi nei meandri di regimi autoritari, portando avanti interessi particolaristici, più che nazionali.
L’INTERESSE ITALIANO: GAS E ARMI – Interessi economici, affari aziendali e rapporti privilegiati con dittatori malvisti in Europa, in cambio di una parvenza di legittimazione di quei regimi o, al limite, dei famosi 15 minuti di fama che, come diceva Andy Warhol, prima o poi nella vita spettano a tutti. Questo il limite della politica estera italiana allo stato attuale: giocare sul bisogno di uscire dall’isolamento di discussi leader esotici, per poter dare l’impressione di agire da apripista e pionieri di nuove relazioni. Il problema è che, spesso, tutte le retroguardie dietro Roma, composte dagli alleati più tradizionali della NATO e dell’UE, non condividono tali scelte e si distanziano. In tal modo è l’Italia stessa che rischia di trovarsi isolata. Nonostante ciò, business is business. Dunque ecco che, dietro alla visita di Berlusconi a Minsk, arrivano due degli attori che più di altri determinano la politica estera italiana: ENI e Finmeccanica. La prima potrebbe essere alla ricerca di nuovi accordi con Minsk, considerando il fatto  che la Bielorussia non ha molte risorse naturali, ma sul proprio territorio transita una buona fetta del gas russo diretto in Europa. Finmeccanica, invece, è già un passo avanti nelle relazioni con Minsk: lo scorso settembre il Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica Pier Francesco Guarguaglini, ha incontrato Lukashenko nella capitale bielorussa per stringere probabilmente degli accordi circa possibili investimenti italiani nel settore della difesa bielorussa. Armi, dunque. L’ex Repubblica Sovietica ha un gran bisogno di rinnovare i propri arsenali per essere al passo con i competitori regionali (come tutti i regimi, Minsk dà grande importanza al settore militare) e Berlusconi promuove gli interessi dell’industria italiana della difesa, o meglio di Finmeccanica, appunto.
E I COMUNISTI? – Pensare che, in casa, Berlusconi usa spesso la retorica anti-comunista e, inoltre, anche la stessa Europa dell’Est va sempre più in questa direzione. Curioso il fatto che, mentre in Polonia la settimana scorsa si approvava un emendamento all’articolo 256 del codice penale, finalizzato a mettere al bando (pena l’arresto) qualsiasi simbolo comunista (bandiere rosse, falci e martelli, magliette con Che Guevara…) e, a Roma, il Presidente del Consiglio continui ad accusare la “magistratura comunista”, l’“opposizione comunista” e i “media comunisti”, fuori Italia Berlusconi cambi così facilmente idea. Amico personale di Putin, ex dirigente del KGB, e adesso tessitore delle lodi di Lukashenko, ex membro del Soviet, e del suo immenso consenso popolare. La Bielorussia, per inciso, ha rapporti stretti anche con la Repubblica Islamica dell’Iran, costituendo una sorta di asse strategico in funzione anti-occidentale con altri Paesi come il Venezuela. Tutti rappresentanti di regimi autoritari, con cui l’Italia continua a tessere relazioni, mettendo in pericolo la credibilità di Roma a livello europeo e facendo nuovamente intendere l’idea che si ha a Palazzo Chigi dell’interesse nazionale: un interesse di pochi, a breve termine e che, a lungo andare, potrebbe invece rivelarsi controproducente.
Un chicco in più
Aleksandr Lukashenko è diventato Presidente della Bielorussia nel 1994 dopo che, dal 1990, era stato eletto membro del Soviet bielorusso e, nel 1991, aveva votato contro la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nel 1996 estese il proprio mandato da 4 a 7 anni riuscendo poi a formare un Parlamento composto da 110 alleati su 110. Dopo il primo mandato (allungato fino al 2001), annunciò la sua candidatura per un secondo mandato e, dopo aver vinto, nel 2004 indisse un referendum che non mettesse più limiti al numero di mandati possibili (fino a quel momento fissato a due). Il referendum ottenne quasi l’80% di consensi e fu duramente criticato da tutti gli organi di controllo europei e statunitensi. Grazie a questo risultato, poté candidarsi di nuovo nel 2006, elezioni in cui ottenne più dell’80% di consensi. In politica estera è uno stretto alleato della Russia di Putin e un oppositore della politica di allargamento della NATO. Dal 1994 ad oggi nessun leader europeo si era recato in visita ufficiale a Minsk, prima di Berlusconi.

berlusconi lukashenkoCi risiamo. Realpolitik ai limiti del consentito in Italia. Dopo le visite reciproche fortemente criticate con il leader libico Gheddafi e i rapporti personali quantomeno ambigui con il Presidente russo Vladimir Putin, il Premier italiano Silvio Berlusconi ha compiuto un altro viaggio diplomatico che sarà oggetto di molte disapprovazioni. Il Paese di destinazione questa volta era la Bielorussia del Presidente Aleksandr Lukashenko, anche detto “l’ultimo dittatore d’Europa”. Leggi il resto »

20
nov
Continua l’indagine di LSDP sulla questione degli investimenti in infrastrutture. Per portare avanti le nostre riflessioni ci concentreremo sull’aspetto che consideriamo cruciale per comprendere la specificità del problema italiano: quello della scarsa trasparenza e della rigidità dei processi decisionali che hanno per oggetto questo tipo di investimenti. Non cercheremo quindi di giustificare una posizione che sia a priori pro o contro determinati progetti. Né ci dilungheremo elencando i dati che secondo alcuni testimoniano un conclamato gap infrastrutturale nei confronti degli altri Paesi europei. Non ci soffermeremo nemmeno sul lungo elenco di opere bloccate o perennemente in fase di realizzazione, puntando il dito contro i “comitati del no”.
Il nostro obiettivo è un altro. Quello di capire quali sono i percorsi per arrivare a prendere decisioni che siano il più possibile legittimate, qualificate e, di conseguenza, realizzabili. Siamo consapevoli che si tratta di un approccio parziale ma, a nostro modo di vedere, è questo il nodo della questione. In Italia siamo infatti rimasti fermi ad uno schema di analisi che, se poteva essere valido negli anni del secondo dopoguerra e in quelli del boom economico, certo non tiene conto delle complessità della società italiana attuale. E della densità del suo territorio.
L’assunto sino ad ora è stato quello pensare di poter decidere qualcosa, per lo più in segrete stanze, annunciarlo in pompa magna e poi vedere che succede. Nel caso qualcuno protesti, ci si attrezza per difendersi dalle contestazioni, che di solito vengono bollate come “ideologiche”. Badando bene a non cambiare la propria opinione. Lotta dura senza paura, per non perdere la faccia. Questo approccio però si rileva carente, se non altro per via dei risultati che non arrivano, e per il fatto che il contenzioso, il muro contro muro, porta inevitabilmente ad un allungamento dei tempi, determinato da uno stillicidio di ricorsi al TAR e a Consigli Superiori vari. Far percepire poi alcuni progetti come fortemente legati ad un colore politico (o peggio, ad un determinato politico), non fa altro che contribuire a rendere meno oggettivo il confronto. Non si parla più di un opera e delle sue caratteristiche, ma di chi la vuole fare.
Che si potrebbe fare per uscire da questo vicolo cieco? Per prima cosa evitare di demonizzare il confronto con i propri interlocutori e accettare di discutere pubblicamente dei propri progetti di investimento. Accettare di discutere con i territori di soluzioni alternative e di migliorie progettuali. Per il bene del Paese e non per il tornaconto politico di qualcuno. Il tutto prima di prendere delle decisioni vincolanti, legittimando i propri interlocutori e la discussione stessa, e evitando di vivere le valutazioni di impatto ambientale e autorizzazioni varie come un percorso ad ostacoli. Questi passaggi vanno invece visti come utili elementi per alimentare la discussione con elementi oggettivi, in grado di discutere di cose reali e non di posizioni preconcette.
Utopia? No, pragmatismo. Provare per credere, come dice un vecchio adagio pubblicitario. Per avere dei riferimenti basta guardare quel che fanno i nostri cugini transalpini. In Francia, sin dai tempi del primo Governo Berlusconi è in vigore una legge sul Dibattito Pubblico, che stabilisce regole e tempistiche per organizzare sul territorio momenti in cui un progetto viene presentato e discusso in maniera trasparente. Questo tipo di dibattiti avvengono sulla base di documenti progettuali dettagliati, e hanno tempi certi e modalità di svolgimento ben definite. Non possono infatti durare più di sei mesi. I contributi di tutti i partecipanti alla discussione vengono messi agli atti e resi pubblici, avvalendosi di siti internet progettati ad hoc. In questo modo, a chi non può partecipare fisicamente ai meeting, viene data la facoltà di inviare il proprio parere via email. La procedure scatta solo per opere di una certa dimensione, a cui si attribuisce un interesse nazionale. Alla fine dei sei mesi chi ha curato il dibattito tira le fila del discorso e redige un rapporto di sintesi finale, avvalendosi anche del contributo di esperti esterni.  Il rapporto può contenere ipotesi di opzioni alternative e migliorie progettuali, sulla base delle proposte emerse nel corso della discussione. Tutto ciò viene consegnato nelle mani della Commissione Nazionale per il Dibattito Pubblico, organo di garanzia che è chiamato a certificare trasparenza e correttezza del processo di confronto pubblico (la Commissione è composta da esperti indipendenti, funzionari statali, commissari di nomina politica, rappresentanti delle autonomie locali e esponenti delle associazioni ambientaliste nazionali). A questo punto il proponente dell’opera può fare due cose: recepire le raccomandazioni contenute nel rapporto o continuare per la propria strada. Se sceglie la seconda opzione ha però l’onere di giustificare pubblicamente le proprie decisioni, assumendosi in questo modo una chiara responsabilità. Di norma però quel che succede è che la maggior parte degli input del dibattito pubblico vengono integrati nella progettazione, tale è la legittimità di questo percorso. E dopo il dibattito la decisione non viene più rimessa in discussione.
Quello che sembrerebbe comune buon senso non è però ancora entrato a far parte del patrimonio dell’ordinamento italiano. Paradossalmente sono le imprese e gli enti locali che si dimostrano più attente a questi approcci, mentre il Governo centrale tace, incapace di arrivare anche solo ad una benché minima esplicitazione delle priorità che ha in testa (l’elenco di opere inserite in Legge Obiettivo è talmente vasto da renderlo praticamente inutile, considerati i vincoli finanziari in cui ci troviamo ad operare). Quel che succede è che chi si trova a gestire le “patate bollenti” è costretto ad industriarsi per sopperire alle mancanze dello Stato. Autostrade per esempio ha promosso il suo piccolo Dibattito Pubblico per la nuova gronda di Genova. La società di progettazione della Pedemontana Lombarda si è fatta carico di dialogare con il territorio e negoziare un ambizioso progetto di compensazioni ambientali (che, per una volta, non ha niente ha che vedere con piscine e palazzetti dello sport vari). La Regione Toscana si è spinta fino all’approvazione di una Legge Regionale che regola la partecipazione sulla falsariga dell’esempio francese, istituendo addirittura un’Autorità Regionale. La Regione Lombardia ha messo a punto lo strumento dell’Accordo di Programma. Tutte esperienze lodevoli certo, ma che scontano il grosso limite di nascere in uno spaventoso vuoto normativo nazionale. Con il rischio di venire vanificate e contestate, proprio per questo motivo. Ci sarebbe invece bisogno di una forte regia nazionale, per fare un salto di qualità. Arriverà mai qualcuno in grado di raccogliere la sfida?

infrastruttureContinua l’indagine de LSDP sulla questione degli investimenti in infrastrutture. Per portare avanti le nostre riflessioni ci concentreremo sull’aspetto che consideriamo cruciale per comprendere la specificità del problema italiano: quello della scarsa trasparenza e della rigidità dei processi decisionali che hanno per oggetto questo tipo di investimenti. Leggi il resto »

10
nov

radio radicaleCome potete vedere nella nostra home page, giovedì scorso il nostro seminario alla Camera è stato ripreso da Radio Radicale. Qualche settimana prima avevamo inoltrato alla redazione la richiesta, che è stata accettata. Piccolo ma significativo particolare, senza spese per le casse (dagli inizi a oggi vuote) de Lo Spazio della Politica. Potete immaginare quindi la soddisfazione del nostro gruppo nel vedere online giovedì notte il video con i nostri interventi posizionato in home page proprio sotto alla conferenza stampa del governo. Perdonateci la sincerità, ma so’ soddisfazioni. Leggi il resto »

21
ott
Le analisi di Panebianco sullo stato della nostra democrazia sono sempre tra le più profonde in circolazione. Come l’ultima sugli idealtipi di chi segue la politica. Per inciso, noi ci schieriamo con i pluralisti.