13
feb
Un interessante articolo di Newsweek parla delle prospettive dello sviluppo economico africano.
28
gen

[1]Siamo tutti keynesiani ormai. L’eroe della Grande Depressione è stato evocato nel momento del bisogno e ha cominciato ad apparire ovunque: negli editoriali dei giornali finanziari, nei commenti dei settimanali e perfino nelle pagine di quelle riviste economiche e finanziarie americane dove il keynesismo ha sempre ricevuto un’accoglienza tutt’altro che entusiasta. Tuttavia, questa nuova moda keynesiana tende a non rammentare che le politiche economiche keynesiane sono state elaborate in opposizione esplicita a quella che noi ora chiamiamo “globalizzazione”. Keynes avvertì che l’integrazione economica globale produce tensioni che non possono essere risolte dalla tradizionale politica statale, e perciò può mettere in pericolo la pace. In effetti, fare di Keynes un difensore della spesa a debito ignorando allo stesso tempo le sue profezie sull’integrazione economica rischia di far riprodurre quella forma di conflitto internazionale che all’inizio stimolò il suo pensiero.

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12
gen

Povera Cina. Nella geopolitica dei pensatori globali, l’ascesa è relativa e la competizione non esiste: l’India è una superpotenza, la Cina arranca. Anche per questo, nelle critiche compiaciute al mondo del Washington Consensus, i cinesi danno molto spazio a Joseph Stiglitz e non apprezzano più di tanto Amartya Kumar Sen, l’uomo dei tanti mondi. L’economista e il filosofo della democrazia come discussione: dall’impossibilità del liberale paretiano all’etica delle capacità elaborata con Martha Nussbaum, la filosofa americana appassionata di India. Leggi il resto »

04
gen

Uno dei motivi per cui nel “pianeta LSDP” crediamo nell’efficacia della politica globale sta nell’utilità, in alcune circostanze, della comparazione tra realtà politiche differenti. Abbiamo già parlato in passato del valore “esemplare” della leadership del primo ministro indiano Manmohan Singh. Oggi riprendiamo questa traccia, proprio per effettuare un parallelo con la politica italiana. Leggi il resto »

04
gen

We are all almost Indians now. Lo Spazio della Politica festeggia la pubblicazione del fondamentale numero “Pianeta India” di Limes arricchendo il suo speciale sull’India con una ciliegina: la traduzione, in esclusiva, di un articolo di David Singh Grewal (LSDP global thinker n. 10) dedicato a “Keynes, la globalizzazione, l’India”. Abbiamo già parlato spesso del lavoro di Grewal, a partire da qui e qui. Inoltre, Alessandro Aresu e Raffaele Mauro, d’accordo con lui, sono impegnati da tempo nella ricerca (per ora infruttuosa) di un editore interessato  alla traduzione di Network Power, il libro che è stato definito da un intellettuale indiano che abbiamo spesso citato, Pratap Bhanu Mehta (LSDP global thinker n. 8), “semplicemente, il miglior libro esistente sulle dinamiche della globalizzazione”. Perciò un ringraziamento a David, i migliori auguri a lui per il suo lavoro e a noi stessi per la sua diffusione in Italia. A presto per l’articolo!

03
gen
E’ in edicola il nuovo numero di Limes dedicato all’India (qui il videoeditoriale di Lucio Caracciolo). Correte in edicola che ne vale la pena.
09
dic
Temi/domande per il paper Italia-India
Qual è il settore di cui ti occupi?
In che modo sei entrato in contatto con la realtà dell’altro paese? Qual è il peso e il ruolo che l’esperienza italiana/indiana ha avuto sulla tua esperienza professionale?
Sto per finire il corso di laurea specialistica in Marketing Management, dopo una triennale in Economia Aziendale. Un giorno mi piacerebbe avere un’impresa tutta mia, non tanto per un’attrazione per il potere, quanto per una consapevole volontà di misurarmi in prima persona, rischiando con il mio capitale e per generare posti di lavoro per gli altri, e non solo per me stesso.
Per queste ragioni, pensavo che un’esperienza di scambio universitario fosse indispensabile.
Sembra che il mondo accademico stia guardando con molto interesse alle esperienze di studio nei paesi emergenti; esse infatti aggiungono valore non solo dal punto di vista puramente accademico, ma anche sotto il profilo educativo in senso esteso, poiché offrono agli studenti l’opportunità di accrescere la propria consapevolezza di luoghi e persone di cui molto si parla, ma di cui poco si conosce.
Ho scelto l’India perché è una terra che mi affascina sin da bambino, quando leggevo i racconti di Kipling e Salgari (quest’ultimo non ci è nemmeno mai stato) e si è riconquistata i miei interessi alcuni anni or sono, quando ho scoperto che gran parte dei call center di tutto il mondo sono lì, perché il costo del lavoro è più basso, si parla inglese, e i centralinisti vengono istruiti a rispondere con lo stesso accento inglese o americano che sia, del cliente che li chiama. A differenza della Cina, il Subcontinente è meno inflazionato, più ignoto, e desta sempre molta curiosità nelle conversazioni informali, così come nei colloqui di selezione aziendali; non c’è manager che non sia rimasto colpito da questa insolita scelta per la meta dell’Exchange Program.
È stata un’esperienza rilevante pur non avendo ancora avuto un impatto concreto sulla mia vocazione professionale; un’avventura che mi ha messo alla prova combinando il fattore della prolungata lontananza da casa con quello delle condizioni igieniche, ambientali e soprattutto culturali, diverse dalle nostre. Per ora c’è solo un forte desiderio di tornarci: qualsiasi realtà economica internazionale, non può escludere l’India dal proprio territorio d’azione.
In che modo nella tua esperienza sei entrato in contatto con gli stereotipi legati all’immagine del tuo paese? Quanto invece hai incontrato degli ambienti davvero “globali”?
Quando rispondevo: «Italy» a chi mi chiedeva la mia provenienza, il volto degli indiani si illuminava. Nella maggior parte dei casi rispondono:«Sonia Gandhi is Italian!». Già, peccato che la Madam, come la chiamano, non lo parli quasi più l’italiano, e che le sue origini tricolori siano la causa di rinuncia alla carica di Primo Ministro, in favore dell’economista Manmohan Singh. Questo gesto nobile ne ha accresciuto la popolarità, elevandone la statura morale al pari di una pseudo-divinità e ha contribuito al recente trionfo politico del maggio scorso, nell’ambito del più grande processo di elezioni democratiche al mondo, dal momento che coinvolge più di 715 milioni di votanti, quanti l’Unione Europea e gli Stati Uniti messi assieme. Forse anche la percezione nei nostri confronti ne ha giovato. L’Italia è poi connessa al nostro sport nazionale, e non bisogna stupirsi se nei villaggi più sperduti, i bambini pronuncino con il tipico accento hinglish (a metà tra Hindi e Inglese) il nome del campione “Totti”. In gran parte per loro noi siamo “Europe”, non ti chiedono come si vive in Italia, ma come si sta in Europa.
Il Belpaese è percepito come culla del cultura, l’upper class ci ammira e non perde occasione di frequentare il Centro di Cultura Italiana presso l’ambasciata di Delhi. Una sera, durante una festa nell’incantevole giardino della nostra sede diplomatica mi ha impressionato l’incontro con una donna indiana, che indossava un meraviglioso sari tradizionale e parlava correntemente la nostra lingua.
Il concetto di globalità è assai meno sviluppato, esiste il concetto di “expat”, l’espatriato che vive in India per lavoro, di solito per un periodo temporaneo che si estende al massimo per tre anni, e sempre con la prospettiva di rientro in Italia. Ci sono serate “expats” nei locali in cui gli indiani sono solo una nobile e selezionatissima minoranza, pare che inoltre essi risiedano tutti nella stessa zona a Delhi, vicino alle rispettive ambasciate.
Effettua una comparazione tra i sistemi universitari dei due paesi sulla base della tua esperienza (preparazione, qualità docenti, ambiente, colleghi, opportunità, innovazione, legami con l’esterno e rapporti col mondo del lavoro)
Il Management Development Institute (MDI) di Gurgaon, nella sviluppata e futuristica periferia di Delhi, è considerato una delle migliori business school indiane. Fortemente improntata all’internazionalizzazione ospita ogni anno un centinaio di studenti stranieri, un vasto numero considerando che ha meno di un migliaio di scolari complessivi e che ogni anno applicano in centinaia di migliaia di giovani da tutti gli stati della federazione. A frequentare l’MBA eravamo in circa trenta dall’Europa, i nostri coetanei indiani avevano un anno più di noi e tutti erano già passati dal mondo del lavoro per un’esperienza di internship. Medici, biologi, fisici, informatici e soprattutto tanti ingegneri, si iscrivono per avere la certezza di un posto di lavoro al top nelle multinazionali o nelle più prestigiose istituzioni finanziarie.
Le lezioni, tutte tenute nella lingua dell’Impero, avevano tuttavia un forte focus locale; gli stessi docenti pur avendo avuto nella totalità dei casi esperienze di ricerca e di lavoro negli Stati Uniti o in Europa, erano particolarmente inclini a valorizzare le peculiarità del Paese, citando casi spesso ignoti a noi stranieri ma di grande popolarità tra i compagni indiani. Questi ultimi sono molto attivi in aula, è un continuo alzarsi di mani, di risposte, di soluzioni proposte, di richieste di chiarimenti. Le sessioni hanno un contenuto di teoria pari a zero, sono tutte molto pragmatiche, si presuppone già la conoscenza delle basi. Soprattutto l’esperienza del campus, cioè della vita dentro l’università, lega indissolubilmente questi futuri leader, all’istituzione che li ha educati. Questa vive dei contributi degli ex alunni e continua a sostenerli con iniziative e proposte quali incubatori di imprese ed erogazione di servizi di consulenza e formazione executive, quando divengono manager e imprenditori.
Ma la cosa incredibile riguarda il fatto che sono le aziende che vengono a fare i colloqui di selezione in università e l’organizzazione è totalmente delegata ad un gruppo di studenti chiamato placement committee, che svolge nell’assoluta imparzialità tutte le operazioni di programmazione delle attività che si concludono con offerte a tempo indeterminato, per i più talentuosi. Anche le relazioni internazionali sono delegate totalmente ad associazioni studentesche.
Come vedi il discorso sull’India come gigante globale e sull’entusiasmo febbrile che anima oggi la società indiana? E’ davvero così o è una lettura parziale o distorta? Quali sono per te i problemi dell’India, i lati positivi, le cose da migliorare sotto il profilo sociopolitico ed economico? Che giudizio dai delle classi dirigenti indiane?
Più volte mi sono chiesto quanto il grande e lento “Elefante” abbia preso il sopravvento sull’agile e aggressiva “Tigre”. Quello che colpisce dell’India è l’enorme divario tra ricchezza e povertà. Di certo l’esperienza universitaria mi ha aiutato molto a conoscere dall’interno le problematiche e le dinamiche socio-economiche di questa terra affascinante; l’MDI è la fucina di gran parte della classe dirigente che spesso torna a tenere conferenze e incontri in università e ne influenza la vocazione allo sviluppo e al cambiamento che il mondo intero ha delegato al Subcontinente. Ho frequentato un corso di management delle banche e delle istituzioni finanziarie, e uno di marketing rurale, tenuti rispettivamente da un ex funzionario della Banca Centrale Indiana e da un ex manager e ora consulente di una multinazionale. Ho visitato i famosi call center, i back office delle compagnie assicurative americane, i villaggi in cui le multinazionali industriali si battagliano le quote di mercato proponendo a prezzi irrisori quantità unitarie di shampoo, caramelle, dentifricio. Credo che l’India abbia enormi potenziali di crescita, non solo perché è retrograda come l’Italia del dopoguerra negli anni ’50, ma perché è diffuso e si percepisce il grande desiderio di non tradire le aspettative che l’economia mondiale ha riposto in questo popolo umile, costantemente dominato e sottomesso dai poteri che nella storia si sono susseguiti, e che ora ha voglia di alzare la testa ed affermarsi come potenza economica. Viaggiando mi sono accorto che il lassismo del settore pubblico, l’entusiasmo patologico per il cricket a differenza del calcio, l’interesse per i pettegolezzi di Bollywood, le carenze infrastrutturali e l’esperienza diretta con la corruzione (ho dovuto dare la mazzetta ad un controllore sul treno, affinché mi permettesse di sedermi) mi hanno ricordato la mia terra. Le condizioni igieniche, l’inquinamento che avvolge Delhi e Mumbai da una nube perenne, sono componenti disastrose che escludono la superpotenza nucleare dal discorso sull’impatto ambientale in auge di questi tempi. I trasporti poi sono un altro punto debole, anche percorrere un breve tratto di strada diviene un impresa; riconosco che almeno sotto questo punto di vista ci si sta muovendo, la metropolitana di Delhi è tra le più all’avanguardia che io abbia mai visto e gli indiani sono molto veloci nel costruire. Nei quasi quattro mesi di permanenza ho visto un centro commerciale nascere, dalle fondamenta, all’inaugurazione. Impressionante!
domande specifiche per italiani
Come vedi il discorso sulla sottovalutazione dell’India come attore strategico per il sistema-Italia? Come pensi, nel caso tu condivida, si possa rimediare? Quanto contano secondo te il tema dei network e delle reti bilaterali tra stati, in particolare pensando al ruolo delle giovani generazioni nel costruire questi rapporti? Durante il tuo soggiorno hai avuto modo di trovare opportunità e contatti utili per la tua carriera?
Le politiche di visto non aiutano le interazioni tra i due Paesi, ricordo che un noto imprenditore e ambasciatore del Made in Italy, ebbe problemi nel rilascio del permesso per entrare in India, mentre si recava all’apertura di un punto vendita del suo marchio. So di per certo che per alcune imprese italiane si tratta di una nazione a priorità massima per le strategie di internazionalizzazione e che i rapporti bilaterali vengono sottoposti ad una costante tessitura a livello economico e diplomatico. I rikshaw sono motorette legate a carretti, tutte in gran parte prodotte dalla Piaggio, Mumbai è piena di 600 Fiat. Penso ai settori dei macchinari, della difesa, della moda e dei beni di lusso in cui il nostro Paese apporta un contributo essenziale. Ma dall’India abbiamo anche molto da imparare, riguardo alle nuove tecnologie, all’innovazione e alle potenzialità del mercato del lavoro.
Durante il mio soggiorno ho avuto modo di trovare un’opportunità nel settore della consulenza informatica ma lo scadere del visto e gli studi da completare mi hanno impedito di andare a fondo di questa possibilità. Il servizio placement dell’Università non mi aiuterebbe affatto, ma i rapporti con i professori, che sono rimasti buoni, probabilmente potrebbero rivelarsi ancora utili qualora decidessi di tornare per un’esperienza professionale
Pur nella diversità di dimensioni geo-demografiche, pensi esistano delle affinità tra Italia e India, in positivo (es. la creatività) e in negativo (es. scarsa efficienza della pubblica amministrazione, incapacità delle classi politiche etc) ? Quali sono invece secondo te le differenze più grandi?
È molto difficile azzardare dei paragoni tra due realtà tanto diverse, tuttavia ho trovato nel Subcontinente un background culturale che talvolta mi ricordava casa. Non mi riferisco solo alle profonde inefficienze burocratiche, alla rilevanza dell’economia sommersa e della corruzione e alla disastrosa situazione infrastrutturale, ma alle grandi capacità di adattamento del popolo indiano, e alla vocazione creativa che esso possiede indubbiamente. Questi aspetti di similarità rendono l’India più vivibile ai nostri connazionali e ancor più attraente sul profilo economico e politico.
La grande apertura di pensiero, tipiche delle democrazie più evolute, consentono un dibattito continuo tra le differenti correnti intellettuali e religiose; con l’eccezione di alcuni circoscritti ambiti geografici l’India dà l’impressione di essere un luogo estremamente sicuro, ove gli attentati di Mumbai vissuti nel periodo della mia permanenza, le tensioni del conflitto con l’altra superpotenza nucleare, il Pakistan, e persino le persecuzioni dei cristiani in Orissa, sembravano degli eventi edulcorati dai mezzi di comunicazione di massa occidentali.
Le differenze sono innumerevoli, l’influenza dei diversi dominanti ha schiacciato il Paese in una cornice di sottomissione assoluta, di infinita umiltà, di una condizione di inferiorità impressionante sul piano sociale, economico e culturale rispetto al grande Occidente che detta legge a livello geopolitico. Ma gli indiani non sono affatto un popolo di incantatori di serpenti da sfruttare senza pietà, la loro religione ha radici millenarie e li rende inattaccabili soprattutto quando li si affronta mettendo in discussione gli aspetti relativi alla vita terrena. È una sfida dagli esiti incerti, ma sarà estremamente affascinante vedere se la Tigre, tornerà a dominare sul lento Elefante

mdi gurgaonConcludiamo il nostro speciale sulle trasformazioni dell’India contemporanea realizzato attraverso le testimonianze di alcuni giovani talenti italiani con alle spalle percorsi di studio/lavoro nella nazione asiatica. Oggi è la volta di Paolo Rainone, che analizza in particolare il funzionamento del sistema universitario di eccellenza indiano, con riferimento al modello del Management Development Institute di Gurgaon. Buona lettura. Leggi il resto »

05
dic
Sono un ex-studente dell’Università Bocconi, dove ho frequentato il corso di laurea triennale in International Economics and Management e quello magistrale in Marketing Management. Da pochi mesi lavoro presso McKinsey & Company.
Nel corso della mia carriera universitaria ho avuto modo di sperimentare l’atmosfera dell’università USA con uno scambio presso la University of North Carolina at Chapel Hill. Durante gli studi specialistici ho invece deciso di recarmi in India, all’Indian Institute of Management – Ahmedabad
In positivo e in negativo l’India si è dimostrata molto lontana dalle mie aspettative.
Fin dai primi istanti, a Delhi, sono stati il caos, la povertà e la sporcizia a colpirmi.
A Delhi, e ancor di più nel resto del paese (perlomeno nei luoghi che ho visitato), si è immersi nella reale situazione dell’India, così diversa dalle generalizzazioni, in positivo e in negativo, che troviamo su libri e giornali. Tutto mi è apparso come coperto da una polverosa Indianità, anche ciò che sembra familiare, le catene di fast-food, i centri commerciali.
Molto spesso da fuori notiamo solo le realtà che squarciano questo strato di polvere, non vedendo quindi l’India vera, ma i caratteri che più ci assomigliano o che sono più facili da rappresentare. In realtà non si trovano spesso i proverbiali contrasti tra grattacieli e baraccopoli, che sono tipici di Mumbai e che implicano l’esistenza di isole di Occidente in cui superare il culture shock iniziale.
Allo stesso modo, Bangalore e i centri dell’high-tech sono solo una briciola della realtà, eppure sembra quasi che per molti l’India debba diventare una sterminata landa di fornitori di servizi in outsourcing alle dipendenze dei giganti dell’economia mondiale. Questa visione è assolutamente distorta e riduttiva. La sfida per il futuro non sta nell’essere la più veloce in termini di crescita del PIL, ma di migliorare la propria situazione in maniera organica, tentando di non lasciare indietro settori troppo ampi della popolazione. Le aziende hanno a disposizione un mercato interno formidabile, con un potenziale forse ancora maggiore di quello cinese. Per vincere la partita non esiste però una strada certa da seguire, nessuno ha mai dovuto affrontare un compito così arduo. Tentare di descrivere (o di “misurare”) l’India di oggi e del futuro inquadrandola in uno dei nostri modelli è semplicemente sbagliato.
Purtroppo, ho potuto notare come la percezione occidentale del presente e del futuro dell’India sia spesso distante dalla realtà delle cose. Per citare un caso esemplificativo delle opinioni parziali che ci formiamo guardando l’India dall’esterno attingo alla mia esperienza universitaria, analizzando in particolare la reputazione di due delle più importanti business school indiane, IIM-Ahmedabad e Indian Business School – Hyderabad.
L’IIM-A, da decenni, molto prima della recente infatuazione dell’Occidente con le potenzialità di business in India e Cina, sforna la classe dirigente dell’economia indiana, è la business school più selettiva del mondo e di gran lunga la più rispettata ed ammirata dagli indiani. Ricordo gli occhi sgranati di una ragazza indiana che vive tra le nostre eccellenze (laureata a Cambridge, lavora in McKinsey a Londra) nell’apprendere che avevo studiato all’IIM-A e la storia di una conoscente indiana che, respinta ad Ahmedabad, trovò facilmente posto in un’università dell’Ivy League negli Stati Uniti. Il campus si trova nel Gujarat, uno degli stati più ricchi (grazie alla lavorazione dei diamanti più che alla tecnologia), ma anche più tormentati dalle lotte tra estremismi religiosi.
La ISB-Hyderabad è invece quella che il Financial Times colloca al quindicesimo posto al mondo (l’IIM-A non è presente in classifica, e non è nemmeno considerato un MBA secondo gli standard), punta di diamante del distretto meridionale della tecnologia e dei servizi, incardinato su Bangalore e, appunto, Hyderabad. Per quanto sia una scuola assolutamente eccellente, è curioso come all’estero sia l’unica degna di nota, mentre all’interno dell’India non sia nemmeno considerata la migliore.
Ritengo che questo tipo di differenza tra la visione di noi occidentali e quella degli indiani sia l’esempio di una discrepanza più ampia tra la realtà dell’India e ciò che noi percepiamo. Non è a mio avviso un segnale positivo il fatto che per guadagnarsi l’attenzione del mondo l’India debba seguire pedissequamente i nostri modelli.
In campo universitario il rischio potrebbe essere che le migliori scuole indiane tentino di adeguarsi ai parametri delle nostre “classifiche”, per attirare sempre più studenti, docenti e apprezzamenti stranieri, ma che facendolo perdano le proprie peculiarità a livello di rigore quantitativo, di senso di appartenenza, di guida per il sistema indiano.
L’approccio di scuole come l’IIM-A, mutuato inizialmente dagli USA, ma riadattato e indianizzato, è diverso da ciò a cui siamo abituati, ma è molto valido. Evolversi, incorporando alcuni elementi nuovi (afflusso di studenti stranieri, attenzione all’imprenditorialità), è utile e già si sta facendo. Snaturarsi per apparire nei rankings significherebbe scimmiottare un modello che non ha certo dimostrato di essere infallibile.
Nella vita quotidiana ho potuto vedere negli indiani, anche in mezzo alla miseria, ottimismo, gioia e speranza. Tutto ciò non viene trasmesso solo a parole, a gesti o a sorrisi, ma si può quasi respirare, nella stessa maniera in cui si può respirare in Italia un’aria pesante, cupa e disillusa. Tale atmosfera non è certo esclusiva dell’India, l’ho sperimentata in Marocco con ancora più forza, perché non vi erano gli stessi picchi di povertà e degrado, anche se in India tutto è su scala molto maggiore.
Il trattamento riservato ai giovani nel mondo del business è stato un altro degli aspetti positivi della mia esperienza. Mi sono reso conto che, ancor più che negli Stati Uniti, si può essere apprezzati per le proprie capacità, senza che l’età diventi un handicap. Nonostante il caos, l’immobilismo e la burocrazia, un giovane con del potenziale ha l’opportunità di veder riconosciuto il proprio valore, da subito. Pensare di tornare in Italia e rimettersi in coda dietro a persone di minor talento per attendere il “proprio turno” è stato indubbiamente scoraggiante. Perché un giovane indiano “eccellente” dovrebbe spostarsi da una situazione così ricca di opportunità ad una stagnante come quella italiana, se non, in alcuni casi, per sfuggire alla miseria? Non riesco a trovare molte ragioni, a parte la possibilità di catapultarsi subito nel mondo occidentale (per chi lo desidera) e il fascino che il nostro paese esercita ovunque nel mondo. Il panorama è abbastanza desolante.
Ho potuto poi rilevare la presenza di un’affinità personale tra indiani ed italiani difficile da descrivere e da raccontare e di una somiglianza, pur su scala diversa, tra le sfide dello sviluppo italiano in passato e quelle dello sviluppo indiano oggi. Ricordo, a un’importante conferenza organizzata all’IIM-A, un manager indiano, particolarmente provocatorio, citare il caso italiano per dimostrare che è possibile di prosperare nonostante un gigantesco mercato nero.
Assieme alle urla “Italia! Sonia Gandhi!” di giovani e vecchi sorridenti sulle strade in ogni angolo dell’India, è stato l’unico riferimento (quasi) lusinghiero all’Italia che ho sentito. Non è particolarmente incoraggiante. Per il resto, come in molti altri contesti e luoghi, possiamo cercare piccoli segnali positivi da amplificare oltremisura (la popolarità della nostra moda, ad esempio), ma dovremmo forse renderci conto della nostra incipiente irrilevanza.
Credo che individui italiani possano da subito costruire rapporti e carriere solidi in India, apportando grande valore. Non sono sicuro che il sistema Italia abbia la forza e la distintività per creare un legame speciale. Sarebbe importante, nel mondo del business, fornire sostegno ad attività davvero imprenditoriali, capaci di cogliere appieno il potenziale del rapporto tra Italia e India e non interessate soltanto ai costi ridotti della manodopera.
Per riuscire, il primo passo è capirsi vicendevolmente, andando oltre la superficie. Mi auguro che questo paper e le nostre testimonianze possano contribuire.

indiaContinua il nostro speciale dedicato all’India contemporanea, attraverso le testimonianze di alcuni giovani talenti italiani che hanno trascorso soggiorni di studio o di lavoro nella nazione asiatica. Oggi ci racconta la sua esperienza Gianluca Fontana, giovane consulente presso Mc Kinsey&Company, che si sofferma in particolare sul mondo delle top-universities indiane. Un’altro approfondimento da non perdere. Buona lettura.

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03
dic
Oggi ricorre il venticinquesimo anniversario della tragedia di Bhopal.
03
dic
Qual è il settore di cui ti occupi? In che modo sei entrato in contatto con la realtà dell’altro paese? Qual è il peso e il ruolo che l’esperienza italiana/indiana ha avuto sulla tua esperienza professionale?
Sono una studentessa laureanda in Giurisprudenza presso l’Università di Trento. Dopo aver frequentato, sempre presso lo stesso Ateneo, il corso di Laurea Triennale in Scienze Giuridiche Europee e Transnazionali e dopo aver studiato, nell’ambito del progetto Erasmus, presso l’Universiteit Maastricht, ho deciso di terminare il mio percorso accademico con una tesi di ricerca sul Diritto indiano e le questioni di genere. In particolare, il mio studio si è focalizzato sulle peculiari forme di auto-governo locale nelle zone rurali e la quota ivi riservata alle donne, in particolar modo nel Kerala, piccolo Stato che occupa uno stretto lembo di terra nella estremità sud-occidentale dell’India. Ho così effettuato parte delle ricerche per la tesi presso la School of Legal Studies della Cochin University of Science and Technology. E’ proprio in questo contesto che sono potuta entrare in contatto con la realtà universitaria indiana: una realtà che, come un micro-ecosistema all’interno di un sistema più vasto che è l’India tutta, ho trovato composta dagli stessi feroci contrasti e dalle stesse contraddizioni.
Il mio iniziale approccio con l’India è stato, in realtà, del tutto casuale: un viaggio intrapreso nel 2007, di cui l’India costituiva solo un passaggio intermedio scelto in extremis, poichè la meta ultima e reale era costituita dalla Cina. Tornata in Italia, ho poi avuto la possibilità di frequentare presso la mia Facoltà il corso (nel suo settore indubbiamente pioneristico) di Diritto dei Paesi Asiatici. Di qui, successivamente, la scelta di concludere i miei studi approfondendo la conoscenza del Diritto indiano e di alcuni elementi della sulla realtà sociale.
Effettua una comparazione tra i sistemi universitari dei due paesi sulla base della tua esperienza (preparazione, qualità docenti, ambiente, colleghi, opportunità, innovazione, legami con l’esterno e rapporti col mondo del lavoro)
La didattica indiana (interamente in lingua inglese) di cui ho potuto prendere visione è basata su un approccio più casistico e meno accademico, così come la tradizione vuole si addica maggiormente ad un sistema di common law, quale è quello lasciato agli indiani in eredità dagli inglesi. Tale sistema giuridico, basato sulla fondamentale importanza della giurisprudenza, richiede perciò un corrispettivo adeguato sul piano dell’educazione universitaria: ragione per cui vi si ritrovano molti seminari ad hoc, discussioni ed elaborazioni critiche dei casi in aula. Il tutto fa sì che alla didattica venga conferita quella nota frizzante e dinamica che molto spesso vediamo mancare nelle nostre polverose e accademiche facoltà di Diritto. Se, da un lato, questo può dirsi della didattica, altrettanto non si può però dire delle strutture che affiancano la didattica: come si può pensare di non offrire almeno un sistema computerizzato di ricerca in una biblioteca? Detto fatto, una onnipresente burocrazia (leitmotif nelle mie constatazioni sull’India) impone di doversi rivolgere solo ed unicamente al bibliotecario, il quale (se sarà sul posto di lavoro) inizierà a consultare l’unico computer a disposizione per la ricerca, andrà personalmente alla ricerca dei libri sugli scaffali e così via. Per l’intera School of Legal Studies della CUSAT sono a disposizione non più di quattro vetusti computer per la redazione dei papers e delle tesine, il che -in soldoni- vuol dire che se non hai un computer tutto tuo, le ricerche andranno scritte a mano. E’ così che ho visto consegnare papers lunghi ventine di pagine scritti con una grafia impeccabile. Non c’è nulla di male in realtà in questo (non più tardi di 30 anni fa i miei genitori scrivevano la loro tesi di laurea con una Olivetti), ma stupisce o quanto meno fa riflettere che questo accada in un Paese che fa della tecnologia un vanto e dove, non più lontano di 500 km dalla CUSAT, a Bangalore si trovi il cuore tecnologico dell’India, e forse del mondo intero. Sono i paradossi dell’India, ed è questa la peculiarità che oggi più mi colpisce di questo Paese. E’ un paradosso, ad esempio, la presenza di moderni generatori eolici per l’energia rinnovabile e, accanto, baraccopoli, sporcizia ed un manto stradale inesistente. E’ un paradosso, ancora, la onnipresenza dei cellulari: potrai trovarti in un villaggio sperduto nel distretto di Ernakulam (Kerala) dove manca l’acqua corrente e la gente è costretta ad attingerla al pozzo, ma sicuramente ti imbatterai in un negozietto addobbato di insegne colorate delle varie compagnie telefoniche, ed in processione tutti a fare una ricarica anche solo di poche rupiee. Questo è quello che, almeno all’inizio, disorienta davvero: la tradizione che convive pacatamente con una invadente modernità, perché non ci sarà nulla di strano nel trovarsi a mangiare per terra, come piatto una foglia di banano e come posate le mani, mentre i telefonini di tutti i commensali squillano e mandano messaggi.
Le tradizioni e la cultura hanno un peso enorme, tale che non credo l’avvento della modernità sarà mai in grado di spazzarle via del tutto. Concetti quali la suddivisione della popolazione per caste e del matrimonio intra-casta, del tutto estranei al nostro humus culturale, sopravvivono ed anzi vengono difesi dalla maggior parte della gente poiché rappresentano, anche simbolicamente, il sopravvivere della cultura indiana a quella che per certi versi è un processo di  “occidentalizzazione”.
Come vedi il discorso sull’India come gigante globale e sull’entusiasmo febbrile che anima oggi la società indiana? E’ davvero così o è una lettura parziale o distorta? Quali sono per te i problemi dell’India, i lati positivi, le cose da migliorare sotto il profilo sociopolitico ed economico? Che giudizio dai delle classi dirigenti indiane?
La febbrile esaltazione della società indiana per il futuro è tastabile, reale. La convivenza di tre fattori: un sistema democratico vitale, il PIL attuale e l’età media della popolazione sono elementi che insieme scatenano esaltanti pronostici lì in India, così come qui, da osservatori lontani. Ma non è sempre così: a volte è facile vedere che all’esaltazione lasciano il posto la fatica e la stanchezza per una vita che sotto tanti aspetti è ancora giudicata “difficile”. Non è poi così raro, infatti, imbattersi in segmenti della società media indiana che vedono i confini dell’India come una prigione insopportabile. La ragione, principalmente, è che anche dopo una laurea in una prestigiosa Università indiana e magari un altrettanto prestigioso periodo di studi negli Stati Uniti, il salario medio in India sarà nettamente inferiore a quello cui si potrebbe aspirare, ad esempio, in Europa. Perché il prezzo di un computer, in India come in Italia, sarà pressappoco identico. Indi la ragione di tanta frustrazione e preoccupazione, smania di abbandonare la terra di origine e offrire ai proprio figli una vita più “facile”, più “comoda”. Ma, allo stesso tempo, ecco che affiora la paura di perdere la proprio identità, le proprie tradizioni. Sì, ancora le tradizioni: così forti, così presenti in ogni aspetto della vita di un indiano. La paura di essere un emigrante e perdersi nel marasma della modernità, dell’”occidentalità”, quando invece sei un indiano e vuoi continuare ad esserlo, vuoi che i tuoi figli siano e si sentano davvero indiani.
Le contraddizioni spesso così evidenti che costellano la società indiana fanno però, a mio avviso, ben sperare: sono segno di una lotta lenta, di una determinata tensione verso ciò che è nuovo, ma la pulsione non è monodirezionale, poiché va anche all’indietro, di lato, a ripescare o a rispolverare parti del sé nazionale che non devono andare persi nel corso di questo lungo e lento viaggio.
Come vedi il discorso sulla sottovalutazione dell’India come attore strategico per il sistema-Italia? Come pensi, nel caso tu condivida, si possa rimediare? Quanto contano secondo te il tema dei network e delle reti bilaterali tra stati, in particolare pensando al ruolo delle giovani generazioni nel costruire questi rapporti? Durante il tuo soggiorno hai avuto modo di trovare opportunità e contatti utili per la tua carriera?
Come donna, e come italiana, la cosa più frequente che mi sono sentita dire è stata: “Sonia Gandhi! Anche lei è italiana!”. A parte questo, la gente non sapeva molto dell’Italia: né che abbiamo una lingua tutta nostra, diversa (incredibile!) dall’inglese, né che mangiamo la pasta (cliquè, almeno questo, con cui credevo tutto il mondo tendesse ad associarci). Probabilmente la maggior parte delle persone che ho incontrato non sapeva nemmeno se l’Italia si trova in Europa o nelle Americhe, ma va da sé, io ho avuto a che fare con le realtà rurali dell’India –che oggi, cellulari a parte, non hanno ancora molto di “globale”. Ciò che, come donna e come europea, ho invece potuto notare con rammarico è la percezione che l’indiano comune ha di noi. Il prototipo della donna “facile” e discinta è immancabilmente associato a noi occidentali. Ricordo ancora le battute di alcuni ragazzi a Fort Kochi che, nel chiedermi come mai fossi in India da sola e se avessi un fidanzato in Italia, si corregevano ed anzi mi domandavano quanti fidanzati avessi in Italia, perché va da sé, “dicono che le occidentali fanno così”. Questo tipo di constatazioni, unite al divario culturale che ci separa e ci condiziona, lascia lo spazio a molte riflessioni, anche sulla percezione della donna all’estero, ma non solo.
Un importante fattore di “globalità” davvero onnipresente e che, sulla distanza, sarà capace di fare la differenza, è invece costituito dal fatto che tutti parlino l’inglese, ponendosi così agilmente in contatto con la gran parte del resto del mondo. La diffusione della lingua inglese e la padronanza della stessa pressochè ad ogni livello dello strato sociale rendono possibile il confronto ed il dialogo, ponendo sicuramente gli indiani in una posizione anche lavorativamente molto competitiva. E’ sbalorditivo constatare come sia facile comunicare con un indiano di un villaggio sperduto, e non invece con la maggior parte dei cinesi anche nella moderna Shanghai, tra il dedalo dei suoi grattacieli. L’India ci è più vicina, anche e non ultimo per questo motivo. Ciò nonostante, non posso che constatare che gli indiani e gli italiani siano due popoli essenzialmente diversi, poiché frutto di storie e culture diversissime. Certo, caratteri come quelli, per un verso, dell’ospitalità e della generosità e dall’altro della macchinosa burocrazia e della percezione, tra la gente, di una classe dirigente corrotta ed inconcludente sono tutti piccoli elementi che ci rendono simili e ci danno una superficiale percezione di fratellanza. Nondimeno, queste somiglianze sono e restano davvero in superficie e non fanno che esaltare le reali differenze, che esistono e sono enormi. Tuttavia, in una prospettiva di “globalizzazione”, destinate ad assottigliarsi.
Ciò che, oggi, al di là di ciò che ci disunisce dal punto di vista culturale è maggiormente visibile all’occhio è la percezione così diversa del futuro che ci attende. La disillusione e la rassegnazione che impera in Italia, la immanente certezza che tutto continui superficialmente a cambiare per far sì che tutto resti esattamente uguale, è  l’opposto di ciò si respira oggi in India. Speranza, gioia fiduciosa per un domani che non potrà che migliorare le cose, in particolar modo per le zone rurali dell’India, dove ancora oggi la maggior parte della popolazione si trova. A giudizio di molti indiani forse questo cambiamento sta avvenendo ancora in maniera troppo lenta, ancora troppo poco percettibile dall’interno. Ma il gigante si è mosso e continua ad avanzare. In maniera libera, a volte scoordinata, ma liberamente e democraticamente in movimento in avanti e di lato. Non meccanicamente, ritmicamente, come la Cina è stata costretta ad avanzare.
E’ perciò proprio in queste differenze, in questo divario culturale e reale, presente passato e futuro, che vedo positivamente la sinergia di India e Italia, due Paesi così diversi. Perché è ciò che ci rende così diversi che ci potrebbe arricchire l’uno con l’altro: per noi, un aiuto ad uscire dalla decadenza moribonda con un briciolo di speranza e dinamismo; per gli indiani, è la nostra storia, ciò che abbiamo sino ad oggi costruito nel corso di quella che assomiglia ad una parabola.
Non so quanto conti realmente l’Italia per l’India, ma sono certa che l’India conti qualcosa per l’Italia. In via generale, la gente ha una visione distorta di ciò che è realmente l’India: da lontano la realtà è alterata nell’immaginario collettivo ed assume i contorni che il nostro occhio eurocentrico spesso decide di conferirle. Ci sono alcuni cliquè che il turista ed il conoscitore superficiale dell’India tende ad associarle, e molto spesso l’India accoglie l’occidentale offrendogli esattamente ciò che vorrebbe e spera di incontrare: in realtà è una terra molto più complessa, più varia, più contraddittoria e più difficile da capire di quanto non sembri. La conoscenza reciproca potrebbe giovarsi da una rete di cooperazioni bilaterali innanzitutto sul piano universitario: permettere agli studenti italiani ed agli studenti indiani di trascorrere periodi di studio nell’altro Paese renderebbe il terreno più fertile per una cooperazione solida e duratura.

keralaProsegue il nostro speciale “L’India c’è”. Dopo le testimonianze di Francesco Dal Fiume e di James Fontanella Khan, oggi è la volta di Lorenza Vanzi, giovane ricercatrice dell’Università di Trento che ha condotto un lungo soggiorno di studio presso la Cochin University of Science and Technology, nello stato sudoccidentale del Kerala. Quella che Lorenza ci racconta è l’India rurale, alle prese con il difficile equilibrio tra tradizione e modernità. Un’altro approfondimento da non perdere. Buona lettura. Leggi il resto »