Master Affari Politicin
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30 ago
obama

L’America è una nazione di immigrati. Questa natura è sempre stata la sua forza e il suo dramma, in una vicenda che, come ha spiegato Aristide Zolberg nel fondamentale A Nation by Design, sta al centro della storia americana. Proprio per questo le attuali discussioni sulle politiche migratorie e della tolleranza, che si legano alle polemiche sul fronte “Made in America” analizzate da Moris Gasparri, indicano un percorso decisivo, per la Presidenza Obama e più in generale per il futuro della superpotenza americana. Mi riferisco alle discussioni sulla costruzione di un centro culturale e di preghiera musulmano nelle vicinanze di Ground Zero e sulla legislazione in materia di immigrazione. Leggi il resto »

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20 lug
Il nostro amico Mattia Diletti si conferma tra i migliori analisti su piazza italiana delle vicende politiche americane.
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11 lug
di Simone Comi      sezione: Politica globale
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Negoziati diretti con i palestinesi, passi concreti che si possono compiere per accelerare il processo di pace. Con queste intenzioni il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha lasciato Washington dopo i colloqui con il Presidente Barack Obama e l’ incontro sembra aver riportato un poco di armonia nelle relazioni tra i due alleati. Entrambi i premier hanno raggiunto il risultato politico che auspicavano all’approssimarsi di un appuntamento tanto importante quanto delicato, ma resta ora da verificare la reale fattibilità del progetto dei “due Stati” a fronte di una Knesset dominata da formazioni fortemente nazionaliste. Leggi il resto »

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19 mag
Chi fermerà la fuoriuscita di petrolio della piattaforma BP in Louisiana? Quest’azienda pugliese, come racconta Wired Italia.
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08 mag
Enrico Beltramini analizza i primi due anni della presidenza Obama ed il ritorno del “Big Government”.
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04 mag
di Simone Comi      sezione: Politica globale
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Dopo la riforma sanitaria, la Casa Bianca ha presentato la riforma del sistema finanziario, progetto che è stato duramente criticato dalle banche e inizialmente bloccato dai Repubblicani. Sembra essere in corso una guerra tra i finanzieri di Wall Street e l’amministrazione democratica, che potrebbe pagare a caro prezzo questo scontro data l’imminenza delle prossime elezioni di mid-term per il rinnovo del Congresso. Leggi il resto »

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23 apr
Goldman Sachs

Il nome di Dio viene spesso pronunciato invano. Il 13 novembre 2008 il Committee on Oversight and Government Reform del Congresso tenne una seduta sul tema “Hedge Funds and the Financial Market”, a cui erano presenti investitori come Philip Falcone, John Paulson e George Soros. Il deputato Cummings del Maryland introdusse una domanda sull’asimmetria fiscale tra i contribuenti e i proprietari dei fondi con questa battuta:

Each of you appearing here, my neighbor on his way to work this morning said to me, he said how does it feel- to be going before five folks who have got more money than God?

Più soldi di Dio“, tra l’altro, sarà anche il titolo del prossimo libro di Sebastian Mallaby sull’ascesa degli hedge funds.

Mentre l’amministrazione Obama lavora sulla riforma del sistema finanziario, è scoppiato lo scandalo Goldman Sachs. La grande banca d’affari è stata accusata di frode dall’organo di vigilanza sulla Borsa, la SEC (Securities and Exchange Commission). L’accusa a Goldman va bene una divagazione sulle lettere. In Italia abbiamo il fattore B. Ma la B è limitata, perché nel mondo e nell’universo c’è il fattore G (Goldman Sachs come God Sachs, Greedy/Goldmine Sachs, Government Sachs). Faccio tre brevi osservazioni su questi tre nomiglioli, partendo ovviamente da Dio.

God Sachs. L’8 novembre 2009 il Sunday Times ha pubblicato un articolo esclusivo su Goldman Sachs in cui il CEO Lloyd Blankfein dichiarava, con un certo understatement: “Sono solo un banchiere che fa il lavoro di Dio”. L’identificazione tra God e Goldman è corsa subito sul filo della rete, suscitando reazioni sdegnate in un mondo impegnato a combattere contro la disoccupazione. In seguito, Blankfein ha manifestato pubblicamente  un certo dispiacere per la crisi finanziaria, ma le sue scuse non sono state accettate dal sito complottista che pensa che Goldman Sachs sia la bestia di Satana.

Goldmine Sachs. Nel mondo della crisi e dopo la crisi, una cosa è certa: Goldman Sachs è rimasta un attore centrale del sistema. Nell’occhio del ciclone, l’investimento di Warren Buffett sembrava tracciare la distinzione tra l’avarizia mordi-e-fuggi e l’avarizia di lungo termine praticata dalla stessa banca, che si affermava come la Coca-Cola della finanza. In seguito, Goldman ha ripreso a macinare utili. A fine gennaio 2010, ha reso noto che i ricavi 2009 hanno battuto le attese degli analisti, con un forte contributo delle attività di investment banking. In quell’occasione, Blankfein ha sottolineato il ruolo di stimolo al sistema della banca e ha ricordato che l’investimento dei contribuenti americani in Goldman durante la crisi ha portato a un guadagno del 23%. Nel primo trimestre del 2010 i ricavi raggiungono 12,78 miliardi di dollari e un utile netto da 3,46 miliardi di dollari, mentre nello stesso periodo del 2009 il gruppo guidato da Blankfein aveva registrato ricavi da 9,42 miliardi e utile da 1,81 miliardi di dollari.

Government Sachs. Questo è forse il punto più importante, da monitorare nell’inchiesta USA e nelle inchieste successive, e rappresenta allo stesso tempo la classica critica che si muove a Goldman Sachs e uno dei suoi grandi punti di forza. La banca d’investimento è notoriamente capace di influenzare le scelte politiche del governo americano perché in grado di piazzare i suoi uomini in posti-chiave, offrendo così un supplemento di “visione” alla politica (per esempio, Henry Paulson aveva intuito l’importanza del rapporto USA/Cina, avviando lo Strategic Economic Dialogue).

La tragedia dei grandi dirigenti “connector” evidenzia il limite di questa commistione tra economia e politica. Com’è possibile stabilire un confine oltre il quale il “network power” diventa gelatina e la “meritocrazia” si trasforma in un’oligarchia che lede i fondamenti della democrazia, rispondendo soltanto alla religione del potere? Com’è possibile affrontare con rigore questi problemi, senza pensare che una banca d’investimento sia l’Anticristo? In un post sul complottismo (fenomeno di cui ci occuperemo nei prossimi mesi per Limes), Stephen Walt ha spostato l’attenzione proprio su questo punto:

If well-connected elites are largely insulated from failure, and if ordinary citizens are unaware of the different connections and interests that bind key elites to one another, then the public (and even some policymakers) cannot accurately evaluate their advice or act to exclude them from power.

Sarà questo il caso di Goldman Sachs? Vedremo. Resta il fatto che personaggi come Robert Rubin sono presenti per prendere la medaglia di membri del “comitato che ha salvato il mondo“, spariscono quando le cose vanno male e si materializzano a qualche mese di distanza per dare lezioni sul futuro del capitalismo.

A proposito: dobbiamo scordarci Mario Draghi alla Banca Centrale Europea? Io dico di sì.

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20 apr
OBAMA BERLUSCONI (JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

C’era una volta il Berlusconi che non aveva mai preso in mano un computer. C’era una volta lo sdoppiamento tra governo.it e governoberlusconi.it. Ora tutto è cambiato: Berlusconi è sceso in campo. Sul web. E questa volta non lo fa da proprietario di emittenti tv o con un approccio proprietario, ma si impegna a confrontarsi con le regole della rete: accessibilità e libertà per tutti. Nessuna asimmetria: vince chi sa usare meglio gli strumenti di tutti e chi riesce a creare il miglior network.

Certo, i siti-propaganda rimangono in piedi, facendo ipotizzare una possibile sinergia tra i gangli del Berlusconi 2.0.  Ma il punto essenziale è che Berlusconi s’ispira “all’amico Barack”, prova a costruire un network issue-oriented, proprio come ha fatto (con diverse modalità) il Presidente americano per lanciare la sua candidatura tre anni fa prima delle primarie, come racconta David Plouffe nel suo “The Audacity to Win”.

Il centro della strategia berlusconiana è quindi ForzaSilvio.it: grafica essenziale (un omaggio ai favolosi anni ’80) e richiesta immediata di registrazione. Le celle di registrazione sono abbastanza semplici: nome, cognome, data di nascita, luogo di residenza, professione, temi di interesse, che tipo di attività di “militanza” si desidera svolgere. Tra i temi su cui intervenire welfare, scuola, sanità, e le immancabili riforme. Manca “università e ricerca”. La scelta del tipo di attività di supporto da svolgere è scarna: si forniscono solo tre opzioni tra cui controllori del voto, ma è comunque un punto di partenza.

La gestione di ForzaSilvio.it è affidata ad Antonio Palmieri (qui intervistato da Gilioli), responsabile della comunicazione Internet e del fu ForzaItalia.it, che ora rimanda al sito del PDL. Palmieri, che ha un profilo da marketing tradizionale e non fa parte dell’Intergruppo Parlamentare 2.0, pecca un po’ nel vedere nella rete uno strumento di comunicazione invece che un diverso modo di concepire le idee.

Il punto essenziale di questa mobilitazione è il primato del “collect data”, che non capì il PD quando sciupò l’enorme potenziale dei 3 milioni di persone che parteciparono alle Primarie. Perciò è un errore, oggi, ridurre a una barzelletta lo sbarco nella Normandia telematica del premier. Berlusconi è un leader, e ha capito che la leadership oggi ha bisogno della mobilitazione delle persone e della condivisione di idee resa possibile dal web. La leadership val bene uno sforzo digitale, e l’esperienza in questo campo non farà male al core business del premier.

Qual è il futuro del Berlusconi 2.0? Due punti sono meritevoli d’attenzione:

1) Il compito di Palmieri & co. è trasformare un network on line in un laboratorio di consenso e di condivisione. Ciò avviene ovviamente a partire da una forte personalizzazione (ForzaSilvio), ma in uno scenario in cui il PDL deve gestire il patrimonio di consenso personale e incanalarlo sulle proposte del governo, più che sulla viralità delle divisioni interne.

2) La diffusione di una cultura digitale nel maggiore partito del nostro Paese è un interesse strategico, perché la politica è terribilmente indietro, ancora caratterizzata da luoghi comuni, pressapochismo, attenzione episodica. I “nativi digitali” non sono di destra o di sinistra, ma hanno a cuore alcuni temi centrali di innovazione politica. Bisogna parlare di questi temi, al più presto. Tra una “legislatura costituente” e l’altra, i partiti e i parlamentari devono darsi da fare. Serve un “grande balzo in avanti”. La rete premierà chi si saprà muovere meglio e più in fretta.

(Alessandro Aresu & Maura Satta Flores).

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