Sono laureato in Finanza ed ho sempre lavorato in ambito bancario, prima come Trader in seguito come Analista Macroeconomico. A spingermi verso l’India sono stati in realtà la vastità dei miei interessi culturali, politici, storici. L’occasione si è presentata al momento della scelta della meta del programma scambi della mia università, Università Bocconi, che ha stipulato un rapporto di partnership bilaterale con numerose università indiane, tra cui IIM Ahmedabad. L’idea di potermi confrontare con le migliori menti del continente indiano unita al desiderio di viaggiare per un periodo di tempo abbastanza lungo non mi hanno fatto esitare.
Se dal punto di vista personale il viaggio in India, l’esperienza di studio, hanno lasciato una traccia indelebile nella memoria segnando una delle tappe essenziali della mia maturazione personale, dal punto di vista professionale al momento non vi sono stati esiti particolari. Insieme ad un amico si cominciò ad abbozzare un progetto imprenditoriale in India, stimolati dalle enormi prospettive di crescita del mercato interno indiano, ma non se ne fece nulla. Rimane costante il desiderio, in futuro, di poter ritornare in India, là dove chi ha la mia età non è guardato con quel misto di mediocre supponenza tipica di una società gerontocratica come quella italiana, ma come una persona nel pieno delle sue energie e soprattutto nel pieno delle sue potenzialità creatrici.
Credo che essere italiani in India abbia molti punti di forza, sono anzi fermamente convinto che quella congerie di stereotipi legati all’italianità all’estero, spesso esagerati, contengano una grande potenzialità. Per dirla in termini di marketing, il brand Italia - anche stereotipato – consente un approccio molto facilitante alla realtà indiana, è un sorta di volano. Direi ovunque, in ogni classe sociale. Certo, l’upperclass conosce l’Italia in maniera più approfondita, ha una idea articolata dell’Occidente e dell’Europa, il che tuttavia non copre con un indifferentismo globalista quel moto di spontanea simpatia che vedi attraversare gli occhi del tuo interlocutore appena dici che sei italiano. Credo che il discorso potrebbe farsi complesso, coinvolge tutta una serie di attitudini nei confronti dell’occidente mai pienamente comprese dal continente indiano. L’India ora si concepisce come un continente chiuso, come civiltà completa senza alcun afflato espansionista, ora è affascinata, oserei dire ossessionata, dal capitalismo occidentale, dagli europei, dai “bianchi”, dai costumi dell’occidente. Non credo sia particolarmente desiderabile attendersi attitudini “globaliste” dall’India, essa sprofonderebbe in un grottesco “fare il verso” all’occidente. Quello che ho visto è una classe dirigente, accademica, assolutamente non – provinciale, non supina (penso ai paradigmi economici) ai canoni imposti dalle scuole di pensiero anglo – sassoni ma costantemente tesa a rivelare le specificità della struttura economica indiana, i suoi punti di forza. Ho visto una classe accademica molto più avanzata di quella nostrana proprio perché più conscia dei suoi pregi e dei suoi difetti. In questo senso la sua ottica, il suo punto di osservazione è “globale”, perché sa che non vi è un sistema economico implicitamente perfetto, ma anzi certi modelli, certe leggi, funzionano meglio o peggio a seconda delle strutture profonde del luogo, della sua visione dell’uomo, della sua attitudine sociale.
Quella che mi si è mostrata è un’India che forte della sua conoscenza della lingua inglese riesce a riprodurre modelli didattici sperimentati delle migliori Business School americane (quello di IIM Ahmedabad è mutuato da Harvard) senza derogare ai migliori frutti del proprio sistema didattico: penso alla fortissima attenzione agli aspetti quantitativi, matematici, ingegneristici, quasi totalmente assenti negli USA, dove la gente arriva in università non sapendo neppure cosa sia una derivata prima (ho studiato anche alla University of North Carolina di Chapel Hill).
Data la mia formazione, non credo sia interessante un confronto tra un sistema universitario come quello indiano (in realtà post – universitario, avendo io frequentato un programma MBA) e un sistema universitario come quello Bocconiano, che non è “né carne né pesce”, né italiano né internazionale e che deve ancora trovare il suo punto di equilibrio, la sua ragion d’essere che non sia meramente quella di vivere dei fasti del passato. Un giudizio che prendesse inoltre IIM Ahmedabad come rappresentativo del sistema universitario indiano sarebbe quantomeno biased, ovvero viziato. IIM Ahmedabad è l’università più selettiva al mondo, con un indiano su mille circa ammesso. Sarebbe come prendere la Normale di Pisa come campione rappresentativo delle università italiane. Unico aspetto che vorrei rilevare è una attenzione da parte delle università al mondo del lavoro, all’imprenditoria non solo “di proclama” ma effettiva. Vi sono “incubator” ovunque, ovvero centri di sviluppo di idee imprenditoriali effettivi, in cui sei assistito in ogni aspetto della redazione di un business plan e nella sua implementazione. Non è il mercatino delle pulci italiano, in cui i vari enti pubblici, locali e statali, si spanciano per contributi oggettivamente irrisori all’imprenditorialità chiamata, con quel consueto fare supponente, “giovanile”.
Passando agli aspetti di contesto direi che è falsa l’idea di una società indiana attraversata da un entusiasmo febbrile. La società indiana per un buon 50% vive per strada, in condizioni che a noi appaiono inverosimili, impossibili. Io appena arrivai in India per diversi giorni avevo conati di vomito per la tensione e l’impatto devastante di una concezione dello spazio, della pulizia totalmente differente. Rileva tuttavia come nonostante l’evidente povertà presente ovunque, la società indiana sia tutt’altro che povera umanamente, è anzi una società, una civiltà, immensamente ricca, curiosissima di sapere chi ha davanti, cosa fa, come si muove, quale è la sua storia. È una società al 99% in grado di sorridere pacificata, certo scaltra, a tratti ambigua ma mai disperata, mai chiusa in quel solipsismo senza volto delle metropoli occidentali. Ho visto invece come una parte dell’upperclass volendo imitare in maniera kitch l’occidente, assorbita dal pensiero del denaro, stia purtroppo corrodendo l’equilibrio millenario di una civiltà. Ora, lungi da me difendere sistemi castali o quant’altro. Non li conosco bene e non voglio giudicare. Ma il problema centrale, cardine, oserei dire escatologico, dell’India di oggi è proprio questo: come coniugare lo sviluppo economico con la società, con le dinamiche millenarie di una civiltà? Non credo alla paccottiglia giornalistica del “mondo piatto”. Sono un braudeliano di formazione. Credo che le forme delle civiltà non siano eliminabili dall’oggi al domani. Sono movimenti di lunghissima durata. Bastano forse 10, 20 … fosse anche 100 anni di capitalismo occidentalista, chiamiamolo “globale”, per rimodulare secondo i paradigmi ideologici del “mondo è piatto” un continente come quello indiano? È realmente necessario viaggiare in India per rendersi conto come la realtà descritta dai giornali sia ben lungi dall’essere veritiera.
Credo perciò che la grande sfida per l’India e per la sua classe dirigente sia quella di non diventare di nuovo un continente di conquista coloniale ma – forte di una classe dirigente “globale” nel senso precedente e grazie ad un network impressionante di milioni di Indiani che oggi si trovano al governo delle principali multinazionali e banche d’affari – capace di trovare una sintesi tra sviluppo economico e propria civiltà. Lo sviluppo è necessario per evitare di diventare preda degli istinti di conquista internazionalisti che fanno solo del male al suo popolo, l’attenzione alla propria civiltà oltre che essere dettata da un sano realismo urge invece quale argine per evitare una probabile devastante implosione di un percorso troppo veloce e innaturale. Urge infine quale punto di richiamo per un occidente che ha perso il senso religioso e quanto di bello esso ha instillato nel cuore umano.
Il tema più circoscritto del rapporto bilaterale Italia – India andrebbe perlomeno diviso in due. Dal lato corporate, aziendale, le imprese italiane si sino accorte dell’India ben prima dei giornalisti e assolutamente prima dei politici. I rapporti delle aziende tessili italiane con l’India non sono certo cosa recente. Dal punto di vista politico, credo che sia per volontà indiana sia per la consueta negligenza delle classi politiche italiane (prive di una visione articolata di politica estera da almeno 15 anni) non si sia mai proceduto a veri e propri articolati piani bilaterali, che includano collaborazioni tra enti pubblici, università, centri ricerca e commesse infrastrutturali. Le giovani generazioni avrebbero un ruolo centrale, ma senza un adeguato supporto difficilmente vedo vere possibilità di un rapporto costruttivo. È un problema che mi pongo anche per quanto mi riguarda… io vorrei tornare in India, dare vita a qualcosa in India. Cosa faccio? Non ho alcun supporto da parte della politica italiana, alcuna possibilità. Per fare un esempio, un americano che decidesse di andare in India gode già in partenza di un network strutturato, di una serie di think tank indo – americani in grado di supportarlo. Il network che andrei a costruire partirebbe quasi da zero. Ho degli amici indiani, ho uno status da Alumnus di IIM Ahmedabad un po’ particolare… ma credo che se chiedessi all’IIM di darmi accesso ai propri sistemi di placement mi sbatterebbero la porta in faccia. Per questo motivo tutti questi programmi di scambio universitario ben difficilmente si traducono in qualcosa di ulteriore rispetto a un viaggio, per quanto approfondito e affascinante. Al di là di una prospettiva imprenditoriale, per quale motivo ad esempio un’azienda indiana dovrebbe assumere un italiano, che non sa parlare Hindi (o una delle mille lingue locali), non ha relazioni stabili in India, non ha protezioni…. O perché una azienda italiana dovrebbe assumere un indiano, se non nella prospettiva neo – coloniale di avere un referente in quel paese? Se si scende nel pratico tutti questi programmi “internazionali”, “globali”, si scontrano con la dura realtà.
Eppure io sono convinto che tra Italia e India scorra una affinità molto più profonda di quella che potrebbe sembrare all’apparenza. Viaggiando mi sono trovato più a mio agio con gli Indiani che non con i miei compagni nordico – scandinavi. La comune origine indo – europea, un temperamento a tratti simile, questi sono aspetti che renderebbero una stabile relazione bilaterale Italia – India qualcosa di molto costruttivo per entrambi. Anche le strutture economiche sono molto simili: una forte diffusione della micro – imprenditorialità nonostante apparati burocratici elefantiaci, una parte di economia sotto forma di black money, il “nero”, una forte frammentazione regionale. Nell’ambito di “Confluence”, evento cardine della vita del campus IIM Ahmedabad, il presidente di Boston Consulting India fece proprio il paragone tra economia italiana ed economia indiana. L’Italia, il soft power italiano, la reputazione ottima degli italiani avrebbe molto da dare all’India. L’italiano comprende quegli aspetti più ambigui degli indiani, la costante esigenza di contrattare, di negoziare anche in maniera non corretta, laddove un qualunque britannico ne rimane costantemente sconcertato.
Certo, vi sono innumerevoli differenze, abissali distanze. La prima, più importante, la percezione che in realtà la vera vita dell’India sia impenetrabile, sia inconoscibile. Che dietro le apparenze si possa sempre celare qualcosa che tu non comprendi. Sembra un discorso filosofico, ma non lo è se si pensa che gran parte dei contratti commerciali che vanno a monte sono proprio dovuti a una sorta di reticenza da parte indiana a mostrarsi interamente, a manifestare apertamente la propria opinione, a chiedere chiarimenti. E poi una idea dello spazio differente, direi una carenza totale, da parte indiana, di una autentica percezione spaziale, eterogenesi storica della distruzione della giungla. Questo si traduce in una assenza di ordine, in una sorta di “approssimazione” in tutto quello che si fa.
Al di là di aspirazioni dialettiche, di faraonici assi strategici italo – indiani, non vi è nulla di inevitabile, di già dato. Partire da una aperta simpatia umana credo possa essere il primo dato realista su cui costruire un rapporto stretto e proficuo tra Italia ed India, un rapporto che smarchi il pensiero delle classi dirigenti dei due paesi da un lato dal neo – provincialismo dall’altro dal fascino occidentalista per ricondurlo sulla strada, ben ancorata, della propria storia, delle caratteristiche uniche della propria economia, unica autentica possibilità di sviluppo organico. Al fine, unico vero dipanarsi di una strategia e di una visione autenticamente “globale”.
Come annunciato nei giorni scorsi, pubblichiamo a partire da oggi nel nostro webmagazine lo speciale “L’India c’è“. Partiamo da una lunga conversazione con Francesco Dal Fiume, giovane analista finanziario (classe 1984) laureato presso l’Università Bocconi di Milano, che ha trascorso nel 2007 un lungo soggiorno di studio presso l’Indian Institute of Management di Ahmedabad. Le domande che trovate qui di seguito sono le stesse che abbiamo posto ad altri giovani professionisti italiani con alle spalle un’esperienza di studio o di lavoro in India, di cui pubblicheremo nei prossimi giorni le rispettive testimonianze. Un modo diverso e più efficace di tante analisi per comprendere dal di dentro l’ascesa economica dell’India. Uno strumento per capire più in profondità le opportunità di un rafforzamento della partnership strategica tra Italia e India. Buona lettura. Leggi il resto »