Francesco Cossiga amava ricordare la distinzione del grande giurista sardo Salvatore Satta tra verità processuale e verità storica, formulata ne Il mistero del processo. Afferrare la verità storica è un compito arduo, che sfugge al genere letterario del coccodrillo, sospeso per sua natura tra agiografia, banalità, rispetto. Con questa premessa d’obbligo, formuliamo qualche riflessione sulla figura del Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga oggi scomparso. A questa premessa se ne aggiunge un’altra: per una questione generazionale, noi siamo in grado di analizzare la sua figura nella sola Seconda Repubblica, e non il suo ruolo in altre vicende della storia d’Italia (penso al caso Moro) che hanno caratterizzato le educazioni politico-sentimentali di altre generazioni. Detto ciò, tre punti mi sembrano meritevoli di attenzione.
1) La bussola del realismo. Su quali principi deve basarsi l’azione politica? La risposta di Hans Morgenthau è celebre:
The choice is not between moral principles and national interest, devoid of moral dignity, but between one set of moral principles divorced from political reality, and another set of principles derived from political reality.
Chi fa politica ha a che fare col mondo così com’è: studiare e comprendere la realtà è un suo dovere. Senza questa consapevolezza, che va unita sempre a una consapevolezza storica, la politica è un esercizio di stile. Ciò non nega il peso degli ideali nelle vicende umane, ma gli ideali debbono essere “pesati” nel terreno della realtà e della realizzazione. L’ordinamento del mondo, trasparente e “segreto”, e la storia debbono suscitare una curiosità continua nell’uomo che ha la vocazione per la politica. La riflessione politica di Cossiga, così come la sua azione, si muove nel solco del realismo, come è chiaro da tre elementi principali: a) la sua concezione del potere, con il ruolo della menzogna e del segreto (che meriterebbe un articolo a parte, perché la sua teoria è piuttosto raffinata, in confronto alla concezione ingenua di Bobbio criticata in Italiani sono sempre gli altri); b) la sua concezione del sistema internazionale; c) la sua concezione dello Stato, in cui il sostegno alle politiche della difesa e l’elaborazione di un compiuto interesse nazionale (da rileggere questo colloquio con Lucio Caracciolo) sono obiettivi fondamentali della nostra comunità. La concezione del sistema internazionale di Cossiga l’ha portato a privilegiare sempre il rapporto con gli Stati Uniti in ottica anticomunista, anche se alla fine degli anni 90 tirò fuori dal cappello il primo Presidente del Consiglio ex PCI, quasi a chiudere con ironia la lunga storia del vincolo esterno, mentre altre classi dirigenti italiane inseguivano il nuovo vincolo europeo.
L’aderenza a principi di realismo e Realpolitik porta, com’è noto, a insistere sul “primato della politica” a scapito della società civile e del diritto e si muove, pertanto, su un difficile equilibrio. In questo contesto va letto il contrasto di Cossiga con la Corte Costituzionale e, in generale, con la magistratura. Forse si può sostenere, anche psicologicamente, che il brillante e studente e professore di diritto, Francesco Cossiga, abbia “scelto” la politica con una tale passione da abbandonare il suo amore giuridico con la veemenza che conosciamo.
2) La coscienza del buffone. Questo è, con ogni probabilità, l’elemento essenziale dell’azione di Cossiga nel disfacimento della Prima Repubblica e nel corso della Seconda. E ha suscitato varie discussioni, fin dalle accuse di “pazzia” durante la stagione delle “picconate”. L’analogia letteraria è fin troppo facile: Cossiga ha giocato al buffone. O meglio, ha impersonato il ruolo del fool. Il fool è un personaggio centrale del King Lear di Shakespeare, determinante per il suo rapporto col re nel corso della tragedia. Il fool dice verità scomode e ad effetto. Semplifica la realtà, mentre gli altri personaggi sono soverchiati dalla tragedia. Quando la tragedia – della successione, dell’affetto, della politica – avviluppa tutto, il fool è ancora lì. Cossiga, il più intelligente fool che la politica italiana possa immaginare, è stato una maschera ironica della dichiacrazia, mettendola a nudo con i suoi sdoppiamenti di personalità: mentre tanti politici inseguono le agenzie di stampa per qualunque banalità, lui sapeva sempre spiazzare. Così, sfidava le reazioni e le sensibilità altrui in modo beffardo, anche con la mancanza di rispetto. Al rigore del realismo aggiungeva un carattere immaginifico unico: anni prima di James Cameron, lui aveva già un buon numero di avatar, pronti a sfidarsi dalle colonne dei quotidiani. Talvolta, diceva semplicemente la verità meglio di ogni altro. La sua lettera di congratulazioni a Veltroni per l’elezione di Obama del 2008, in questo senso, è memorabile, perché alla presa in giro aggiungeva una consapevolezza della futilità delle italiche e democratiche discussioni sull’Obama italiano:
Caro Veltroni, ti invio le mie piu’ vive congratulazioni per il grande successo ottenuto da te e dal Partito democratico che oggi guidi con la elezione di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, elezione alla quale hai certamente dato un contributo decisivo con la tua presenza negli U.S.A.. Io penso che l’Italia – aggiunge Cossiga – avra’ in futuro dalla Casa Bianca un ascolto, un molto maggiore ascolto, che non l’Italietta di Alcide De Gasperi e di quel ‘partito di malaffare’ che fu la Democrazia Cristiana, Ad maiora!
Nel suo viaggio nella dichiacrazia, Cossiga personalizzava sempre. In un paese che pratica le “politiche dell’amicizia”, lui dava spesso del tu, senza ipocrisia, e diceva con compiacimento “il mio amico x”, “la mia amica y”. Anche per questo, Cossiga è stato un grande personaggio televisivo, e non credo si sentirebbe offeso da questa definizione. I suoi duelli televisivi polarizzavano l’attenzione, anche perché erano oggettivamente divertenti: ricordo, in ordine sparso, un leggendario “dipendente di Don Verzé” a Massimo Cacciari, le metafore “tonnesche” riservate a Luca Palamara, le accuse a Mario Draghi di voler svendere i campioni economici italiani alla finanza internazionale. Cossiga, nella sua fissazione per la tecnologia, ha compreso Blob prima di chiunque altro. Ha compreso alla perfezione Dagospia, quel lessico della politica e della classe dirigente di cui il “Gattosardo”, con l’immancabile divisa dell’Arma dei Carabinieri, è stato una sorta di nume tutelare. Il miglior epitaffio sulla sua consapevolezza tecnologica sta nel finale de “La versione di K“, in cui argomenta che gli scandali sessuali di Berlusconi derivano dal fatto che non è, come lui, un appassionato di tecnologia e della rete, e non poteva sapere che oggi si può venire ripresi da chiunque e in qualunque occasione.
3. La sardità obbligata. I funerali di Cossiga si svolgeranno in forma privata nella sua Sassari, con un pensiero a quel lembo di territorio che alla Prima Repubblica ha dato, tra l’altro, due Presidenti della Repubblica ed Enrico Berlinguer. E senz’altro l’identità sarda ha accompagnato la vicenda esistenziale e politica di Cossiga, che ha sempre rimarcato la sua sardità con orgoglio e non ha mai edulcorato il suo forte accento. Dal punto di vista culturale, è rilevante la sua attenzione per l’autonomia, evidente nelle amicizie con gruppi autonomisti e separatisti europei. Si è occupato di autonomia sarda anche negli ultimi anni: si consideri soprattutto il disegno di legge del 15 maggio 2006 con cui voleva, tra l’altro, cambiare il nome della Regione Autonoma in “Comunità Autonoma della Sardegna“, oltre alla dichiarazione di voto per Enrico Letta (sardo di Porto Torres) alle primarie del Partito Democratico del 2007 Cossiga è rimasto sardo nel cuore, ma la sua capacità di intuire le vicende della politica sarda si era forse affievolita negli ultimi anni. Si considerino per esempio le sue dichiarazioni sulle elezioni del 2009, in cui prevedeva una vittoria di Renato Soru come reazione “sardista” all’attivismo berlusconiano. Non sappiamo se fosse una sottovalutazione di quelle correnti del sardismo che si sono schierate contro Soru con successo o se fosse l’ultimo colpo d’ironia del Presidente.
Concludo questo ricordo con un rimpianto personale. Io non ho mai conosciuto Francesco Cossiga, e avrei voluto conoscerlo per discutere di un quaderno speciale di Limes sul rapporto tra complotti e geopolitica, che apparirà nel 2011 e in cui mancherà molto una sua testimonianza o un suo contributo. Per il resto, come per tutti gli italiani e per tutti gli uomini: che la terra le sia lieve, Presidente.









