Master Affari Politicin
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16 apr
C. Fred Bergsten ha coniato l’idea del G2 come una “partnership di eguali“. Anche lui, tuttavia, ora ne sottolinea le conseguenze per il mercato del lavoro americano.
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08 feb
di Alessandro Aresu      sezione: Limesonline
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All’inizio del 2010, si registrano numerosi episodi degni di nota nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Il più morbido è senza dubbio il rientro in patria del panda gigante Tai Shan. Per quattro anni, Tai Shan è stato uno dei simboli di Washington, ed è appena tornato in Cina, in compagnia di Mei Lan, proveniente dallo zoo di Atlanta, e di uno spuntino di 75 kg di bambù per il viaggio. Leggi il resto »

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06 gen
E’ la sigla del momento. Oltre al matrimonio globale tra Cina e Usa, nel nostro paese è sinonimo di questo. E noi facciamo il tifo per loro.
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20 dic

Cop 15“La montagna ha partorito il topolino” queste le parole pronunciate da mons. Celestino Migliore, delegato vaticano all’Onu. E questa forse è la dichiarazione che meglio rappresenta la conclusione del summit di Copenhagen. 115 capi di Stato e di Governo incapaci di abbandonare gli egoismi e di agire insieme. Incapaci di vedere il futuro. Incapaci di essere davvero globali. Leggi il resto »

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10 dic
La spartizione dell’Europa da parte delle nuove potenze globali – da noi profetizzata in un articolo di qualche settimana fa – è già iniziata. E la Cina è in pole position.
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19 nov
di Alessandro Aresu      sezione: Limesonline
Barack Obama ha lasciato la Cina, terra delle opportunità. A Washington dovrà rimboccarsi le maniche per rimettere in piedi il sogno americano, mentre i suoi oppositori, con tanto di maglietta ObaMao e con l’avallo della nuova versione di “Visitors”, lo accuseranno di essere un rettile alieno. Dopo i tre rumori di fondo di ObaMao (Dottrina Yao Ming, Neopaulsonismo, Responsabilità con caratteristiche cinesi), alla fine del viaggio si possono rintracciare quattro impressioni:
1. Il Grande Politburo del Mondo. Per Obama il rapporto con la Cina non porta né alla guerra fredda né al contenimento. Si è passati dalla nazione indispensabile all’ascolto indispensabile. Si afferma l’universalità dei valori americani, ma non c’è l’intenzione di esportarli qua e là. Obama crede che la politica internazionale non sia un gioco a somma zero. Insomma, non è John Mearsheimer, che si è sempre coerentemente opposto a ogni idea di ascesa pacifica cinese.
Ma il punto è che, nel Grande Politburo del Mondo, o sei numero 1, o sei numero 2. La Cina, con la sua doppia natura di superpotenza in ascesa/paese in via di sviluppo, vuole essere numero 1. Qualcuno dovrà lasciare il posto. Certo, le nazioni giungono al Grande Politburo del Mondo con differenti caratteristiche, in termini di risorse, popolazione, idee, potenzialità, valori. Tutto vero. Ma la somma delle quote del Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale è sempre 100 per cento, e conta chi decide che cosa e chi “spartisce” chi.
2. Il Presidente Pacifico. Partita con “Yes we can”, passando per la morte di Michael Jackson,  la strategia di Obama si ritrova con “I am the world”. L’altro lato delle accuse al presidente di essere nato in Kenya o ad Alpha Centauri è che lui può rivendicare una biografia mondiale, in cui ha trovato posto il Presidente Pacifico. Obama dice “sono il mondo”, ma non in senso coercitivo. Vuole destare un sentimento di appartenenza che va oltre i confini statuali.
Il “realismo magico” (Mattia Diletti) continua a intrecciare la narrazione individuale e la narrazione collettiva, nel rispetto della storia degli altri popoli e delle altre culture. Come al Cairo, così a Shanghai. Questa capacità di inserirsi nella storia rende meno infantile la “giovane nazione” americana, e allo stesso tempo parla ai giovani di tutto il mondo.

Obama AsiaBarack Obama ha lasciato la Cina, terra delle opportunità. A Washington dovrà rimboccarsi le maniche per rimettere in piedi il sogno americano, mentre i suoi oppositori, con tanto di maglietta ObaMao e con l’avallo della nuova versione di “Visitors”, lo accuseranno di essere un rettile alieno. Dopo i tre rumori di fondo di ObaMao (Dottrina Yao Ming, Neopaulsonismo, Responsabilità con caratteristiche cinesi), alla fine del viaggio si possono rintracciare quattro impressioni: Leggi il resto »

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13 nov
di Alessandro Aresu      sezione: Limesonline
“Non era Nixon in Cina. Era Kennedy a Berlino”: così il Financial Times pompava Obama all’ennesima potenza subito dopo il discorso al mondo arabo, salvo poi accodarsi al generale tran tran post Nobel. Ormai, non può essere Nixon in Cina, ma può essere gloriosamente ObaMao, come nelle magliette che vanno per la maggiore.
Per Obama, è più importante giocare in Cina che a Berlino, è evidente. Può ritirare la corona di re dell’Europa per mancanza di alternative, ma
a) in patria può essere controproducente, perché se sei re dell’Europa e ti ritrovi vassallo di Sarah Palin non è il massimo;
b) la vera partita si gioca a Pechino, e aprire innumerevoli fronti si è già rivelato controproducente per il presidente del Mondo.
Ora, la vera partita si gioca a Pechino da tempo. Le care vecchie leve del complottismo sono sempre utili. Basta seguire i passi di Zbigniew Brzezinski. Basta seguire gli incontri tra Harvard e Pechino che hanno portato a questo libro, e molto altro.
Se ObaMao dicesse che la Cina è sul lato sbagliato della storia, sarebbero grasse risate. Non raggiungiamo i vertici della questione tibetana, ma sull’ascesa della Cina rimane una gigantesca incapacità di comprensione occidentale, sospesa tra l’infatuazione di chi scrive e la nuova guerra fredda, con un intelligente “li staneremo” rivolto a più di un miliardo di esseri umani.
Non è possibile nascondersi in eterno dietro Minxin Pei e compagnia: è ovvio che se gridi per decenni che la Cina crollerà, prima o poi assisterai a qualche scossone. Ma la politica non si fonda su “al lupo, al lupo”. Obama ha cercato di mostrare che si fonda anche sulla comprensione reciproca. In Cina può dimostrare che pratica ciò che predica, con un approccio coerente col realismo etico di Anatol Lieven e John Hulsman, che è – a tutt’oggi – la miglior visione del ruolo americano nel mondo.
Uno dei pericoli sensibili di novembre/dicembre, tra viaggio in Cina e discorso per il Nobel, è il ripescaggio della lega delle democrazie nei discorsi del presidente. La lega della demagocrazia (Anatol Lieven) si candida al ruolo di ente più inutile della politica mondiale, un posto per cui tuttora c’è una concorrenza spietata. ObaMao non può e non deve diventare un simbolo della lega della demagocrazia, in cui tra l’altro, come ha spiegato Pratap Bhanu Mehta, l’India non ci sta a fare niente.
Perciò il salutare rifiuto della lega della demagocrazia ha portato e porta a una nuova dottrina geopolitica, che è stata descritta così da John Hulsman nel suo editoriale per “La Cina spacca l’Occidente”: “Nei primi giorni dell’amministrazione Obama, abbiamo assistito allo spettacolo di Hillary Clinton che va in Cina e non fa la lezione ai cinesi sui diritti umani in Tibet e nell’irrequieta provincia del Xinjiang, come ci si sarebbe aspettato considerando il suo curriculum. Anzi, Hillary si è docilmente assoggettata alle lezioni dei cinesi, che invitavano la nuova amministrazione a non usare l’inflazione per uscire dalla crisi. Mi sembrò allora che non mi restasse più nulla da sperimentare nella vita, dopo aver visto maoisti cinesi che spiegavano la necessità della stabilità monetaria al segretario di Stato americano – e avevano ragione!”
Il presidente del Mondo non è stupido, perciò è pronto a dare ragione ai maoisti. Si è preparato a quest’incontro da tempo coi suoi e avrà scambiato qualche telefonata con Robert Zoellick. ObaMao potrebbe sfiorare un tema che conta davvero nella società cinese: the Great Firewall, la grande muraglia digitale. È un problema serio e sensibile, su cui si può avviare la contrattazione del G3 (Stati Uniti, Cina e Google) per i prossimi vent’anni, non appena i cinesi capiranno che la dichiarazione più competitiva di Nancy Pelosi è “Marissa Mayer is leading the way in keeping America number one” e che un approccio pragmatico con una Justin Yifu Lin della rete, che forse sta già studiando negli Usa con Yochai Benkler o Tim Wu, è meglio della censura.
L’Europa è pronta a stare a guardare, dato che il gruppo su Marissa Mayer di Facebook è stato fondato da un asiatico. ObaMao, invece di lanciarsi in disquisizioni su chi sia sul lato giusto o sul lato sbagliato della storia (che per un discepolo di Reinhold Niebuhr è un peccato d’orgoglio), potrebbe lanciare la bomba Internet molto diplomaticamente, per esempio così: “Sono convinto che la Repubblica Popolare cinese saprà riconoscere gli effetti positivi per il suo sviluppo delle nuove tecnologie e della rete, e che questa leadership ammirevole perseguirà in modo armonioso una diffusione sempre più capillare di Internet, per promuovere l’apprendimento e lo sviluppo”.
Al di là di questa suggestione, nel viaggio di ObaMao s’intersecano tre rumori di fondo:
1) La dottrina Yao Ming come variante della dottrina Obama, cioè l’idea ancora da definire di ascoltare i propri interlocutori e cercare di fare gruppo assieme (quindi di ripartire alcune cariche della governance globale, oggi Justin Yifu Lin, domani Zhu Min). In parte questa strategia può pagare anche sul fronte interno, come si è visto con Jon Huntsman, l’avversario repubblicano ora ambasciatore in Cina.
2) Il Neopaulsonismo, cioè la cartolarizzazione del mondo, che è una cosa diversa dalla “grande pace capitalista” teorizzata da Hulsman e Lieven. Con il neopaulsonismo, torniamo al business as usual e ci guadagniamo tutti, in barba a cambiare il modo in cui funziona Washington. Balliamo finché c’è la musica, e se la musica non suona più, riavvolgiamo la cassetta. La Cina è preparata a questo. Anzi, era un po’ disorientata dalla fine del paulsonismo del 2008. Ma nel mondo dopo la crisi emergono con più forza elementi di multilateralismo regionalizzato, l’importanza dello sviluppo tecnologico e degli investimenti (più Google, meno Goldman Sachs), nonché la partita degli standard, in cui la Cina è ancora indietro rispetto all’impero in declino e al museo europeo.
3) La Responsabilità con caratteristiche cinesi. Continuo a pensare che la celebre frase di Robert Zoellick sia quanto di più intelligente sia stato detto sull’ascesa della Cina. La Cina, al posto di un’armoniosità che corre il rischio dell’inconsistenza, può abbracciare la responsabilità. Una responsabilità che non va costruita a parole, ma va definita stabilendo le questioni fondamentali dell’agenda politica internazionale, tenendo ferma quell’integrità territoriale della Cina sotto il Partito comunista che ObaMao presumibilmente non ha intenzione di discutere.
(12/11/2009)
Tag: Cina, G2, I

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23 ott

linCorreva l’anno 1979. Gli economisti nostrani cazzeggiavano alla Bocconi. Lawrence Summers addentava un cheeseburger. Giulio Tremonti non aveva ancora previsto la crisi. Justin Yifu Lin arrivava in Cina via mare. Cioè, a nuoto.

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