Master Affari Politicin
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20 ago
Gian Maria Volonté

Auchan, Ikea, Decathlon. La Porta di Roma è un enorme e luccicante centro commerciale fatto di sogni e di poco solide realtà. Qui le strade sono intitolate ai maestri del cinema e i desideri delle giovani coppie soddisfatti da palazzinari che distribuiscono cemento.

Qui abitano Luca, Veronica, Massimo, Nando, Roberta e tanti altri. Abitano a Via Gian Maria Volonté n.9. Abitano una casa che non hanno, in una via che celebra quello che riuscì ad essere al contempo il cattivo dei film western e il simbolo dell’impegno civile del cinema italiano.

Nando, Roberta, Luca sono la classe operaia che va in paradiso. Nando, Roberta , Luca sono giovani italiani che guadagnano 1.200 euro al mese, si alzano tutte le mattine per andare a lavorare, portano i bambini a scuola, vanno a trovare la suocera. E occupano le case. Sono i nuovi poveri che hanno deciso di vivere nell’illegalità, pur di vivere.

Rolando Ravello e  Emilio Marrese, insieme al regista Lorenzo Scurati, hanno scelto di raccontare la loro storia in un docufilm. “Via Volonté n 9” spiega, in maniera diretta e cruda, che cosa significa commettere un reato pur di avere una casa. Cosa vuol dire occupare perché lavora solo tuo marito e con 1000 euro non puoi pagare “7 piotte d’affitto” e mantenere una bambina. Cosa comporta condividere gli spazi e andare a fare la doccia dal vicino perché l’acqua calda non ce l’hai. Cosa si prova a dividere 17 metri quadrati in 4 e a sapere che ogni giorno qualcuno potrebbe bussare alla tua porta e cacciarti. Cosa si sente quando sai che tuo figlio si vergogna di te e non vuol dire dove abita.

Ma “Via Volonté n 9” rivela anche la forza  e l’ironia di chi pur vivendo un dramma è capace di andare avanti perché alla fine “qua magni sempre, un piatto de pasta qualcuno te la da” e perché si può anche ridere se dici “ao’ vado a casa se vedemo” e qualcuno ti risponde “ma ando’ vai na’ casa mica ce l’hai”.

Dal 3 novembre 2007 queste famiglie normali di elettricisti, muratori, ragioniere e segretarie licenziate perché rimaste incinta, vivono qui e sperano che qualcuno, tra le colate di cemento e lo sviluppo urbano incontrollato, si accorga che ci sono anche loro e che c’è bisogno di sviluppare un’edilizia popolare adatta a gestire la situazione.

Perché insieme a Nando, Roberta, Luca ci sono 120 mila famiglie che, negli ultimi cinque anni, hanno perso una casa, nonostante oltre 5 milioni di case disabitate, di cui circa 150 mila nella sola Roma.

Occupare è reato, il codice penale lo stabilisce all’articolo 633. Puoi essere recluso fino a due anni. Occupare è illegale. Ma occupare è diventato un modo per sopravvivere tanto che la stessa Corte di Cassazione (sentenza numero 35580) nel settembre del 2007 ha assolto un occupante sostenendo che lo stato di necessità giustifica le occupazioni di case perché il diritto all’abitazione è da ritenersi tra i beni primari collegati alla personalità.

A via Volonté si sono arrabbiati soprattutto i vicini che pagano il mutuo. Ad arrabbiarci in realtà dovremmo essere tutti, perché non si può speculare su un diritto.

“Via Volonté n.9” è prodotto da Fandango e ha vinto l’ultima edizione del Roma Independent Film Festival (Riff). Ora partecipa al viaemilia@docfest 2010, il festival del documentario online. Si può vedere e votare dal sito.

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02 feb
Come il “girl effect” può cambiare il mondo e l’economia delle nazioni in via di sviluppo: guardate qua.
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18 gen

L’oceano è come una madre per il mio popolo, ma l’oceano sta anche distruggendo le nostre isole. Sappiamo che probabilmente affonderemo e ora ci stiamo cercando un nuovo posto dove vivere. Gran parte della nostra cultura vivrà solo nella memoria.” dice un abitante dell’isola  Cartaret nel film “Sun come up” di Jennifer Redfearn. Ma “Sun come up” non è un fantasy. E’ tragica realtà.  La realtà degli eco migranti. Leggi il resto »

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16 gen
di Stefano Torelli      sezione: Politica globale

Attenzione: si avverte la gentile popolazione mondiale, in particolare araba, in particolare yemenita, che forse qualcosa sta per accadere. Qualcosa di invadente, direi. Nonostante molti analisti e politici facciano finta di niente e diramino comunicati ed opinioni che invitano alla calma ed alla serenità, lo Yemen è già teatro di una nuova guerra. Lo è già, avete capito bene, non lo sta per diventare. E più che teatro di una nuova guerra, si tratta di una nuova scena della stessa guerra, quella globale al terrorismo, lanciata ufficialmente (ma anche qui, in realtà già iniziata almeno un decennio prima…) dall’ex Presidente statunitense George W. Bush e adesso presa in eredità dal Premio Nobel Barack Obama. Leggi il resto »

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05 dic
Sono un ex-studente dell’Università Bocconi, dove ho frequentato il corso di laurea triennale in International Economics and Management e quello magistrale in Marketing Management. Da pochi mesi lavoro presso McKinsey & Company.
Nel corso della mia carriera universitaria ho avuto modo di sperimentare l’atmosfera dell’università USA con uno scambio presso la University of North Carolina at Chapel Hill. Durante gli studi specialistici ho invece deciso di recarmi in India, all’Indian Institute of Management – Ahmedabad
In positivo e in negativo l’India si è dimostrata molto lontana dalle mie aspettative.
Fin dai primi istanti, a Delhi, sono stati il caos, la povertà e la sporcizia a colpirmi.
A Delhi, e ancor di più nel resto del paese (perlomeno nei luoghi che ho visitato), si è immersi nella reale situazione dell’India, così diversa dalle generalizzazioni, in positivo e in negativo, che troviamo su libri e giornali. Tutto mi è apparso come coperto da una polverosa Indianità, anche ciò che sembra familiare, le catene di fast-food, i centri commerciali.
Molto spesso da fuori notiamo solo le realtà che squarciano questo strato di polvere, non vedendo quindi l’India vera, ma i caratteri che più ci assomigliano o che sono più facili da rappresentare. In realtà non si trovano spesso i proverbiali contrasti tra grattacieli e baraccopoli, che sono tipici di Mumbai e che implicano l’esistenza di isole di Occidente in cui superare il culture shock iniziale.
Allo stesso modo, Bangalore e i centri dell’high-tech sono solo una briciola della realtà, eppure sembra quasi che per molti l’India debba diventare una sterminata landa di fornitori di servizi in outsourcing alle dipendenze dei giganti dell’economia mondiale. Questa visione è assolutamente distorta e riduttiva. La sfida per il futuro non sta nell’essere la più veloce in termini di crescita del PIL, ma di migliorare la propria situazione in maniera organica, tentando di non lasciare indietro settori troppo ampi della popolazione. Le aziende hanno a disposizione un mercato interno formidabile, con un potenziale forse ancora maggiore di quello cinese. Per vincere la partita non esiste però una strada certa da seguire, nessuno ha mai dovuto affrontare un compito così arduo. Tentare di descrivere (o di “misurare”) l’India di oggi e del futuro inquadrandola in uno dei nostri modelli è semplicemente sbagliato.
Purtroppo, ho potuto notare come la percezione occidentale del presente e del futuro dell’India sia spesso distante dalla realtà delle cose. Per citare un caso esemplificativo delle opinioni parziali che ci formiamo guardando l’India dall’esterno attingo alla mia esperienza universitaria, analizzando in particolare la reputazione di due delle più importanti business school indiane, IIM-Ahmedabad e Indian Business School – Hyderabad.
L’IIM-A, da decenni, molto prima della recente infatuazione dell’Occidente con le potenzialità di business in India e Cina, sforna la classe dirigente dell’economia indiana, è la business school più selettiva del mondo e di gran lunga la più rispettata ed ammirata dagli indiani. Ricordo gli occhi sgranati di una ragazza indiana che vive tra le nostre eccellenze (laureata a Cambridge, lavora in McKinsey a Londra) nell’apprendere che avevo studiato all’IIM-A e la storia di una conoscente indiana che, respinta ad Ahmedabad, trovò facilmente posto in un’università dell’Ivy League negli Stati Uniti. Il campus si trova nel Gujarat, uno degli stati più ricchi (grazie alla lavorazione dei diamanti più che alla tecnologia), ma anche più tormentati dalle lotte tra estremismi religiosi.
La ISB-Hyderabad è invece quella che il Financial Times colloca al quindicesimo posto al mondo (l’IIM-A non è presente in classifica, e non è nemmeno considerato un MBA secondo gli standard), punta di diamante del distretto meridionale della tecnologia e dei servizi, incardinato su Bangalore e, appunto, Hyderabad. Per quanto sia una scuola assolutamente eccellente, è curioso come all’estero sia l’unica degna di nota, mentre all’interno dell’India non sia nemmeno considerata la migliore.
Ritengo che questo tipo di differenza tra la visione di noi occidentali e quella degli indiani sia l’esempio di una discrepanza più ampia tra la realtà dell’India e ciò che noi percepiamo. Non è a mio avviso un segnale positivo il fatto che per guadagnarsi l’attenzione del mondo l’India debba seguire pedissequamente i nostri modelli.
In campo universitario il rischio potrebbe essere che le migliori scuole indiane tentino di adeguarsi ai parametri delle nostre “classifiche”, per attirare sempre più studenti, docenti e apprezzamenti stranieri, ma che facendolo perdano le proprie peculiarità a livello di rigore quantitativo, di senso di appartenenza, di guida per il sistema indiano.
L’approccio di scuole come l’IIM-A, mutuato inizialmente dagli USA, ma riadattato e indianizzato, è diverso da ciò a cui siamo abituati, ma è molto valido. Evolversi, incorporando alcuni elementi nuovi (afflusso di studenti stranieri, attenzione all’imprenditorialità), è utile e già si sta facendo. Snaturarsi per apparire nei rankings significherebbe scimmiottare un modello che non ha certo dimostrato di essere infallibile.
Nella vita quotidiana ho potuto vedere negli indiani, anche in mezzo alla miseria, ottimismo, gioia e speranza. Tutto ciò non viene trasmesso solo a parole, a gesti o a sorrisi, ma si può quasi respirare, nella stessa maniera in cui si può respirare in Italia un’aria pesante, cupa e disillusa. Tale atmosfera non è certo esclusiva dell’India, l’ho sperimentata in Marocco con ancora più forza, perché non vi erano gli stessi picchi di povertà e degrado, anche se in India tutto è su scala molto maggiore.
Il trattamento riservato ai giovani nel mondo del business è stato un altro degli aspetti positivi della mia esperienza. Mi sono reso conto che, ancor più che negli Stati Uniti, si può essere apprezzati per le proprie capacità, senza che l’età diventi un handicap. Nonostante il caos, l’immobilismo e la burocrazia, un giovane con del potenziale ha l’opportunità di veder riconosciuto il proprio valore, da subito. Pensare di tornare in Italia e rimettersi in coda dietro a persone di minor talento per attendere il “proprio turno” è stato indubbiamente scoraggiante. Perché un giovane indiano “eccellente” dovrebbe spostarsi da una situazione così ricca di opportunità ad una stagnante come quella italiana, se non, in alcuni casi, per sfuggire alla miseria? Non riesco a trovare molte ragioni, a parte la possibilità di catapultarsi subito nel mondo occidentale (per chi lo desidera) e il fascino che il nostro paese esercita ovunque nel mondo. Il panorama è abbastanza desolante.
Ho potuto poi rilevare la presenza di un’affinità personale tra indiani ed italiani difficile da descrivere e da raccontare e di una somiglianza, pur su scala diversa, tra le sfide dello sviluppo italiano in passato e quelle dello sviluppo indiano oggi. Ricordo, a un’importante conferenza organizzata all’IIM-A, un manager indiano, particolarmente provocatorio, citare il caso italiano per dimostrare che è possibile di prosperare nonostante un gigantesco mercato nero.
Assieme alle urla “Italia! Sonia Gandhi!” di giovani e vecchi sorridenti sulle strade in ogni angolo dell’India, è stato l’unico riferimento (quasi) lusinghiero all’Italia che ho sentito. Non è particolarmente incoraggiante. Per il resto, come in molti altri contesti e luoghi, possiamo cercare piccoli segnali positivi da amplificare oltremisura (la popolarità della nostra moda, ad esempio), ma dovremmo forse renderci conto della nostra incipiente irrilevanza.
Credo che individui italiani possano da subito costruire rapporti e carriere solidi in India, apportando grande valore. Non sono sicuro che il sistema Italia abbia la forza e la distintività per creare un legame speciale. Sarebbe importante, nel mondo del business, fornire sostegno ad attività davvero imprenditoriali, capaci di cogliere appieno il potenziale del rapporto tra Italia e India e non interessate soltanto ai costi ridotti della manodopera.
Per riuscire, il primo passo è capirsi vicendevolmente, andando oltre la superficie. Mi auguro che questo paper e le nostre testimonianze possano contribuire.

indiaContinua il nostro speciale dedicato all’India contemporanea, attraverso le testimonianze di alcuni giovani talenti italiani che hanno trascorso soggiorni di studio o di lavoro nella nazione asiatica. Oggi ci racconta la sua esperienza Gianluca Fontana, giovane consulente presso Mc Kinsey&Company, che si sofferma in particolare sul mondo delle top-universities indiane. Un’altro approfondimento da non perdere. Buona lettura.

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30 nov
Sono laureato in Finanza ed ho sempre lavorato in ambito bancario, prima come Trader in seguito come Analista Macroeconomico. A spingermi verso l’India sono stati in realtà la vastità dei miei interessi culturali, politici, storici. L’occasione si è presentata al momento della scelta della meta del programma scambi della mia università, Università Bocconi, che ha stipulato un rapporto di partnership bilaterale con numerose università indiane, tra cui IIM Ahmedabad. L’idea di potermi confrontare con le migliori menti del continente indiano unita al desiderio di viaggiare per un periodo di tempo abbastanza lungo non mi hanno fatto esitare.
Se dal punto di vista personale il viaggio in India, l’esperienza di studio, hanno lasciato una traccia indelebile nella memoria segnando una delle tappe essenziali della mia maturazione personale, dal punto di vista professionale al momento non vi sono stati esiti particolari. Insieme ad un amico si cominciò ad abbozzare un progetto imprenditoriale in India, stimolati dalle enormi prospettive di crescita del mercato interno indiano, ma non se ne fece nulla. Rimane costante il desiderio, in futuro, di poter ritornare in India, là dove chi ha la mia età non è guardato con quel misto di mediocre supponenza tipica di una società gerontocratica come quella italiana, ma come una persona nel pieno delle sue energie e soprattutto nel pieno delle sue potenzialità creatrici.
Credo che essere italiani in India abbia molti punti di forza, sono anzi fermamente convinto che quella congerie di stereotipi legati all’italianità all’estero, spesso esagerati, contengano una grande potenzialità. Per dirla in termini di marketing, il brand Italia  - anche stereotipato – consente un approccio molto facilitante alla realtà indiana, è un sorta di volano. Direi ovunque, in ogni classe sociale. Certo, l’upperclass conosce l’Italia in maniera più approfondita, ha una idea articolata dell’Occidente e dell’Europa, il che tuttavia non copre con un indifferentismo globalista quel moto di spontanea simpatia che vedi attraversare gli occhi del tuo interlocutore appena dici che sei italiano. Credo che il discorso potrebbe farsi complesso, coinvolge tutta una serie di attitudini nei confronti dell’occidente mai pienamente comprese dal continente indiano. L’India ora si concepisce come un continente chiuso, come civiltà completa senza alcun afflato espansionista, ora è affascinata, oserei dire ossessionata, dal capitalismo occidentale, dagli europei, dai “bianchi”, dai costumi dell’occidente. Non credo sia particolarmente desiderabile attendersi attitudini “globaliste” dall’India, essa sprofonderebbe in un grottesco “fare il verso” all’occidente. Quello che ho visto è una classe dirigente, accademica, assolutamente non – provinciale, non supina (penso ai paradigmi economici) ai canoni imposti dalle scuole di pensiero anglo – sassoni ma costantemente tesa a rivelare le specificità della struttura economica indiana, i suoi punti di forza. Ho visto una classe accademica molto più avanzata di quella nostrana proprio perché più conscia dei suoi pregi e dei suoi difetti. In questo senso la sua ottica, il suo punto di osservazione è “globale”, perché sa che non vi è un sistema economico implicitamente perfetto, ma anzi certi modelli, certe leggi, funzionano meglio o peggio a seconda delle strutture profonde del luogo, della sua visione dell’uomo, della sua attitudine sociale.
Quella che mi si è mostrata è un’India che forte della sua conoscenza della lingua inglese riesce a riprodurre modelli didattici sperimentati delle migliori Business School americane (quello di IIM Ahmedabad è mutuato da Harvard) senza derogare ai migliori frutti del proprio sistema didattico: penso alla fortissima attenzione agli aspetti quantitativi, matematici, ingegneristici, quasi totalmente assenti negli USA, dove la gente arriva in università non sapendo neppure cosa sia una derivata prima (ho studiato anche alla University of North Carolina di Chapel Hill).
Data la mia formazione, non credo sia interessante un confronto tra un sistema universitario come quello indiano (in realtà post – universitario, avendo io frequentato un programma MBA) e un sistema universitario come quello Bocconiano, che non è “né carne né pesce”, né italiano né internazionale e che deve ancora trovare il suo punto di equilibrio, la sua ragion d’essere che non sia meramente quella di vivere dei fasti del passato. Un giudizio che prendesse inoltre IIM Ahmedabad come rappresentativo del sistema universitario indiano sarebbe quantomeno biased, ovvero viziato. IIM Ahmedabad è l’università più selettiva al mondo, con un indiano su mille circa ammesso. Sarebbe come prendere la Normale di Pisa come campione rappresentativo delle università italiane. Unico aspetto che vorrei rilevare è una attenzione da parte delle università al mondo del lavoro, all’imprenditoria non solo “di proclama” ma effettiva. Vi sono “incubator” ovunque, ovvero centri di sviluppo di idee imprenditoriali effettivi, in cui sei assistito in ogni aspetto della redazione di un business plan e nella sua implementazione. Non è il mercatino delle pulci italiano, in cui i vari enti pubblici, locali e statali, si spanciano per contributi oggettivamente irrisori all’imprenditorialità chiamata, con quel consueto fare supponente, “giovanile”.
Passando agli aspetti di contesto direi che è falsa l’idea di una società indiana attraversata da un entusiasmo febbrile. La società indiana per un buon 50% vive per strada, in condizioni che a noi appaiono inverosimili, impossibili. Io appena arrivai in India per diversi giorni avevo conati di vomito per la tensione e l’impatto devastante di una concezione dello spazio, della pulizia totalmente differente. Rileva tuttavia come nonostante l’evidente povertà presente ovunque, la società indiana sia tutt’altro che povera umanamente, è anzi una società, una civiltà, immensamente ricca, curiosissima di sapere chi ha davanti, cosa fa, come si muove, quale è la sua storia. È una società al 99% in grado di sorridere pacificata, certo scaltra, a tratti ambigua ma mai disperata, mai chiusa in quel solipsismo senza volto delle metropoli occidentali. Ho visto invece come una parte dell’upperclass volendo imitare in maniera kitch l’occidente, assorbita dal pensiero del denaro, stia purtroppo corrodendo l’equilibrio millenario di una civiltà. Ora, lungi da me difendere sistemi castali o quant’altro. Non li conosco bene e non voglio giudicare. Ma il problema centrale, cardine, oserei dire escatologico, dell’India di oggi è proprio questo: come coniugare lo sviluppo economico con la società, con le dinamiche millenarie di una civiltà? Non credo alla paccottiglia giornalistica del “mondo piatto”. Sono un braudeliano di formazione. Credo che le forme delle civiltà non siano eliminabili dall’oggi al domani. Sono movimenti di lunghissima durata. Bastano forse 10, 20 … fosse anche 100 anni di capitalismo occidentalista, chiamiamolo “globale”, per rimodulare secondo i paradigmi ideologici del “mondo è piatto” un continente come quello indiano? È realmente necessario viaggiare in India per rendersi conto come la realtà descritta dai giornali sia ben lungi dall’essere veritiera.
Credo perciò che la grande sfida per l’India e per la sua classe dirigente sia quella di non diventare di nuovo un continente di conquista coloniale ma – forte di una classe dirigente “globale” nel senso precedente e grazie ad un network impressionante di milioni di Indiani che oggi si trovano al governo delle principali multinazionali e banche d’affari – capace di trovare una sintesi tra sviluppo economico e propria civiltà. Lo sviluppo è necessario per evitare di diventare preda degli istinti di conquista internazionalisti che fanno solo del male al suo popolo, l’attenzione alla propria civiltà oltre che essere dettata da un sano realismo urge invece quale argine per evitare una probabile devastante implosione di un percorso troppo veloce e innaturale. Urge infine quale punto di richiamo per un occidente che ha perso il senso religioso e quanto di bello esso ha instillato nel cuore umano.
Il tema più circoscritto del rapporto bilaterale Italia – India andrebbe perlomeno diviso in due. Dal lato corporate, aziendale, le imprese italiane si sino accorte dell’India ben prima dei giornalisti e assolutamente prima dei politici. I rapporti delle aziende tessili italiane con l’India non sono certo cosa recente. Dal punto di vista politico, credo che sia per volontà indiana sia per la consueta negligenza delle classi politiche italiane (prive di una visione articolata di politica estera da almeno 15 anni) non si sia mai proceduto a veri e propri articolati piani bilaterali, che includano collaborazioni tra enti pubblici, università, centri ricerca e commesse infrastrutturali. Le giovani generazioni avrebbero un ruolo centrale, ma senza un adeguato supporto difficilmente vedo vere possibilità di un rapporto costruttivo. È un problema che mi pongo anche per quanto mi riguarda… io vorrei tornare in India, dare vita a qualcosa in India. Cosa faccio? Non ho alcun supporto da parte della politica italiana, alcuna possibilità. Per fare un esempio, un americano che decidesse di andare in India gode già in partenza di un network strutturato, di una serie di think tank indo – americani in grado di supportarlo. Il network che andrei a costruire partirebbe quasi da zero. Ho degli amici indiani, ho uno status da Alumnus di IIM Ahmedabad un po’ particolare… ma credo che se chiedessi all’IIM di darmi accesso ai propri sistemi di placement mi sbatterebbero la porta in faccia. Per questo motivo tutti questi programmi di scambio universitario ben difficilmente si traducono in qualcosa di ulteriore rispetto a un viaggio, per quanto approfondito e affascinante. Al di là di una prospettiva imprenditoriale, per quale motivo ad esempio un’azienda indiana dovrebbe assumere un italiano, che non sa parlare Hindi (o una delle mille lingue locali), non ha relazioni stabili in India, non ha protezioni…. O perché una azienda italiana dovrebbe assumere un indiano, se non nella prospettiva neo – coloniale di avere un referente in quel paese? Se si scende nel pratico tutti questi programmi “internazionali”, “globali”, si scontrano con la dura realtà.
Eppure io sono convinto che tra Italia e India scorra una affinità molto più profonda di quella che potrebbe sembrare all’apparenza. Viaggiando mi sono trovato più a mio agio con gli Indiani che non con i miei compagni nordico – scandinavi. La comune origine indo – europea, un temperamento a tratti simile, questi sono aspetti che renderebbero una stabile relazione bilaterale Italia – India qualcosa di molto costruttivo per entrambi. Anche le strutture economiche sono molto simili: una forte diffusione della micro – imprenditorialità nonostante apparati burocratici elefantiaci, una parte di economia sotto forma di black money, il “nero”, una forte frammentazione regionale. Nell’ambito di “Confluence”, evento cardine della vita del campus IIM Ahmedabad, il presidente di Boston Consulting India fece proprio il paragone tra economia italiana ed economia indiana. L’Italia, il soft power italiano, la reputazione ottima degli italiani avrebbe molto da dare all’India. L’italiano comprende quegli aspetti più ambigui degli indiani, la costante esigenza di contrattare, di negoziare anche in maniera non corretta, laddove un qualunque britannico ne rimane costantemente sconcertato.
Certo, vi sono innumerevoli differenze, abissali distanze. La prima, più importante, la percezione che in realtà la vera vita dell’India sia impenetrabile, sia inconoscibile. Che dietro le apparenze si possa sempre celare qualcosa che tu non comprendi. Sembra un discorso filosofico, ma non lo è se si pensa che gran parte dei contratti commerciali che vanno a monte sono proprio dovuti a una sorta di reticenza da parte indiana a mostrarsi interamente, a manifestare apertamente la propria opinione, a chiedere chiarimenti. E poi una idea dello spazio differente, direi una carenza totale, da parte indiana, di una autentica percezione spaziale, eterogenesi storica della distruzione della giungla. Questo si traduce in una assenza di ordine, in una sorta di “approssimazione” in tutto quello che si fa.
Al di là di aspirazioni dialettiche, di faraonici assi strategici italo – indiani, non vi è nulla di inevitabile, di già dato. Partire da una aperta simpatia umana credo possa essere il primo dato realista su cui costruire un rapporto stretto e proficuo tra Italia ed India, un rapporto che smarchi il pensiero delle classi dirigenti dei due paesi da un lato dal neo – provincialismo dall’altro dal fascino occidentalista per ricondurlo sulla strada, ben ancorata, della propria storia, delle caratteristiche uniche della propria economia, unica autentica possibilità di sviluppo organico. Al fine, unico vero dipanarsi di una strategia e di una visione autenticamente “globale”.

IIM-AhmedabadCome annunciato nei giorni scorsi, pubblichiamo a partire da oggi nel nostro webmagazine lo speciale “L’India c’è“. Partiamo da una lunga conversazione con Francesco Dal Fiume, giovane analista finanziario (classe 1984) laureato presso l’Università Bocconi di Milano, che ha trascorso nel 2007 un lungo soggiorno di studio presso l’Indian Institute of Management di Ahmedabad. Le domande che trovate qui di seguito sono le stesse che abbiamo posto ad altri giovani professionisti italiani con alle spalle un’esperienza di studio o di lavoro in India, di cui pubblicheremo nei prossimi giorni le rispettive testimonianze. Un modo diverso e più efficace di tante analisi per comprendere dal di dentro l’ascesa economica dell’India. Uno strumento per capire più in profondità le opportunità di un rafforzamento della partnership strategica tra Italia e India. Buona lettura. Leggi il resto »

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28 lug

dead-aid1La tesi centrale del libro della giovane economista africana Dambisa Moyo – Dead Aid. Why aid is not working and how there is a better way for Africa – in cui si argomenta che gli aiuti siano la causa primaria del ritardo di sviluppo dell’Africa, è sbagliata. Allo stesso tempo, si tratta di un saggio brillante, che vale la pena di leggere, che contiene molte argomentazioni rilevanti e che si rivela estremamente utile nella sezione legata alla seconda parte del suo titolo: there is a better way for Africa. Leggi il resto »

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