22
feb

In questi giorni assistiamo ad un importante riposizionamento della politica internazionale russa: questa si avvicina alle posizioni occidentali, indebolendo – e non di poco – le relazioni con Teheran. Al centro di questo riposizionamento la questione della consegna dei missili S-300, che Mosca aveva promesso all’Iran da ben cinque anni. Al solito, le cose sono state fatte alla maniera russa: in un primo momento le motivazione del ritardo sarebbero state di natura ‘tecnica’, mentre ci sono voluti alcuni giorni perché fosse confermata la vera motivazione, ovvero la volontà politica di non dotare l’ex alleato iraniano di batterie mobili che permetterebbero di intercettare non solo gli aerei, ma anche missili da crociera e balistici a medio e corto raggio, rendendo così piuttosto complicato un intervento militare diretto a colpire gli obiettivi nucleari iraniani. Ma quali sono le ragioni che hanno spinto la Federazione Russa a questo ripensamento? Due le  possibili chiave interpretative. Leggi il resto »

20
feb

George Papandreou, il terzo esponente della sua famiglia a guidare il paese, era probabilmente consapevole della gravità della sfida che avrebbe dovuto affrontare, ma forse non ne aveva previsto la portata. La Grecia vive in una situazione critica. Come ben descritto da Tony Barber nel suo blog, è necessaria una vera e propria re-invenzione dell’intero sistema economico. Lo Stato ha stabilizzato decine di migliaia di dipendenti pubblici nel corso della scorsa legislatura sino ad incrementare del  20 % il proprio personale. Questa esplosione dei costi, sommata ad un alto livello di evasione fiscale (il 30% della ricchezza del paese è legata all’economia sommersa) e una dissennata e truffaldina politica di indebitamento hanno prodotto un mix micidiale che sta portando il paese al collasso. Leggi il resto »

14
gen
Pare che in Germania le cose non vadano troppo bene al nuovo governo guidato da Angela Merkel.
12
gen

Ormai da decenni, l’integrazione è al centro dell’agenda politica tedesca. Il numero estremamente alto di immigrati all’interno dei confini, circa sette milioni (quasi il 10% della popolazione), ha posto la Repubblica federale, dal dopoguerra fino ad oggi, nella difficile posizione di terra di migranti, di terra promessa nella quale cercar fortuna, quasi che si dovesse avverare l’auspicio di Paul Claudel, noto diplomatico francese, che all’alba del secolo scorso definì la Germania, come “quella immensa vallata, fatta non per dividere i popoli, ma per riunirli”. Leggi il resto »

17
dic
Dopo aver parlato della tariffa incentivante finalizzata alla promozione del settore fotovoltaico in Italia, vorrei cercare di indicare quali risultati sono stati ottenuti e quale potrebbe essere la strategia da seguire per raggiungere nel più breve tempo possibile la grid parity, stimolando l’occupazione e cercando anche una visione di più ampio respiro che comprenda tutti i settori cardine su cui si basa la green economy poiché la sostenibilità è a tutti gli effetti un motore per lo sviluppo economico.
Lo Stato deve definire una politica ambientale coerente e promuovere una campagna di sensibilizzazione finalizzata all’aumento di consapevolezza da parte dell’opinione pubblica circa la necessità di un cambiamento del nostro modo di pensare l’energia e del nostro modo di interpretare i cambiamenti. La protesta fine a se stessa o mirata all’esclusione dalla nostra vista di qualsiasi novità deve avere fine. Deve aumentare la partecipazione nelle scelte in modo da farle divenire condivise e responsabili.
Una ricerca della Deutsche Bank ha esaminato le politiche sul clima di 109 paesi per determinare il livello di rischio per gli investitori del settore. L’Italia ha il coefficiente di rischio maggiore. Il motivo risiede nel fatto che non è assolutamente chiaro che tipo di legislazione lo Stato italiano intenda adottare sul clima.
Un altro ostacolo coincide con la mancanza di un’adeguata educazione ambientale. Nelle statistiche è in forte aumento la sensibilità per le tematiche ambientali ma quando si deve passare dalle parole ai fatti, o meglio al portafoglio, ci si tira indietro.
Bisognerà individuare al più presto una procedura autorizzativa univoca per la costruzione degli impianti ad energia rinnovabile. Lo Stato su questo tema ha delegato le Regioni che, a volte, hanno delegato le provincie. Questo processo ha determinato lo sviluppo di iter diversi e lacunosi nelle varie realtà locali, che hanno fatto allungare infinitamente le tempistiche autorizzative. A peggiorare la situazione sta contribuendo il problema di una rete elettrica obsoleta o sovraccarica.
In Germania negli ultimi 9 mesi sono stati installati 1.471 MW di potenza fotovoltaica, probabilmente nel 2009 saranno installati 2,4 GW per arrivare ad un totale installato a fine anno di 7,7 GW.
In Italia attualmente sono in produzione 700 MW, a fine anno forse si raggiungerà la quota di 1 GW.
Questi dati mostrano che la Germania da Gennaio a Settembre 2009 ha installato il doppio della potenza fotovoltaica che l’Italia ha installato da sempre.
Come è possibile che l’energia solare stia avendo un successo strepitoso in un paese abitato da persone di carnagione chiara con capelli biondi dove cioè si ha un’insolazione che in alcuni casi è la metà di quella italiana?
Innanzitutto si deve sottolineare la profonda sensibilità dei tedeschi nei confronti delle tematiche ambientali. Tale apertura si è rafforzata con lo sviluppo di una economia sostenibile che ha generato decine di migliaia di green jobs.
Il settore fotovoltaico è stato stimolato dall’attivazione di un ottimo sistema incentivante. La Feed in Tariff (FiT) presente in Germania è in vigore dal 2000 ed è progredita nel tempo apportando delle graduali riduzioni alle tariffe incentivanti basandosi sui seguenti principi generali:
“le tariffe devono essere vantaggiose per il mercato ma non devono produrre profitti immeritati, i costi devono essere supportati dai consumatori di energia elettrica come misura anche di contenimento degli stessi e senza intaccare il bilancio dello Stato, si devono ridurre al minimo le procedure autorizzative” (Hans Josef Fell, deputato al Bundestag e “inventore” del sistema FiT).
Il settore fotovoltaico in Germania ha creato 250.000 nuovi posti di lavoro “diretti”. Per fare un esempio, il più grande produttore mondiale di celle fotovoltaiche si chiama Q-Cells ed è tedesco.
Nei tetti delle case è normale avere un generatore fotovoltaico ed un collettore termico piuttosto che non averne. In aree appositamente individuate vengono realizzati grandi parchi fotovoltaici.
Il Governo italiano probabilmente seguirà il percorso della Germania nella definizione della nuova FiT ma purtroppo a livello occupazionale pagherà il ritardo accumulato.
Per raggiungere traguardi importanti sia a livello ambientale che occupazionale c’è bisogno di una scossa a livello politico ed anche a livello popolare.
Dobbiamo iniziare a convivere con le nuove tecnologie energetiche e cercare in maniera condivisa di inserirle nel territorio a partire dal tetto della nostra abitazione.

pannelli solariDopo aver parlato della tariffa incentivante finalizzata alla promozione del settore fotovoltaico in Italia, vorrei cercare di indicare quali risultati sono stati ottenuti e quale potrebbe essere la strategia da seguire per raggiungere nel più breve tempo possibile la grid parity, stimolando l’occupazione e cercando anche una visione di più ampio respiro che comprenda tutti i settori cardine su cui si basa la green economy poiché la sostenibilità è a tutti gli effetti un motore per lo sviluppo economico. Leggi il resto »

18
nov
Forum di dialogo italo-turco ad Istanbul. Dialoghiamo
Il Presidente Napolitano lo ha ribadito nella sua visita di ieri ad Ankara: “la Turchia rappresenta un valore aggiunto per l’Europa”. L’Italia continua a porsi in testa al gruppo di Stati europei che appoggiano con forza l’ingresso di Ankara nell’Unione Europea. Certo, bisogna capire cosa si intende per Unione Europea, come giustamente fanno notare più analisti: intendiamoci, se l’obiettivo comune europeo è quello di avere una classe politica e di opinione pubblica che abbia radici culturali omogenee (in un contesto dove, peraltro, da più parti si continua ad insistere sul riconoscimento delle “radici giudaico-cristiane” dell’Europa), allora la Turchia può aspettare per altri decenni e continuare a bussare alla porta di Bruxelles, ma rimanendone fuori. Inoltre vi è da superare la barriera costituita da Germania e Francia contro la Turchia, barriera che pare alquanto insormontabile.
Vi è comunque da sfatare l’analisi che vede nel veto franco-tedesco motivi culturali o religiosi: diciamolo ancora una volta per tutte: le motivazioni anche in questo caso sono prettamente politiche. Il perché è presto detto: Parigi e Berlino (soprattutto la seconda) temono il numero dei Turchi: 70 milioni. Cosa vuol dire? Che, con le attuali ripartizioni dei seggi al Parlamento europeo, sulla base del numero di abitanti del Paese che invia i propri deputati, Ankara avrebbe una rappresentanza (e quindi anche un certo peso politico) enorme, essendo la seconda nazione dietro la Germania, ma con trend di crescita demografica ben più alti. Qui è il nodo. Ma a parte tali motivazioni, volendo essere più attenti all’interesse geopolitico e strategico dell’Unione Europea, la Turchia potrebbe portare anche molti benefici (soprattutto in termini di sicurezza, sia energetica, che militare). L’Italia, nella sua politica estera basata più sugli interessi di palazzo che altro, questa cosa sembra averla intuita da sempre e, anche per il rapporto particolare tra Roma ed Ankara, da 6 anni vi è un momento di dialogo molto interessante tra i due Paesi: il Forum di dialogo italo-turco.
Si tratta di un luogo di confronto tra le società civili dei due Paesi. Promosso e organizzato da Unicredit, il Ministero degli Affari esteri della Turchia, East (rivista di geopolitica) e Limes, si svolge ad anni alterni a Roma ed Istanbul. Quest’anno tocca ad Istanbul e sarà oggi e domani, 18 e 19 novembre. Questa edizione vedrà il compimento della prima fase di un lavoro lanciato l’anno scorso a Roma, volto a rafforzare il ruolo del Forum come momento di elaborazione di proposte ed iniziative per rafforzare il dialogo culturale tra i due Paesi. Un gruppo di esperti italiani e turchi ha lavorato durante l’anno per approfondire ed analizzare il tema del dialogo culturale, condividendo analisi e proposte congiunte che saranno presentate al Forum. I lavori vedranno anche la partecipazione dei due Ministri degli Esteri Frattini e Davutoglu, che indirizzeranno un discorso ai partecipanti.
Quest’anno anche Lo Spazio della Politica, in parte, è ad Istanbul, dal momento che io personalmente sono stato invitato in quanto Coordinatore del Programma Medio Oriente dell’ICTS (Italian Center for Turkish Studies), unico think tank italiano ad occuparsi esclusivamente della Turchia e della sua politica estera, tentando di creare luoghi di interscambio culturale ed incontro (anche a livello economico-commerciale) tra le realtà di questi due importanti Paesi del Mediterraneo. Dal momento che siamo molto sensibili alle tematiche riguardanti l’interesse nazionale italiano e le sue declinazioni, troviamo indispensabile fare informazione su eventi come questo che, per quanto apparentemente solo “istituzionali”, rappresentano invece un momento di importante confronto e dialogo tra le due sponde del Mare Nostrum. Vi terremo aggiornati sugli avvenimenti in corso.
Stay tune
TURKEY ITALYIl Presidente Napolitano lo ha ribadito nella sua visita di ierì ad Ankara: “la Turchia rappresenta un valore aggiunto per l’Europa”. L’Italia continua a porsi in testa al gruppo di Stati europei che appoggiano con forza l’ingresso di Ankara nell’Unione Europea. Leggi il resto »
16
nov
LA “NUOVA VECCHIA” POLITICA ESTERA TEDESCA
Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel.  Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.
*Giovanni Boggero studia attualmente alla Georg-August Universität di Göttingen (Germania). E’ giornalista freelance. Ha scritto per i quotidiani Il Riformista, Il Foglio, L’Occidentale e per la rivista Aspenia. Collabora con l’Istituto Bruno Leoni.Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel.  Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.

ZRE_Westerwelle.inddIl recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Leggi il resto »

13
nov
“ Ab sofort!” , “Da subito!”. A suon di picconate e cori.
Libertà e gioia. Allora e oggi. Dopo vent’anni.
Piove su Berlino, passeggio a Potsdamer Platz tra il Sony Center e i palazzi avveniristici, mentre gli organizzatori stanno allestendo il domino che riproduce il muro.
Potsdamer Platz un tempo distrutta dalla bombe, anni fa cantiere, oggi simbolo di rinascita.
Non voglio scrivere di ragioni politiche, economiche, storiche. Non voglio scrivere di auto blu e rockstar.
Passeggiando in questa città che fin dalla prima visita mi ha emozionato per la sua straordinaria capacità di unire passato e futuro, dove palazzoni grigi e squadrati si affiancano a cupole di vetro e a creazioni di architettura postmoderna.
9 novembre 1989, 9 novembre 2009 e 28 anni di chiusura cieca, vergognosa, tragica.
Sul cielo di Berlino oggi ci sono angeli. Per strada persone, migliaia, che ricordano, immaginano, festeggiano. Piangono.
Io il 9 novembre dell’ 89 avevo 11 anni, sapevo cos’era l’Est solo perché andavo a trovare la mia amica Ana a Nova Gorica esibendo il passaporto. Mio padre faceva benzina e le portavamo sempre qualche regalo. Anche il mio nord est aveva il suo est.
Quando il TG ha trasmesso le immagini delle centinaia di persone sul muro, delle trabant che entravano a Berlino ovest, pensavo che Ana sarebbe subito venuta a giocare con me.
Gerd nell’ 89 aveva 45 anni e viveva a Friedrichshain,  vicino a Karl Marx Allee. Un vialone imponente, simbolo della DDR.
Lo incontro al Checkpoint Charlie dove blindati e gendarmi identificavano tutti, dove oggi sorge il museo del muro e si vendono i gadget con scritto “you are leaving the american sector”, con traduzione in russo, francese e tedesco.
Gerd  mi racconta che aveva paura che non fosse vero e che ha la pelle d’oca ancora oggi, solo a pensarci. La voce si era sparsa tra le case e lui, chiuso a est da oltre 28 anni, è andato sul Bosebruche, il ponte dei cattivi. In un attimo erano migliaia. Fermi al confine, in attesa.  Descrive quel momento dicendomi che non è possibile farlo. “Aspettavamo senza aspettative”.
I soldati di frontiera si tenevano a distanza e in un attimo con le lacrime agli occhi abbiamo corso.
Corso verso la libertà. Libertà di muoverci, senza passaporto, senza perquisizioni.
Libertà di andare al Ku’damm a vedere i negozi. Libertà di riabbracciare i propri cari.
Alcuni amici avevano tentato la fuga, molti erano morti.
Mi ricorda la storia di Peter Gechter morto dissanguato mentre provava a scappare a est.
Muro dell’infamia.
E una scritta sulla East Gallery “Du hast gelernt was Freiheit heisst und das vergiss nie mehr“, hai imparato cosa voglia dire libertà  non dimenticarlo mai.
Karin nell’ 89 aveva 25 anni e viveva vicino allo Zoo a Ovest.
Era a casa quando la radio ha trasmesso la notizia. E’ corsa a est, tra cartelli con scritto Willkomen, pronta a riaccogliere i suoi concittadini.
Karin la incontro ad Alexanderplatz, il punto di ritrovo degli Ossi, a est sotto la Fernsehtur, la torre della televisione.
Muro della vergogna.
Mi dice con gli occhi lucidi “quel grigiore è scomparso. Hai visto quanti negozi, quanta vita qui”.
E una scritta sulla East Gallery “ Nothing is different under the same sky”, nulla è diverso sotto lo stesso cielo”
Kamil nell’ 89 non era nato. Vive a  Kreuzberg in un palazzo con i soffitti bassi, i portoni tutti uguali, freddo. Quasi glaciale. Kamil è turco. Ha visto Istanbul, Londra e Parigi. Mentre mi parla degli U2 e prepara kebab, mi racconta la storia di Konrad Shumann che ha deciso di saltare il reticolato a est. Un’immagine forte nella mente di questo ragazzino.
Muro dell’odio.
E una scritta “Il tuo Cristo è ebreo. La tua democrazia greca. Il tuo caffè brasiliano. La tua vacanza turca. I tuoi numeri arabi. Il tuo alfabeto latino. Solo il tuo vicino è straniero”
Divisione, sofferenza, incomprensione. Muro. Che separa famiglie, affetti, amori
Filo spianto, impianti per sparare in automatico, recinzioni, torri di guardia, trincee.
Il muro non c’è più. Picconato da eroi comuni
9 novembre 1938 inizio della notte dei cristalli, 9 novembre 1989 inizio della libertà per i berlinesi.
9 novembre 2009 ancora tanti muri da abbattere, ma incrociando gli sguardi delle persone che mi circondano, venute qui da tutto il mondo, sembra davvero ci sia speranza. Gli eroi comuni ci sono ancora. Il domino cade. La gioia esplode.
Floriana Bulfon

berlino“ Ab sofort!” , “Da subito!”. A suon di picconate e cori. Libertà e gioia. Allora e oggi. Dopo vent’anni. Piove su Berlino, passeggio a Potsdamer Platz tra il Sony Center e i palazzi avveniristici, mentre gli organizzatori stanno allestendo il domino che riproduce il muro. Potsdamer Platz un tempo distrutta dalla bombe, anni fa cantiere, oggi simbolo di rinascita. Leggi il resto »

03
nov

Axel Weber BundesbankMalgrado i sospetti non manchino, Alessandro Aresu ha ragione nell’affermare che la candidatura di Massimo D’Alema al vertice della diplomazia europea non ha nulla a che fare con un inciucio nostrano ma piuttosto con un lavoro diplomatico sapientemente orchestrato. La decisione se sostenere o meno tale candidatura rendendola credibile è ora tutta nelle mani del governo. Leggi il resto »

04
ott

irlanda trattato di lisbona referendum Il 67% dei partecipanti al referendum irlandese sul Trattato di Lisbona ha votato sì alla sua ratifica. Un voto non scontato dopo la precedente bocciatura del testo avvenuta un anno fa. In mezzo, la crisi economica e la presa di coscienza dell’inesistenza di strade alternative. Il referendum irlandese chiude un decennio, il primo del ventunesimo secolo, che si potrebbe ribattezzare il decennio dell’ “euro-glaciazione”. Leggi il resto »