27
feb

Una nave che entrerà in funzione nel 2015. La Mistral è prodotta dal cantiere francese di Saint-Nazaire ed è lunga 199 metri e potrà trasportare elicotteri, carriarmati e sottomarini. L’accordo di compravendita tra Francia e Russia dovrebbe essere formalizzato il mese prossimo in occasione di una visita di Medvedev, il presidente russo, a Parigi. L’accordo prevede la vendita da parte della Francia di quattro super navi da guerra Mistral per la bellezza di 750 milioni di dollari l’una. Leggi il resto »

09
feb

Per essere borsista in una Grande Ecole in Francia, il nucleo famigliare non deve guadagnare più di 32 000 euro netti all’anno. Il che equivale a 2700 euro netti al mese, il che significa uno stipendio mensile che include il 90 % dei nuclei famigliari. Dove sta allora il problema quando Nicolas Sarkozy, ancora lui, dichiara di voler portare al 30% degli studenti la percentuale di borsisti nelle Grandes Ecoles francesi?  Prima domanda pertinente : cosa sono le Grandes Ecoles?  Seconda domanda: in cosa si differenziano dalle altre università europee, banalmente, storicamente e univocamente chiamate università? Terza domanda: che cosa rappresentano le Grandes Ecoles nell’immaginario sociologico francese? Leggi il resto »

21
gen

Proprio qualche giorno prima che venisse reso noto il decreto legge sulla tassa sull’elettronica di consumo a favore della SIAE, in Francia venivano presentate proposte concrete finalizzate alla diffusione delle offerte legali online. Il cosiddetto “Rapporto Zelnik”, dal nome di uno dei redattori, avanza diverse idee concrete affinché l‘investimento nell’industria digitale non avvenga a discapito della remunerazione dei creatori. Leggi il resto »

07
gen

Dopo le elezioni europee dello scorso giugno titolavamo L’Europa s’è destra, commentando l’avanzata dell’estrema destra in molti stati membri. Quel titolo però era ancor più vero visto il trionfo registrato in campo europeo dalle formazioni di stampo conservatore. Ciò si è verificato non solo dove i conservatori hanno sempre ottenuto buoni risultati come in Italia o in Germania, ma anche laddove la cultura progressista è stata lungamente maggioritaria, come in Svezia, Francia o Gran Bretagna. Questo è accaduto poiché la destra è riuscita ha rinnovarsi e risultare credibile. È nata forse una destra nuova. Leggi il resto »

05
gen

L’Unione per il Mediterraneo, l’organizzazione creata circa un anno fa sotto l’impulso del presidente francese Nicolas Sarkozy, ha chiuso il 2009 con un fallimento. L’organizzazione, ancor prima di nascere, è stata stroncata da una serie di incomprensioni tra alcuni membri dell’Unione. I colpevoli, la Turchia e Cipro. L’assegnazione alla prima della sesta vicepresidenza avrebbe infatti portato Cipro ad apporre alla decisione il suo veto causando una grande confusione tra i membri presenti alla riunione ministeriale. Morale, gli statuti indispensabili per poter designare il segretario dell’unione, il giordano Ahmad Masadeh, l’unico ad avere presentato la sua candidatura, sono rimasti sospesi per aria e l’organizzazione non ha potuto prendere corpo nella sede designata, nella città di Barcellona.  Leggi il resto »

21
dic

france-greveQualche giorno fa ho visto una “manif”, boulevard Saint Michel, davanti alla Sorbona. Un corteo, dei liceali. Il bus si ferma, scendete tutti, si continua a piedi. Giovedì scorso ho visto uno sciopero. La SNCF, ferrovie dello Stato, impossibile prendere un treno verso e dalla banlieue alle ore morte, verso mezzogiorno, dalle 10 alle 16. Venerdì una rivendicazione pubblica, la RATP. Scarsamente consigliato di circolare sulla metro dentro Parigi. Leggi il resto »

16
dic
Grande Sarko grande!
Il Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ?
Università e ricerca, crescita sostenibile, banda larga, trasformazione dell’economia e finanziamento delle infrastrutture: il Grande Prestito è il pentolone magico dove Nicolas Sarkozy puo’ permettersi di finanziare i grandi progetti del suo mandato, anche ad orizzonte presidenziale 2012. Non è un caso che il plateau di Saclay, parte del progetto metropolitano di una grande Parigi, si sia invitato alla tavola finanziaria dei commensali presidenziali. Sarkozy aveva diretto personalmente la Grande orchestra della Grande Parigi, creando ex-nihilo, un Super Metro (il Grande Otto) che collegherà i poli di ricerca e la zone economiche più promettenti dell’Ile-de-France. Non fa’ niente se i 12 milioni di franciliens (abitanti della regione parigina), i 10 milioni di banlieusards (abitanti delle banlieues) e i 3 milioni di pendolari non beneficeranno completamente di questo grande progetto. E’ per una grande causa e comunque per una grande metropoli. Il rischio è che, dopo la MasterCard pubblica delle prime due righe, si possa scadere nel gigantismo della pubblicità dei Pennelli Cinghiale, un grande pennello per una grande pennellata politica.
Se col Grand Emprunt e col Grand Paris Nicolas Sarkozy si ritrova imprigionato nella dinamica del gigantismo, gli avversari politici lo aiutano. Per François Hollande il Grand Emprunt diventerà una Grande Tassa. Ma Super Sarkozy tira dritto. Vuole un grande prestito per stimolare un’iper-crescita (parola di deputato UMP).  Il tutto si aggiunge alla tradizionale Grandeur française, che, col Grande Prestito , vuole creare le migliori università del mondo ( non necessariamente le più grandi, il piccolo in questo caso è criterio di selettività). In conferenza stampa Sarkozy lo ripete 4 volte in 5 minuti, se qualcuno non avesse capito l’ampiezza dei progetti presidenziali…  Poi c’è la ricerca, poi le infrastrutture, poi l’economia della conoscenza, la banda larga e la “numerizzazione” del patrimonio cinematografico e degli archivi francesi…
“Grande” è quindi la parola magica di questa fine d’anno pre-regional elettorale. “Sei grande grande grande, sei grande solamente tu..”. Nonostante la statura, forse lo si puo’ dire a Nicolas Sarkozy.
Quando Sarkozy parla, sembrerebbe poter trasformar in oro, e di conseguenza in cospicui finanziamenti, alcuni progetti nel suo campo d’azione politica. Riflettiamo pero’ bene sulla realtà di questo Grande Prestito. Non dimentichiamo che le cinque priorità presidenziali ( e marginalmente anche del Primo Ministro François Fillon ) sono in gran parte già iscritte nei contratti Stato-Regione che organizzano le relazioni stato-enti locali da ormai 25 anni. Non illudiamoci dunque. Gli attesi 60 miliardi, saranno si’ disponibili, ma concorreranno, in parte, a rimpinguare i fondi di priorità da tanto tempo trascurate.
Al di là di tutto cio’, applaudiamo al fatto che Sarkozy si posiziona al di fuori dell’urgenza dei piani di rilancio. « Se non ci fosse stata la crisi, il grande prestito ci sarebbe stato comunque ». Gli investimenti che faremo oggi, saranno i frutti di domani. Bisogna esserci all’appuntamento col futuro, voilà la nuova forma dell’identità presidenziale, e forse anche  francese. E facciamo, in fine, due conti: 60 miliardi di Grande Prestito, 38 miliardi di piani di rilancio (2009 e 2010). Quasi 100 miliardi all’appello, i conti tornano. E cifra tonda.Il Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ?

FRANCE SARKOZYIl Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ? Leggi il resto »

23
nov
L’Ambasciatore Boris Biancheri ne ha viste tante nella sua lunga carriera e fa bene a definire l’Europa e la Turchia gli eterni fidanzati. Da più di quaranta anni infatti Bruxelles e Ankara si rincorrono trovando sulla loro strada sempre qualcuno che si mette nei panni di Don Rodrigo per bloccare le nozze. Quattro anni fa, proprio quando dall’accordo d’associazione si era giunti a un negoziato per l’adesione, fu Nicolas Sarkozy a dire “se la Turchia fosse europea, lo si saprebbe!”  Apparentemente la provocazione fu lanciata per cavalcare un malessere popolare e poter mettere in difficoltà il Presidente Chirac favorevole ad un’adesione turca all’Unione Europea. Ormai sembra  esser divenuta una questione di principio che forse si trasformerà in un nuovo veto di golliana memoria. Dal punto di vista dello stato dei negoziati, il dissenso francese non è l’unico problema.
Come mostra il rapporto redatto nel mese d’ottobre dalla DG Allargamento, dei 35 capitoli soltanto uno è stato chiuso (Ricerca), mentre alcuni sono in sospeso ed altri non sono nemmeno aperti. Sul piano dei diritti umani si riscontrano luci ed ombre. Un tema particolarmente sensibile è la libertà di stampa, che in passato ha visto numerosi processi verso giornalisti e scrittori per questioni legate alla libertà di espressione basati sull’articolo 301 del codice penale turco (es. Orhan Pamuk). Fortunatamente l’uso di questo strumento è più raro, ma la magistratura resta conservatrice e repressiva, a tratti autoritaria. Recentemente è però emerso uno scontro aperto  tra il governo e la stampa. Il gruppo Dogan, primo gruppo di stampa de la paese, fortemente antigovernativo e legato alla tradizione laicista della Turchia, ha scatenato una campagna mediatica contro il partito islamico moderato del premier Erdogan, contestandogli la gestione di un presunto fondo nero che dalla Germania sarebbe confluito nelle casse del partito.  Alla sfuriata del premier, che, furibondo ha proposto un boicottaggio contro il gruppo, è seguita una megamulta per evasione fiscale contro il gruppo, che sembra addirittura poterne minacciare la solvibilità futura. Tale gesto ha evidentemente preoccupato la Commissione, che l’ha prontamente segnalato nel documento.
Se ci sono sforzi da parte turca sono su un altro piano, specialmente in ciò che il Ministro degli Affari Esteri Davutoglu definisce la normalizzazione delle relazioni con i vicini. Tale condotta è stata letta dai suoi delatori come neo-ottomana e contraria ai principi del kemalismo. In realtà si tratta di una legittima politica estera di una potenza regionale che trova in quel contesto ampi margini d’azione. Tra i successi più rilevanti vi sono i recenti passi diplomatici che dovrebbero portare alla normalizzazione dei rapporti con l’Armenia,  peraltro sfruttando la sempre valida diplomazia del pallone. E’ rilevante che la questione del genocidio armeno non sia più un tabù della politica, ma sia passata ad essere una questione per gli storici. Il tema era divenuto col tempo imbarazzante, visto le forti pressioni esercitate dalla diaspora armena in paesi come la Francia o gli USA. Certo, la disinvoltura con la quale Ankara sviluppa le proprie relazioni con taluni paesi può suscitare delle incomprensioni, come la giaculatoria contro Israele di Erdogan a Davos sulla questione di Gaza o l’evoluzione recente, non propriamente pienamente compatibile con la politica delle potenze occidentali, con l’Iran di Ahmadinejad. Tuttavia in linea generale Bruxelles ha incoraggiato la nuova politica di apertura e i tentativi di risolvere i conflitti regionali che il governo dell’AKP ha sviluppato in questi anni.
Sarkozy sostiene che Ankara non può aprire taluni capitoli del negoziato poiché incompatibili con la politica che egli predilige e che Davutoglu ritiene un insulto, quella di un partenariato privilegiato. Come uscirne? In tempi antichi, vicino Ankara vi era una città chiamata Gordio il cui mito rimase in eterno legato al nodo che Alessandro Magno seppe sciogliere con un taglio netto di spada. Certamente la questione cipriota non è meno complicata perché il circolo vizioso in cui si è caduti è irresolubile senza un gesto politico. 8 capitoli relativi al negoziato per l’adesione sono bloccati a causa delle sanzioni stabilite dall’Unione nel 2006 per l’embargo di fatto praticato da Ankara rispetto alle navi greco-cipriote. Tale embargo derivante dal mancato riconoscimento di Cipro in seguito ai fatti del 1974 è in violazione dell’accordo d’associazione che lega la Turchia e l’UE e che prevede una zona di libero scambio. In pratica, soltanto un accordo sulla riunificazione cipriota, che tuttora latita, può spingere Ankara a riconoscere Cipro e quindi a sbloccare il negoziato.
In Italia sussiste un consenso di tutte le forze politiche come testimonia Ferrari e ci ha ricordato il nostro  Stefano Torelli. Il nostro paese non è l’unico a sostenere questa posizione, ma è affiancata da altri paesi, in particolare la Spagna,  la Gran Bretagna e la Svezia. Per ora godiamoci il Presidente Napolitano che veste la tonaca da Fra Cristoforo preconizzando al collega Abdullah Gul che ”Verrà un giorno!”  nel quale anche Ankara sarà europea, anche se in realtà tale prospettiva è incerta.

TURKEY ITALY DIPLOMACYL’Ambasciatore Boris Biancheri ne ha viste tante nella sua lunga carriera e fa bene a definire l’Europa e la Turchia gli eterni fidanzati. Da più di quaranta anni infatti Bruxelles e Ankara si rincorrono trovando sulla loro strada sempre qualcuno che si mette nei panni di Don Rodrigo per bloccare le nozze. Leggi il resto »

16
nov
LA “NUOVA VECCHIA” POLITICA ESTERA TEDESCA
Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel.  Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.
*Giovanni Boggero studia attualmente alla Georg-August Universität di Göttingen (Germania). E’ giornalista freelance. Ha scritto per i quotidiani Il Riformista, Il Foglio, L’Occidentale e per la rivista Aspenia. Collabora con l’Istituto Bruno Leoni.Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel.  Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.

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08
nov

sarkozy fillonIl prossimo 18 novembre Yves Jégo pubblicherà un libro dal titolo « 15 mesi, 5 giorni; tra falsi gentili e veri cattivi ». Yves Jégo é l’ex-Segretario di Stato francese dell’Oltre-Mare che fu liquidato dall’Eliseo in occasione del « remaniement », il nostro rimpasto, del governo Fillon III. Leggi il resto »