Master Affari Politicin
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22 ago
Gianluca Giansante demolisce una volta per tutte l’inconcludente chiacchiera attorno alla meritocrazia mancante nel nostro Paese, sottolineandone i pericoli.
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20 ago
di David Ragazzoni      sezione: Italian politics
Savianostudenti

Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti, capaci di contare su centinaia di uomini armati e su capitali forti. E come è possibile che uno scrittore possa mettere in crisi organizzazioni capaci di fatturare miliardi di euro l’anno e di dominare territori vastissimi.

(Roberto Saviano, La parola contro la camorra)

Capita che spesso il Paese lo leggi sul giornale. O lo ascolti in televisione. Ti accontenti di quello che senti, del turbinio di dichiarazioni, di un taglia e cuci atavicamente ideologico. È la politica urlata e mediatica che ci rende (spesso inconsapevoli) marionette in una democrazia dove viene sempre più sacrificata la Politica e acquista sempre più rilievo la bulimia del Pubblico: gli individui che sentono senza ascoltare, che leggono senza ragionare. Ma capita anche che la narrazione che ti viene data abbia il potere di recuperare quanto è stato – volutamente e magistralmente – amputato. Che uno sguardo non pretenda di formare ma abbia la democratica ambizione di in-formare. E che contro il muro di omertà si oda lo schianto del dissenso, della denuncia che, nascendo dall’orgoglio e dalla rabbia, non conosce coloritura partitica e non accetta le aureole di plastica che la politica – non la Politica – corre a consegnarle ex post. Capita che un Paese e il suo pluriverso culturale, sociale e antropologico te lo racconti la voce di Roberto Saviano, in quattro mattinate in cui si confronta senza rete con quaranta studenti, rappresentanti di una generazione, quella di noi nata negli anni Ottanta, forse molto anti- o a-partitica ma certo non a-politica: almeno non quanto rapporti e sondaggi periodicamente ci dichiarano essere. Il seminario “Strategie e tattiche criminali internazionali”, che l’autore di Gomorra ha tenuto tra marzo e aprile presso la Scuola Normale a Pisa, non è stato mai – neppure per un minuto – soltanto un viaggio nella geografia della nuova mafia internazionale, quella che Misha Glenny consegna alle pagine del suo McMafia, costruita sull’intreccio inestricabile di droga, armi, prostituzione e traffico di esseri umani. È stato prima di tutto un tacito riconoscersi, un patto narrativo in primo luogo di onestà intellettuale tra noi studenti di Normale, Sant’Anna, IMT di Lucca e Università di Pisa e Roberto: a fondarlo, l’attenzione irrinunciabile alla ricerca documentata, all’urgenza di dare un fondamento ‘scientifico’ alla propria narrazione, che lega come in un patto di sangue il lavoro dell’autentico giornalista, del ricercatore, dello storico, del critico, dell’intellettuale (chi interpreta e s’interroga sul proprio tempo). Il mondo universitario pisano ha visto in Saviano una parte di se stesso e noi, espressione (molto probabilmente e amaramente non rappresentativa) di una generazione che continua ancora a credere nel valore imprescindibile della ricerca per l’individuo e per un Paese, abbiamo visto in lui una parte di noi stessi. Quella parte che siamo abituati a esprimere sempre meno, perché l’Italia in cui viviamo ce la anestetizza quotidianamente: la capacità di sdegnarci. Lo sdegno autentico è forse l’arma politica più potente che un cittadino democratico possa avere, perché nasce dall’esercizio del giudizio, da un pensiero, ed è propedeutica al dissenso. Perché consente di dare peso effettivo a quel sasso di carta che siamo chiamati periodicamente a riversare nelle urne. Ma in una democrazia malata mancano, tra tante cose, soprattutto queste: il dissenso e la capacità di sdegnarsi. Di dire: adesso basta. È un’emergenza quando, di fronte allo sgretolarsi del senso di legalità e di legittimità delle regole della Politica, non scatta nei cittadini un moto d’indignazione, soffocato dall’apatia. È quanto Saviano ci ha ricordato con il suo video su Repubblica.it lo scorso febbraio, di fronte al profilarsi dell’ipotesi che l’ndrangheta fosse entrata in Parlamento, che il potere mafioso avesse messo piede nel luogo del potere più importante e delicato dello Stato, dove il popolo si fa sovrano e dove la democrazia si realizza per davvero. La criminalità organizzata – ci ha ricordato – ha una sua strategia ben collaudata: prima crea zone dove il diritto non entra, non ha cittadinanza; poi si espande, pervade l’economia, si appropria del Paese e infine entra essa stessa nello Stato. Prima le cosche siciliane, poi quelle calabresi e campane hanno tolto al Sud ogni possibilità di sviluppo, avvelenando l’intera economia. Ma un Paese in cui fatti come quelli di Rosarno, in certe parti del Meridione, sono la norma ma rimangono imprigionati nelle pagine di cronaca della Gazzetta o del Corriere di Caserta, veri e propri trattati antropologici in cui l’arma delle parole si unisce micidialmente a quella delle immagini, e acquistano rilevanza nazionale solo dopo che il NY Times gli ha dedicato spazio, è un paese in cui la Politica si è desertificata. È un paese che vive di politica, ma non di Politica.

Come ha scritto Benedetta Tobagi, il potere della parola di Saviano è proprio questo: Saviano “rompe il silenzio, insegna a vedere, svela infine il volto osceno della realtà”. E la questione non riguarda solamente le cosche e il loro tacito accordo, spesso, con parti della classe politica ai suoi vari livelli. Ha una rilevanza più ampia, trans-politica e trans-generazionale, che tocca da vicino il presente e il futuro prossimo del nostro Paese. Come scrive la Tobagi: “Nel mondo oggi c’è abbastanza luce per chi vuole vedere, e abbastanza buio per chi si ostina a restare nella caverna. I vincoli esterni sono pesanti, ma non è tutto fango, non è tutto uguale. È una questione di scelte. Anche per chi scrive, per chi legge, per chi fa televisione e chi la guarda”. Aggiungo io: anche, e soprattutto, per chi ama questo Paese e intende provare a cambiarlo.

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20 ago
Gian Maria Volonté

Auchan, Ikea, Decathlon. La Porta di Roma è un enorme e luccicante centro commerciale fatto di sogni e di poco solide realtà. Qui le strade sono intitolate ai maestri del cinema e i desideri delle giovani coppie soddisfatti da palazzinari che distribuiscono cemento.

Qui abitano Luca, Veronica, Massimo, Nando, Roberta e tanti altri. Abitano a Via Gian Maria Volonté n.9. Abitano una casa che non hanno, in una via che celebra quello che riuscì ad essere al contempo il cattivo dei film western e il simbolo dell’impegno civile del cinema italiano.

Nando, Roberta, Luca sono la classe operaia che va in paradiso. Nando, Roberta , Luca sono giovani italiani che guadagnano 1.200 euro al mese, si alzano tutte le mattine per andare a lavorare, portano i bambini a scuola, vanno a trovare la suocera. E occupano le case. Sono i nuovi poveri che hanno deciso di vivere nell’illegalità, pur di vivere.

Rolando Ravello e  Emilio Marrese, insieme al regista Lorenzo Scurati, hanno scelto di raccontare la loro storia in un docufilm. “Via Volonté n 9” spiega, in maniera diretta e cruda, che cosa significa commettere un reato pur di avere una casa. Cosa vuol dire occupare perché lavora solo tuo marito e con 1000 euro non puoi pagare “7 piotte d’affitto” e mantenere una bambina. Cosa comporta condividere gli spazi e andare a fare la doccia dal vicino perché l’acqua calda non ce l’hai. Cosa si prova a dividere 17 metri quadrati in 4 e a sapere che ogni giorno qualcuno potrebbe bussare alla tua porta e cacciarti. Cosa si sente quando sai che tuo figlio si vergogna di te e non vuol dire dove abita.

Ma “Via Volonté n 9” rivela anche la forza  e l’ironia di chi pur vivendo un dramma è capace di andare avanti perché alla fine “qua magni sempre, un piatto de pasta qualcuno te la da” e perché si può anche ridere se dici “ao’ vado a casa se vedemo” e qualcuno ti risponde “ma ando’ vai na’ casa mica ce l’hai”.

Dal 3 novembre 2007 queste famiglie normali di elettricisti, muratori, ragioniere e segretarie licenziate perché rimaste incinta, vivono qui e sperano che qualcuno, tra le colate di cemento e lo sviluppo urbano incontrollato, si accorga che ci sono anche loro e che c’è bisogno di sviluppare un’edilizia popolare adatta a gestire la situazione.

Perché insieme a Nando, Roberta, Luca ci sono 120 mila famiglie che, negli ultimi cinque anni, hanno perso una casa, nonostante oltre 5 milioni di case disabitate, di cui circa 150 mila nella sola Roma.

Occupare è reato, il codice penale lo stabilisce all’articolo 633. Puoi essere recluso fino a due anni. Occupare è illegale. Ma occupare è diventato un modo per sopravvivere tanto che la stessa Corte di Cassazione (sentenza numero 35580) nel settembre del 2007 ha assolto un occupante sostenendo che lo stato di necessità giustifica le occupazioni di case perché il diritto all’abitazione è da ritenersi tra i beni primari collegati alla personalità.

A via Volonté si sono arrabbiati soprattutto i vicini che pagano il mutuo. Ad arrabbiarci in realtà dovremmo essere tutti, perché non si può speculare su un diritto.

“Via Volonté n.9” è prodotto da Fandango e ha vinto l’ultima edizione del Roma Independent Film Festival (Riff). Ora partecipa al viaemilia@docfest 2010, il festival del documentario online. Si può vedere e votare dal sito.

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17 ago
cossiga

Francesco Cossiga amava ricordare la distinzione del grande giurista sardo Salvatore Satta tra verità processuale e verità storica, formulata ne Il mistero del processo. Afferrare la verità storica è un compito arduo, che sfugge al genere letterario del coccodrillo, sospeso per sua natura tra agiografia, banalità, rispetto. Con questa premessa d’obbligo, formuliamo qualche riflessione sulla figura del Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga oggi scomparso. A questa premessa se ne aggiunge un’altra: per una questione generazionale, noi siamo in grado di analizzare la sua figura nella sola Seconda Repubblica, e non il suo ruolo in altre vicende della storia d’Italia (penso al caso Moro) che hanno caratterizzato le educazioni politico-sentimentali di altre generazioni. Detto ciò, tre punti mi sembrano meritevoli di attenzione.

1) La bussola del realismo. Su quali principi deve basarsi l’azione politica? La risposta di Hans Morgenthau è celebre:

The choice is not between moral principles and national interest, devoid of moral dignity, but between one set of moral principles divorced from political reality, and another set of principles derived from political reality.

Chi fa politica ha a che fare col mondo così com’è: studiare e comprendere la realtà è un suo dovere. Senza questa consapevolezza, che va unita sempre a una consapevolezza storica, la politica è un esercizio di stile. Ciò non nega il peso degli ideali nelle vicende umane, ma gli ideali debbono essere “pesati” nel terreno della realtà e della realizzazione. L’ordinamento del mondo, trasparente e “segreto”, e la storia debbono suscitare una curiosità continua nell’uomo che ha la vocazione per la politica. La riflessione politica di Cossiga, così come la sua azione, si muove nel solco del realismo, come è chiaro da tre elementi principali: a) la sua concezione del potere, con il ruolo della menzogna e del segreto (che meriterebbe un articolo a parte, perché la sua teoria è piuttosto raffinata, in confronto alla concezione ingenua di Bobbio criticata in Italiani sono sempre gli altri); b) la sua concezione del sistema internazionale; c) la sua concezione dello Stato, in cui il sostegno alle politiche della difesa e l’elaborazione di un compiuto interesse nazionale (da rileggere questo colloquio con Lucio Caracciolo) sono obiettivi fondamentali della nostra comunità. La concezione del sistema internazionale di Cossiga l’ha portato a privilegiare sempre il rapporto con gli Stati Uniti in ottica anticomunista, anche se alla fine degli anni 90 tirò fuori dal cappello il primo Presidente del Consiglio ex PCI, quasi a chiudere con ironia la lunga storia del vincolo esterno, mentre altre classi dirigenti italiane inseguivano il nuovo vincolo europeo.

L’aderenza a principi di realismo e Realpolitik porta, com’è noto, a insistere sul “primato della politica” a scapito della società civile e del diritto e si muove, pertanto, su un difficile equilibrio. In questo contesto va letto il contrasto di Cossiga con la Corte Costituzionale e, in generale, con la magistratura. Forse si può sostenere, anche psicologicamente, che il brillante e studente e professore di diritto, Francesco Cossiga, abbia “scelto” la politica con una tale passione da abbandonare il suo amore giuridico con la veemenza che conosciamo.

2) La coscienza del buffone. Questo è, con ogni probabilità, l’elemento essenziale dell’azione di Cossiga nel disfacimento della Prima Repubblica e nel corso della Seconda. E ha suscitato varie discussioni, fin dalle accuse di “pazzia” durante la stagione delle “picconate”. L’analogia letteraria è fin troppo facile: Cossiga ha giocato al buffone. O meglio, ha impersonato il ruolo del fool. Il fool è un personaggio centrale del King Lear di Shakespeare, determinante per il suo rapporto col re nel corso della tragedia. Il fool dice verità scomode e ad effetto. Semplifica la realtà, mentre gli altri personaggi sono soverchiati dalla tragedia. Quando la tragedia – della successione, dell’affetto, della politica – avviluppa tutto, il fool è ancora lì. Cossiga, il più intelligente fool che la politica italiana possa immaginare, è stato una maschera ironica della dichiacrazia, mettendola a nudo con i suoi sdoppiamenti di personalità: mentre tanti politici inseguono le agenzie di stampa per qualunque banalità, lui sapeva sempre spiazzare. Così, sfidava le reazioni e le sensibilità altrui in modo beffardo, anche con la mancanza di rispetto. Al rigore del realismo aggiungeva un carattere immaginifico unico: anni prima di James Cameron, lui aveva già un buon numero di avatar, pronti a sfidarsi dalle colonne dei quotidiani. Talvolta, diceva semplicemente la verità meglio di ogni altro. La sua lettera di congratulazioni a Veltroni per l’elezione di Obama del 2008, in questo senso, è memorabile, perché alla presa in giro aggiungeva una consapevolezza della futilità delle italiche e democratiche discussioni sull’Obama italiano:

Caro Veltroni, ti invio le mie piu’ vive congratulazioni per il grande successo ottenuto da te e dal Partito democratico che oggi guidi con la elezione di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, elezione alla quale hai certamente dato un contributo decisivo con la tua presenza negli U.S.A.. Io penso che l’Italia – aggiunge Cossiga – avra’ in futuro dalla Casa Bianca un ascolto, un molto maggiore ascolto, che non l’Italietta di Alcide De Gasperi e di quel ‘partito di malaffare’ che fu la Democrazia Cristiana, Ad maiora!

Nel suo viaggio nella dichiacrazia, Cossiga personalizzava sempre. In un paese che pratica le “politiche dell’amicizia”, lui dava spesso del tu, senza ipocrisia, e diceva con compiacimento “il mio amico x”, “la mia amica y”. Anche per questo, Cossiga è stato un grande personaggio televisivo, e non credo si sentirebbe offeso da questa definizione. I suoi duelli televisivi polarizzavano l’attenzione, anche perché erano oggettivamente divertenti: ricordo, in ordine sparso, un leggendario “dipendente di Don Verzé” a Massimo Cacciari, le metafore “tonnesche” riservate a Luca Palamara, le accuse a Mario Draghi di voler svendere i campioni economici italiani alla finanza internazionale. Cossiga, nella sua fissazione per la tecnologia, ha compreso Blob prima di chiunque altro. Ha compreso alla perfezione Dagospia, quel lessico della politica e della classe dirigente di cui il “Gattosardo”, con l’immancabile divisa dell’Arma dei Carabinieri, è stato una sorta di nume tutelare. Il miglior epitaffio sulla sua consapevolezza tecnologica sta nel finale de “La versione di K“, in cui argomenta che gli scandali sessuali di Berlusconi derivano dal fatto che non è, come lui, un appassionato di tecnologia e della rete, e non poteva sapere che oggi si può venire ripresi da chiunque e in qualunque occasione.

3. La sardità obbligata. I funerali di Cossiga si svolgeranno in forma privata nella sua Sassari, con un pensiero a quel lembo di territorio che alla Prima Repubblica ha dato, tra l’altro, due Presidenti della Repubblica ed Enrico Berlinguer. E senz’altro l’identità sarda ha accompagnato la vicenda esistenziale e politica di Cossiga, che ha sempre rimarcato la sua sardità con orgoglio e non ha mai  edulcorato il suo forte accento. Dal punto di vista culturale, è rilevante la sua attenzione per l’autonomia, evidente nelle amicizie con gruppi autonomisti e separatisti europei. Si è occupato di autonomia sarda anche negli ultimi anni: si consideri soprattutto il disegno di legge del 15 maggio 2006 con cui voleva, tra l’altro, cambiare il nome della Regione Autonoma in “Comunità Autonoma della Sardegna“, oltre alla dichiarazione di voto per Enrico Letta (sardo di Porto Torres) alle primarie del Partito Democratico del 2007  Cossiga è rimasto sardo nel cuore, ma la sua capacità di intuire le vicende della politica sarda si era forse affievolita negli ultimi anni. Si considerino per esempio le sue dichiarazioni sulle elezioni del 2009, in cui prevedeva una vittoria di Renato Soru come reazione “sardista” all’attivismo berlusconiano. Non sappiamo se fosse una sottovalutazione di quelle correnti del sardismo che si sono schierate contro Soru con successo o se fosse l’ultimo colpo d’ironia del Presidente.

Concludo questo ricordo con un rimpianto personale. Io non ho mai conosciuto Francesco Cossiga, e avrei voluto conoscerlo per discutere di un quaderno speciale di Limes sul rapporto tra complotti e geopolitica, che apparirà nel 2011 e in cui mancherà molto una sua testimonianza o un suo contributo. Per il resto, come per tutti gli italiani e per tutti gli uomini: che la terra le sia lieve, Presidente.

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12 ago
google_wave_logo
Google Wave: prodotto presentato come il sistema di comunicazione che avrebbe rivoluzionato il nostro modo di comunicare, ieri dichiarato morto attraverso questo annuncio. Un fallimento? No. Google innova, dunque sperimenta. In questo concetto sta anche la definizione di fallimento: trial and error. In gioco non c’è la banalità con la quale i nostri allenatori giustificavano i rigori sbagliati sui campi da calcio dell’oratorio, “solo chi prova sbaglia”, quanto più la capacità di creare qualcosa di nuovo. Leggi il resto »
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11 ago
mediaset

Tra gli scenari e i ragionamenti futuribili di questa legislatura d’agosto c’è una variabile che supera ogni principio elementare di aderenza alla realtà e, ciononostante, è già diventata una costante. Si tratta della possibilità che un eventuale governo (tecnico o “politico-intellettuale”, sponda Tremonti) sorto dalle ceneri dell’attuale governo Berlusconi, porti a casa una nuova legge elettorale e una legge sul conflitto d’interessi. Leggi il resto »

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04 ago
La Stampa spezza le chiacchiere politichesi di questi giorni e sull’edizione odierna da ampio spazio (qui e qui) al tema strategico degli investimenti cinesi in Italia.
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03 ago
Un imperdibile reportage del NY Times sull’economia e sulla società italiana, tra lento declino, corporazioni, bassa crescita, fuga dei cervelli e tutela del Made in Italy.
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