27
feb

Una nave che entrerà in funzione nel 2015. La Mistral è prodotta dal cantiere francese di Saint-Nazaire ed è lunga 199 metri e potrà trasportare elicotteri, carriarmati e sottomarini. L’accordo di compravendita tra Francia e Russia dovrebbe essere formalizzato il mese prossimo in occasione di una visita di Medvedev, il presidente russo, a Parigi. L’accordo prevede la vendita da parte della Francia di quattro super navi da guerra Mistral per la bellezza di 750 milioni di dollari l’una. Leggi il resto »

18
feb
Le Monde pubblica un lungo reportage sul primo e storico sciopero dei lavoratori francesi dell’Ikea. La fine di un mito?
09
feb

Per essere borsista in una Grande Ecole in Francia, il nucleo famigliare non deve guadagnare più di 32 000 euro netti all’anno. Il che equivale a 2700 euro netti al mese, il che significa uno stipendio mensile che include il 90 % dei nuclei famigliari. Dove sta allora il problema quando Nicolas Sarkozy, ancora lui, dichiara di voler portare al 30% degli studenti la percentuale di borsisti nelle Grandes Ecoles francesi?  Prima domanda pertinente : cosa sono le Grandes Ecoles?  Seconda domanda: in cosa si differenziano dalle altre università europee, banalmente, storicamente e univocamente chiamate università? Terza domanda: che cosa rappresentano le Grandes Ecoles nell’immaginario sociologico francese? Leggi il resto »

21
gen

Proprio qualche giorno prima che venisse reso noto il decreto legge sulla tassa sull’elettronica di consumo a favore della SIAE, in Francia venivano presentate proposte concrete finalizzate alla diffusione delle offerte legali online. Il cosiddetto “Rapporto Zelnik”, dal nome di uno dei redattori, avanza diverse idee concrete affinché l‘investimento nell’industria digitale non avvenga a discapito della remunerazione dei creatori. Leggi il resto »

21
dic

france-greveQualche giorno fa ho visto una “manif”, boulevard Saint Michel, davanti alla Sorbona. Un corteo, dei liceali. Il bus si ferma, scendete tutti, si continua a piedi. Giovedì scorso ho visto uno sciopero. La SNCF, ferrovie dello Stato, impossibile prendere un treno verso e dalla banlieue alle ore morte, verso mezzogiorno, dalle 10 alle 16. Venerdì una rivendicazione pubblica, la RATP. Scarsamente consigliato di circolare sulla metro dentro Parigi. Leggi il resto »

16
dic
Grande Sarko grande!
Il Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ?
Università e ricerca, crescita sostenibile, banda larga, trasformazione dell’economia e finanziamento delle infrastrutture: il Grande Prestito è il pentolone magico dove Nicolas Sarkozy puo’ permettersi di finanziare i grandi progetti del suo mandato, anche ad orizzonte presidenziale 2012. Non è un caso che il plateau di Saclay, parte del progetto metropolitano di una grande Parigi, si sia invitato alla tavola finanziaria dei commensali presidenziali. Sarkozy aveva diretto personalmente la Grande orchestra della Grande Parigi, creando ex-nihilo, un Super Metro (il Grande Otto) che collegherà i poli di ricerca e la zone economiche più promettenti dell’Ile-de-France. Non fa’ niente se i 12 milioni di franciliens (abitanti della regione parigina), i 10 milioni di banlieusards (abitanti delle banlieues) e i 3 milioni di pendolari non beneficeranno completamente di questo grande progetto. E’ per una grande causa e comunque per una grande metropoli. Il rischio è che, dopo la MasterCard pubblica delle prime due righe, si possa scadere nel gigantismo della pubblicità dei Pennelli Cinghiale, un grande pennello per una grande pennellata politica.
Se col Grand Emprunt e col Grand Paris Nicolas Sarkozy si ritrova imprigionato nella dinamica del gigantismo, gli avversari politici lo aiutano. Per François Hollande il Grand Emprunt diventerà una Grande Tassa. Ma Super Sarkozy tira dritto. Vuole un grande prestito per stimolare un’iper-crescita (parola di deputato UMP).  Il tutto si aggiunge alla tradizionale Grandeur française, che, col Grande Prestito , vuole creare le migliori università del mondo ( non necessariamente le più grandi, il piccolo in questo caso è criterio di selettività). In conferenza stampa Sarkozy lo ripete 4 volte in 5 minuti, se qualcuno non avesse capito l’ampiezza dei progetti presidenziali…  Poi c’è la ricerca, poi le infrastrutture, poi l’economia della conoscenza, la banda larga e la “numerizzazione” del patrimonio cinematografico e degli archivi francesi…
“Grande” è quindi la parola magica di questa fine d’anno pre-regional elettorale. “Sei grande grande grande, sei grande solamente tu..”. Nonostante la statura, forse lo si puo’ dire a Nicolas Sarkozy.
Quando Sarkozy parla, sembrerebbe poter trasformar in oro, e di conseguenza in cospicui finanziamenti, alcuni progetti nel suo campo d’azione politica. Riflettiamo pero’ bene sulla realtà di questo Grande Prestito. Non dimentichiamo che le cinque priorità presidenziali ( e marginalmente anche del Primo Ministro François Fillon ) sono in gran parte già iscritte nei contratti Stato-Regione che organizzano le relazioni stato-enti locali da ormai 25 anni. Non illudiamoci dunque. Gli attesi 60 miliardi, saranno si’ disponibili, ma concorreranno, in parte, a rimpinguare i fondi di priorità da tanto tempo trascurate.
Al di là di tutto cio’, applaudiamo al fatto che Sarkozy si posiziona al di fuori dell’urgenza dei piani di rilancio. « Se non ci fosse stata la crisi, il grande prestito ci sarebbe stato comunque ». Gli investimenti che faremo oggi, saranno i frutti di domani. Bisogna esserci all’appuntamento col futuro, voilà la nuova forma dell’identità presidenziale, e forse anche  francese. E facciamo, in fine, due conti: 60 miliardi di Grande Prestito, 38 miliardi di piani di rilancio (2009 e 2010). Quasi 100 miliardi all’appello, i conti tornano. E cifra tonda.Il Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ?

FRANCE SARKOZYIl Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ? Leggi il resto »

18
nov
Forum di dialogo italo-turco ad Istanbul. Dialoghiamo
Il Presidente Napolitano lo ha ribadito nella sua visita di ieri ad Ankara: “la Turchia rappresenta un valore aggiunto per l’Europa”. L’Italia continua a porsi in testa al gruppo di Stati europei che appoggiano con forza l’ingresso di Ankara nell’Unione Europea. Certo, bisogna capire cosa si intende per Unione Europea, come giustamente fanno notare più analisti: intendiamoci, se l’obiettivo comune europeo è quello di avere una classe politica e di opinione pubblica che abbia radici culturali omogenee (in un contesto dove, peraltro, da più parti si continua ad insistere sul riconoscimento delle “radici giudaico-cristiane” dell’Europa), allora la Turchia può aspettare per altri decenni e continuare a bussare alla porta di Bruxelles, ma rimanendone fuori. Inoltre vi è da superare la barriera costituita da Germania e Francia contro la Turchia, barriera che pare alquanto insormontabile.
Vi è comunque da sfatare l’analisi che vede nel veto franco-tedesco motivi culturali o religiosi: diciamolo ancora una volta per tutte: le motivazioni anche in questo caso sono prettamente politiche. Il perché è presto detto: Parigi e Berlino (soprattutto la seconda) temono il numero dei Turchi: 70 milioni. Cosa vuol dire? Che, con le attuali ripartizioni dei seggi al Parlamento europeo, sulla base del numero di abitanti del Paese che invia i propri deputati, Ankara avrebbe una rappresentanza (e quindi anche un certo peso politico) enorme, essendo la seconda nazione dietro la Germania, ma con trend di crescita demografica ben più alti. Qui è il nodo. Ma a parte tali motivazioni, volendo essere più attenti all’interesse geopolitico e strategico dell’Unione Europea, la Turchia potrebbe portare anche molti benefici (soprattutto in termini di sicurezza, sia energetica, che militare). L’Italia, nella sua politica estera basata più sugli interessi di palazzo che altro, questa cosa sembra averla intuita da sempre e, anche per il rapporto particolare tra Roma ed Ankara, da 6 anni vi è un momento di dialogo molto interessante tra i due Paesi: il Forum di dialogo italo-turco.
Si tratta di un luogo di confronto tra le società civili dei due Paesi. Promosso e organizzato da Unicredit, il Ministero degli Affari esteri della Turchia, East (rivista di geopolitica) e Limes, si svolge ad anni alterni a Roma ed Istanbul. Quest’anno tocca ad Istanbul e sarà oggi e domani, 18 e 19 novembre. Questa edizione vedrà il compimento della prima fase di un lavoro lanciato l’anno scorso a Roma, volto a rafforzare il ruolo del Forum come momento di elaborazione di proposte ed iniziative per rafforzare il dialogo culturale tra i due Paesi. Un gruppo di esperti italiani e turchi ha lavorato durante l’anno per approfondire ed analizzare il tema del dialogo culturale, condividendo analisi e proposte congiunte che saranno presentate al Forum. I lavori vedranno anche la partecipazione dei due Ministri degli Esteri Frattini e Davutoglu, che indirizzeranno un discorso ai partecipanti.
Quest’anno anche Lo Spazio della Politica, in parte, è ad Istanbul, dal momento che io personalmente sono stato invitato in quanto Coordinatore del Programma Medio Oriente dell’ICTS (Italian Center for Turkish Studies), unico think tank italiano ad occuparsi esclusivamente della Turchia e della sua politica estera, tentando di creare luoghi di interscambio culturale ed incontro (anche a livello economico-commerciale) tra le realtà di questi due importanti Paesi del Mediterraneo. Dal momento che siamo molto sensibili alle tematiche riguardanti l’interesse nazionale italiano e le sue declinazioni, troviamo indispensabile fare informazione su eventi come questo che, per quanto apparentemente solo “istituzionali”, rappresentano invece un momento di importante confronto e dialogo tra le due sponde del Mare Nostrum. Vi terremo aggiornati sugli avvenimenti in corso.
Stay tune
TURKEY ITALYIl Presidente Napolitano lo ha ribadito nella sua visita di ierì ad Ankara: “la Turchia rappresenta un valore aggiunto per l’Europa”. L’Italia continua a porsi in testa al gruppo di Stati europei che appoggiano con forza l’ingresso di Ankara nell’Unione Europea. Leggi il resto »
16
nov
LA “NUOVA VECCHIA” POLITICA ESTERA TEDESCA
Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel.  Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.
*Giovanni Boggero studia attualmente alla Georg-August Universität di Göttingen (Germania). E’ giornalista freelance. Ha scritto per i quotidiani Il Riformista, Il Foglio, L’Occidentale e per la rivista Aspenia. Collabora con l’Istituto Bruno Leoni.Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel.  Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.

ZRE_Westerwelle.inddIl recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Leggi il resto »

08
nov

sarkozy fillonIl prossimo 18 novembre Yves Jégo pubblicherà un libro dal titolo « 15 mesi, 5 giorni; tra falsi gentili e veri cattivi ». Yves Jégo é l’ex-Segretario di Stato francese dell’Oltre-Mare che fu liquidato dall’Eliseo in occasione del « remaniement », il nostro rimpasto, del governo Fillon III. Leggi il resto »

24
ott

nicolas sarkozy jean sarkozyIl contesto – « Per la Presidenza dell’EPAD, ci serve un bravissimo giurista. Monsieur Sarkozy é al secondo anno di legge, e questo é un elemento già molto convincente ». « Abbiamo anche bisogno di qualcuno che conosca bene il mondo degli affari. La Défense é un grande quartiere d’affari…e in questo campo M.Sarkozy puo’ avere delle predisposizioni… ». « E non dimentichiamoci che Martin Hirsch, Ministro francese della Gioventù, ha presentato la settimana scorsa un piano di promozione per i giovani ». Ironico, il 13 ottobre, Laurent Fabius, figura eminente del Partito Socialista, commenta cosi’ la probabile nomina di Jean Sarkozy, figlio di Nicolas, Presidente della Repubblica, alla Presidenza dell’EPAD. Leggi il resto »