Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti, capaci di contare su centinaia di uomini armati e su capitali forti. E come è possibile che uno scrittore possa mettere in crisi organizzazioni capaci di fatturare miliardi di euro l’anno e di dominare territori vastissimi.
(Roberto Saviano, La parola contro la camorra)
Capita che spesso il Paese lo leggi sul giornale. O lo ascolti in televisione. Ti accontenti di quello che senti, del turbinio di dichiarazioni, di un taglia e cuci atavicamente ideologico. È la politica urlata e mediatica che ci rende (spesso inconsapevoli) marionette in una democrazia dove viene sempre più sacrificata la Politica e acquista sempre più rilievo la bulimia del Pubblico: gli individui che sentono senza ascoltare, che leggono senza ragionare. Ma capita anche che la narrazione che ti viene data abbia il potere di recuperare quanto è stato – volutamente e magistralmente – amputato. Che uno sguardo non pretenda di formare ma abbia la democratica ambizione di in-formare. E che contro il muro di omertà si oda lo schianto del dissenso, della denuncia che, nascendo dall’orgoglio e dalla rabbia, non conosce coloritura partitica e non accetta le aureole di plastica che la politica – non la Politica – corre a consegnarle ex post. Capita che un Paese e il suo pluriverso culturale, sociale e antropologico te lo racconti la voce di Roberto Saviano, in quattro mattinate in cui si confronta senza rete con quaranta studenti, rappresentanti di una generazione, quella di noi nata negli anni Ottanta, forse molto anti- o a-partitica ma certo non a-politica: almeno non quanto rapporti e sondaggi periodicamente ci dichiarano essere. Il seminario “Strategie e tattiche criminali internazionali”, che l’autore di Gomorra ha tenuto tra marzo e aprile presso la Scuola Normale a Pisa, non è stato mai – neppure per un minuto – soltanto un viaggio nella geografia della nuova mafia internazionale, quella che Misha Glenny consegna alle pagine del suo McMafia, costruita sull’intreccio inestricabile di droga, armi, prostituzione e traffico di esseri umani. È stato prima di tutto un tacito riconoscersi, un patto narrativo in primo luogo di onestà intellettuale tra noi studenti di Normale, Sant’Anna, IMT di Lucca e Università di Pisa e Roberto: a fondarlo, l’attenzione irrinunciabile alla ricerca documentata, all’urgenza di dare un fondamento ‘scientifico’ alla propria narrazione, che lega come in un patto di sangue il lavoro dell’autentico giornalista, del ricercatore, dello storico, del critico, dell’intellettuale (chi interpreta e s’interroga sul proprio tempo). Il mondo universitario pisano ha visto in Saviano una parte di se stesso e noi, espressione (molto probabilmente e amaramente non rappresentativa) di una generazione che continua ancora a credere nel valore imprescindibile della ricerca per l’individuo e per un Paese, abbiamo visto in lui una parte di noi stessi. Quella parte che siamo abituati a esprimere sempre meno, perché l’Italia in cui viviamo ce la anestetizza quotidianamente: la capacità di sdegnarci. Lo sdegno autentico è forse l’arma politica più potente che un cittadino democratico possa avere, perché nasce dall’esercizio del giudizio, da un pensiero, ed è propedeutica al dissenso. Perché consente di dare peso effettivo a quel sasso di carta che siamo chiamati periodicamente a riversare nelle urne. Ma in una democrazia malata mancano, tra tante cose, soprattutto queste: il dissenso e la capacità di sdegnarsi. Di dire: adesso basta. È un’emergenza quando, di fronte allo sgretolarsi del senso di legalità e di legittimità delle regole della Politica, non scatta nei cittadini un moto d’indignazione, soffocato dall’apatia. È quanto Saviano ci ha ricordato con il suo video su Repubblica.it lo scorso febbraio, di fronte al profilarsi dell’ipotesi che l’ndrangheta fosse entrata in Parlamento, che il potere mafioso avesse messo piede nel luogo del potere più importante e delicato dello Stato, dove il popolo si fa sovrano e dove la democrazia si realizza per davvero. La criminalità organizzata – ci ha ricordato – ha una sua strategia ben collaudata: prima crea zone dove il diritto non entra, non ha cittadinanza; poi si espande, pervade l’economia, si appropria del Paese e infine entra essa stessa nello Stato. Prima le cosche siciliane, poi quelle calabresi e campane hanno tolto al Sud ogni possibilità di sviluppo, avvelenando l’intera economia. Ma un Paese in cui fatti come quelli di Rosarno, in certe parti del Meridione, sono la norma ma rimangono imprigionati nelle pagine di cronaca della Gazzetta o del Corriere di Caserta, veri e propri trattati antropologici in cui l’arma delle parole si unisce micidialmente a quella delle immagini, e acquistano rilevanza nazionale solo dopo che il NY Times gli ha dedicato spazio, è un paese in cui la Politica si è desertificata. È un paese che vive di politica, ma non di Politica.
Come ha scritto Benedetta Tobagi, il potere della parola di Saviano è proprio questo: Saviano “rompe il silenzio, insegna a vedere, svela infine il volto osceno della realtà”. E la questione non riguarda solamente le cosche e il loro tacito accordo, spesso, con parti della classe politica ai suoi vari livelli. Ha una rilevanza più ampia, trans-politica e trans-generazionale, che tocca da vicino il presente e il futuro prossimo del nostro Paese. Come scrive la Tobagi: “Nel mondo oggi c’è abbastanza luce per chi vuole vedere, e abbastanza buio per chi si ostina a restare nella caverna. I vincoli esterni sono pesanti, ma non è tutto fango, non è tutto uguale. È una questione di scelte. Anche per chi scrive, per chi legge, per chi fa televisione e chi la guarda”. Aggiungo io: anche, e soprattutto, per chi ama questo Paese e intende provare a cambiarlo.









E ci voleva Saviano in prima serata su RaiTre perché tutti noi ci ricordassimo che esiste ancora un posto, di cui peraltro qualche mese fa erano piene le prime pagine di tutti i quotidiani mondiali, in cui si continua a stuprare i dissidenti politici in carcere e a reprimere le manifestazioni di piazza, come accaduto ancora una volta la settimana scorsa. Quel posto è l’Iran e, a distanza di cinque mesi dalle ultime contestatissime elezioni e dalle manifestazioni di indignazione da tutte le parti del nostro Paese, sembra che tutto sia tornato alla normalità. 