Master Affari Politicin
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23 giu
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Dal 28 al 30 giugno, sotto l’Alto Patronato del Presidente  della Repubblica, si terrà a Torino la conferenza internazionale “University and Cyberspace: Reshaping Knowledge Institutions for the Networked Age”: tre giorni di discussione multi-disciplinare su come cambiera’ l’universita’ per effetto di Internet. Leggi il resto »

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07 giu
In Cina oggi è il giorno del Gaokao.  Beati i paesi che hanno bisogno dell’intelligenza dei più giovani.
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03 mar
di Moris Gasparri      sezione: Politica globale
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La sigla “BRIC”, inventata da Jim O’Neill di Goldman Sachs per descrivere l’emergere delle economie di Brasile, Russia, India e Cina, è destinata a segnare ancora il futuro del mondo, e, con esso, il futuro dell’Italia. Non è detto che il mondo dei prossimi decenni sarà post-americano. Di sicuro sarà post-europeo. L’Italia, con i suoi problemi e le sue eterne transizioni, non sarà più nella testa dei grandi decisori globali, vecchi e nuovi, come elegantemente ricordato dal direttore di Foreign Policy Moises Naim nel forum organizzato qualche settimana fa dal Sole 24 Ore. Questo grande cambiamento dovrà trovarci preparati, senza catastrofismi o nostalgie del mondo passato. Perché se le altre realtà globali potranno ignorare l’Italia, noi non potremo ignorare loro. Leggi il resto »

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09 feb
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Per essere borsista in una Grande Ecole in Francia, il nucleo famigliare non deve guadagnare più di 32 000 euro netti all’anno. Il che equivale a 2700 euro netti al mese, il che significa uno stipendio mensile che include il 90 % dei nuclei famigliari. Dove sta allora il problema quando Nicolas Sarkozy, ancora lui, dichiara di voler portare al 30% degli studenti la percentuale di borsisti nelle Grandes Ecoles francesi?  Prima domanda pertinente : cosa sono le Grandes Ecoles?  Seconda domanda: in cosa si differenziano dalle altre università europee, banalmente, storicamente e univocamente chiamate università? Terza domanda: che cosa rappresentano le Grandes Ecoles nell’immaginario sociologico francese? Leggi il resto »

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04 gen
di Moris Gasparri      sezione: Italian politics

Uno dei motivi per cui nel “pianeta LSDP” crediamo nell’efficacia della politica globale sta nell’utilità, in alcune circostanze, della comparazione tra realtà politiche differenti. Abbiamo già parlato in passato del valore “esemplare” della leadership del primo ministro indiano Manmohan Singh. Oggi riprendiamo questa traccia, proprio per effettuare un parallelo con la politica italiana. Leggi il resto »

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16 dic
di Chiara Mazzone      sezione: Politica globale
Grande Sarko grande!
Il Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ?
Università e ricerca, crescita sostenibile, banda larga, trasformazione dell’economia e finanziamento delle infrastrutture: il Grande Prestito è il pentolone magico dove Nicolas Sarkozy puo’ permettersi di finanziare i grandi progetti del suo mandato, anche ad orizzonte presidenziale 2012. Non è un caso che il plateau di Saclay, parte del progetto metropolitano di una grande Parigi, si sia invitato alla tavola finanziaria dei commensali presidenziali. Sarkozy aveva diretto personalmente la Grande orchestra della Grande Parigi, creando ex-nihilo, un Super Metro (il Grande Otto) che collegherà i poli di ricerca e la zone economiche più promettenti dell’Ile-de-France. Non fa’ niente se i 12 milioni di franciliens (abitanti della regione parigina), i 10 milioni di banlieusards (abitanti delle banlieues) e i 3 milioni di pendolari non beneficeranno completamente di questo grande progetto. E’ per una grande causa e comunque per una grande metropoli. Il rischio è che, dopo la MasterCard pubblica delle prime due righe, si possa scadere nel gigantismo della pubblicità dei Pennelli Cinghiale, un grande pennello per una grande pennellata politica.
Se col Grand Emprunt e col Grand Paris Nicolas Sarkozy si ritrova imprigionato nella dinamica del gigantismo, gli avversari politici lo aiutano. Per François Hollande il Grand Emprunt diventerà una Grande Tassa. Ma Super Sarkozy tira dritto. Vuole un grande prestito per stimolare un’iper-crescita (parola di deputato UMP).  Il tutto si aggiunge alla tradizionale Grandeur française, che, col Grande Prestito , vuole creare le migliori università del mondo ( non necessariamente le più grandi, il piccolo in questo caso è criterio di selettività). In conferenza stampa Sarkozy lo ripete 4 volte in 5 minuti, se qualcuno non avesse capito l’ampiezza dei progetti presidenziali…  Poi c’è la ricerca, poi le infrastrutture, poi l’economia della conoscenza, la banda larga e la “numerizzazione” del patrimonio cinematografico e degli archivi francesi…
“Grande” è quindi la parola magica di questa fine d’anno pre-regional elettorale. “Sei grande grande grande, sei grande solamente tu..”. Nonostante la statura, forse lo si puo’ dire a Nicolas Sarkozy.
Quando Sarkozy parla, sembrerebbe poter trasformar in oro, e di conseguenza in cospicui finanziamenti, alcuni progetti nel suo campo d’azione politica. Riflettiamo pero’ bene sulla realtà di questo Grande Prestito. Non dimentichiamo che le cinque priorità presidenziali ( e marginalmente anche del Primo Ministro François Fillon ) sono in gran parte già iscritte nei contratti Stato-Regione che organizzano le relazioni stato-enti locali da ormai 25 anni. Non illudiamoci dunque. Gli attesi 60 miliardi, saranno si’ disponibili, ma concorreranno, in parte, a rimpinguare i fondi di priorità da tanto tempo trascurate.
Al di là di tutto cio’, applaudiamo al fatto che Sarkozy si posiziona al di fuori dell’urgenza dei piani di rilancio. « Se non ci fosse stata la crisi, il grande prestito ci sarebbe stato comunque ». Gli investimenti che faremo oggi, saranno i frutti di domani. Bisogna esserci all’appuntamento col futuro, voilà la nuova forma dell’identità presidenziale, e forse anche  francese. E facciamo, in fine, due conti: 60 miliardi di Grande Prestito, 38 miliardi di piani di rilancio (2009 e 2010). Quasi 100 miliardi all’appello, i conti tornano. E cifra tonda.Il Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ?

FRANCE SARKOZYIl Segretario Generale ne aveva proposti 100. Non c’è limite alla spesa pubblica francese, per tutto il resto, c’è Sarkozy. Se il Segretario propone cifra tonda a due zeri, che per motivi di comunicazione è chiara e allettante, i vertici (uno di destra e uno di sinistra) della Commissione preposta al “Grande Prestito” ne propongono 50. I ministri dell’Economia a Bercy tirano il cordone. La Commissione europea storce il naso. Lui ne mette sulla tavola 35. Pubblici. Lui è Sarkozy. Ma spera che, tra investimenti privati, locali ed europei, si arrivi a 60. Sessanta  miliardi di euro, non stiamo giocando con i numeri di una tombola. 60 miliardi, un mezzo punto di PIL. Ma qual è la vera portata del “Grand Emprunt” francese, il Grande Prestito annunciato dal Presidente della Repubblica in conferenza stampa ? Leggi il resto »

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09 dic
Temi/domande per il paper Italia-India
Qual è il settore di cui ti occupi?
In che modo sei entrato in contatto con la realtà dell’altro paese? Qual è il peso e il ruolo che l’esperienza italiana/indiana ha avuto sulla tua esperienza professionale?
Sto per finire il corso di laurea specialistica in Marketing Management, dopo una triennale in Economia Aziendale. Un giorno mi piacerebbe avere un’impresa tutta mia, non tanto per un’attrazione per il potere, quanto per una consapevole volontà di misurarmi in prima persona, rischiando con il mio capitale e per generare posti di lavoro per gli altri, e non solo per me stesso.
Per queste ragioni, pensavo che un’esperienza di scambio universitario fosse indispensabile.
Sembra che il mondo accademico stia guardando con molto interesse alle esperienze di studio nei paesi emergenti; esse infatti aggiungono valore non solo dal punto di vista puramente accademico, ma anche sotto il profilo educativo in senso esteso, poiché offrono agli studenti l’opportunità di accrescere la propria consapevolezza di luoghi e persone di cui molto si parla, ma di cui poco si conosce.
Ho scelto l’India perché è una terra che mi affascina sin da bambino, quando leggevo i racconti di Kipling e Salgari (quest’ultimo non ci è nemmeno mai stato) e si è riconquistata i miei interessi alcuni anni or sono, quando ho scoperto che gran parte dei call center di tutto il mondo sono lì, perché il costo del lavoro è più basso, si parla inglese, e i centralinisti vengono istruiti a rispondere con lo stesso accento inglese o americano che sia, del cliente che li chiama. A differenza della Cina, il Subcontinente è meno inflazionato, più ignoto, e desta sempre molta curiosità nelle conversazioni informali, così come nei colloqui di selezione aziendali; non c’è manager che non sia rimasto colpito da questa insolita scelta per la meta dell’Exchange Program.
È stata un’esperienza rilevante pur non avendo ancora avuto un impatto concreto sulla mia vocazione professionale; un’avventura che mi ha messo alla prova combinando il fattore della prolungata lontananza da casa con quello delle condizioni igieniche, ambientali e soprattutto culturali, diverse dalle nostre. Per ora c’è solo un forte desiderio di tornarci: qualsiasi realtà economica internazionale, non può escludere l’India dal proprio territorio d’azione.
In che modo nella tua esperienza sei entrato in contatto con gli stereotipi legati all’immagine del tuo paese? Quanto invece hai incontrato degli ambienti davvero “globali”?
Quando rispondevo: «Italy» a chi mi chiedeva la mia provenienza, il volto degli indiani si illuminava. Nella maggior parte dei casi rispondono:«Sonia Gandhi is Italian!». Già, peccato che la Madam, come la chiamano, non lo parli quasi più l’italiano, e che le sue origini tricolori siano la causa di rinuncia alla carica di Primo Ministro, in favore dell’economista Manmohan Singh. Questo gesto nobile ne ha accresciuto la popolarità, elevandone la statura morale al pari di una pseudo-divinità e ha contribuito al recente trionfo politico del maggio scorso, nell’ambito del più grande processo di elezioni democratiche al mondo, dal momento che coinvolge più di 715 milioni di votanti, quanti l’Unione Europea e gli Stati Uniti messi assieme. Forse anche la percezione nei nostri confronti ne ha giovato. L’Italia è poi connessa al nostro sport nazionale, e non bisogna stupirsi se nei villaggi più sperduti, i bambini pronuncino con il tipico accento hinglish (a metà tra Hindi e Inglese) il nome del campione “Totti”. In gran parte per loro noi siamo “Europe”, non ti chiedono come si vive in Italia, ma come si sta in Europa.
Il Belpaese è percepito come culla del cultura, l’upper class ci ammira e non perde occasione di frequentare il Centro di Cultura Italiana presso l’ambasciata di Delhi. Una sera, durante una festa nell’incantevole giardino della nostra sede diplomatica mi ha impressionato l’incontro con una donna indiana, che indossava un meraviglioso sari tradizionale e parlava correntemente la nostra lingua.
Il concetto di globalità è assai meno sviluppato, esiste il concetto di “expat”, l’espatriato che vive in India per lavoro, di solito per un periodo temporaneo che si estende al massimo per tre anni, e sempre con la prospettiva di rientro in Italia. Ci sono serate “expats” nei locali in cui gli indiani sono solo una nobile e selezionatissima minoranza, pare che inoltre essi risiedano tutti nella stessa zona a Delhi, vicino alle rispettive ambasciate.
Effettua una comparazione tra i sistemi universitari dei due paesi sulla base della tua esperienza (preparazione, qualità docenti, ambiente, colleghi, opportunità, innovazione, legami con l’esterno e rapporti col mondo del lavoro)
Il Management Development Institute (MDI) di Gurgaon, nella sviluppata e futuristica periferia di Delhi, è considerato una delle migliori business school indiane. Fortemente improntata all’internazionalizzazione ospita ogni anno un centinaio di studenti stranieri, un vasto numero considerando che ha meno di un migliaio di scolari complessivi e che ogni anno applicano in centinaia di migliaia di giovani da tutti gli stati della federazione. A frequentare l’MBA eravamo in circa trenta dall’Europa, i nostri coetanei indiani avevano un anno più di noi e tutti erano già passati dal mondo del lavoro per un’esperienza di internship. Medici, biologi, fisici, informatici e soprattutto tanti ingegneri, si iscrivono per avere la certezza di un posto di lavoro al top nelle multinazionali o nelle più prestigiose istituzioni finanziarie.
Le lezioni, tutte tenute nella lingua dell’Impero, avevano tuttavia un forte focus locale; gli stessi docenti pur avendo avuto nella totalità dei casi esperienze di ricerca e di lavoro negli Stati Uniti o in Europa, erano particolarmente inclini a valorizzare le peculiarità del Paese, citando casi spesso ignoti a noi stranieri ma di grande popolarità tra i compagni indiani. Questi ultimi sono molto attivi in aula, è un continuo alzarsi di mani, di risposte, di soluzioni proposte, di richieste di chiarimenti. Le sessioni hanno un contenuto di teoria pari a zero, sono tutte molto pragmatiche, si presuppone già la conoscenza delle basi. Soprattutto l’esperienza del campus, cioè della vita dentro l’università, lega indissolubilmente questi futuri leader, all’istituzione che li ha educati. Questa vive dei contributi degli ex alunni e continua a sostenerli con iniziative e proposte quali incubatori di imprese ed erogazione di servizi di consulenza e formazione executive, quando divengono manager e imprenditori.
Ma la cosa incredibile riguarda il fatto che sono le aziende che vengono a fare i colloqui di selezione in università e l’organizzazione è totalmente delegata ad un gruppo di studenti chiamato placement committee, che svolge nell’assoluta imparzialità tutte le operazioni di programmazione delle attività che si concludono con offerte a tempo indeterminato, per i più talentuosi. Anche le relazioni internazionali sono delegate totalmente ad associazioni studentesche.
Come vedi il discorso sull’India come gigante globale e sull’entusiasmo febbrile che anima oggi la società indiana? E’ davvero così o è una lettura parziale o distorta? Quali sono per te i problemi dell’India, i lati positivi, le cose da migliorare sotto il profilo sociopolitico ed economico? Che giudizio dai delle classi dirigenti indiane?
Più volte mi sono chiesto quanto il grande e lento “Elefante” abbia preso il sopravvento sull’agile e aggressiva “Tigre”. Quello che colpisce dell’India è l’enorme divario tra ricchezza e povertà. Di certo l’esperienza universitaria mi ha aiutato molto a conoscere dall’interno le problematiche e le dinamiche socio-economiche di questa terra affascinante; l’MDI è la fucina di gran parte della classe dirigente che spesso torna a tenere conferenze e incontri in università e ne influenza la vocazione allo sviluppo e al cambiamento che il mondo intero ha delegato al Subcontinente. Ho frequentato un corso di management delle banche e delle istituzioni finanziarie, e uno di marketing rurale, tenuti rispettivamente da un ex funzionario della Banca Centrale Indiana e da un ex manager e ora consulente di una multinazionale. Ho visitato i famosi call center, i back office delle compagnie assicurative americane, i villaggi in cui le multinazionali industriali si battagliano le quote di mercato proponendo a prezzi irrisori quantità unitarie di shampoo, caramelle, dentifricio. Credo che l’India abbia enormi potenziali di crescita, non solo perché è retrograda come l’Italia del dopoguerra negli anni ’50, ma perché è diffuso e si percepisce il grande desiderio di non tradire le aspettative che l’economia mondiale ha riposto in questo popolo umile, costantemente dominato e sottomesso dai poteri che nella storia si sono susseguiti, e che ora ha voglia di alzare la testa ed affermarsi come potenza economica. Viaggiando mi sono accorto che il lassismo del settore pubblico, l’entusiasmo patologico per il cricket a differenza del calcio, l’interesse per i pettegolezzi di Bollywood, le carenze infrastrutturali e l’esperienza diretta con la corruzione (ho dovuto dare la mazzetta ad un controllore sul treno, affinché mi permettesse di sedermi) mi hanno ricordato la mia terra. Le condizioni igieniche, l’inquinamento che avvolge Delhi e Mumbai da una nube perenne, sono componenti disastrose che escludono la superpotenza nucleare dal discorso sull’impatto ambientale in auge di questi tempi. I trasporti poi sono un altro punto debole, anche percorrere un breve tratto di strada diviene un impresa; riconosco che almeno sotto questo punto di vista ci si sta muovendo, la metropolitana di Delhi è tra le più all’avanguardia che io abbia mai visto e gli indiani sono molto veloci nel costruire. Nei quasi quattro mesi di permanenza ho visto un centro commerciale nascere, dalle fondamenta, all’inaugurazione. Impressionante!
domande specifiche per italiani
Come vedi il discorso sulla sottovalutazione dell’India come attore strategico per il sistema-Italia? Come pensi, nel caso tu condivida, si possa rimediare? Quanto contano secondo te il tema dei network e delle reti bilaterali tra stati, in particolare pensando al ruolo delle giovani generazioni nel costruire questi rapporti? Durante il tuo soggiorno hai avuto modo di trovare opportunità e contatti utili per la tua carriera?
Le politiche di visto non aiutano le interazioni tra i due Paesi, ricordo che un noto imprenditore e ambasciatore del Made in Italy, ebbe problemi nel rilascio del permesso per entrare in India, mentre si recava all’apertura di un punto vendita del suo marchio. So di per certo che per alcune imprese italiane si tratta di una nazione a priorità massima per le strategie di internazionalizzazione e che i rapporti bilaterali vengono sottoposti ad una costante tessitura a livello economico e diplomatico. I rikshaw sono motorette legate a carretti, tutte in gran parte prodotte dalla Piaggio, Mumbai è piena di 600 Fiat. Penso ai settori dei macchinari, della difesa, della moda e dei beni di lusso in cui il nostro Paese apporta un contributo essenziale. Ma dall’India abbiamo anche molto da imparare, riguardo alle nuove tecnologie, all’innovazione e alle potenzialità del mercato del lavoro.
Durante il mio soggiorno ho avuto modo di trovare un’opportunità nel settore della consulenza informatica ma lo scadere del visto e gli studi da completare mi hanno impedito di andare a fondo di questa possibilità. Il servizio placement dell’Università non mi aiuterebbe affatto, ma i rapporti con i professori, che sono rimasti buoni, probabilmente potrebbero rivelarsi ancora utili qualora decidessi di tornare per un’esperienza professionale
Pur nella diversità di dimensioni geo-demografiche, pensi esistano delle affinità tra Italia e India, in positivo (es. la creatività) e in negativo (es. scarsa efficienza della pubblica amministrazione, incapacità delle classi politiche etc) ? Quali sono invece secondo te le differenze più grandi?
È molto difficile azzardare dei paragoni tra due realtà tanto diverse, tuttavia ho trovato nel Subcontinente un background culturale che talvolta mi ricordava casa. Non mi riferisco solo alle profonde inefficienze burocratiche, alla rilevanza dell’economia sommersa e della corruzione e alla disastrosa situazione infrastrutturale, ma alle grandi capacità di adattamento del popolo indiano, e alla vocazione creativa che esso possiede indubbiamente. Questi aspetti di similarità rendono l’India più vivibile ai nostri connazionali e ancor più attraente sul profilo economico e politico.
La grande apertura di pensiero, tipiche delle democrazie più evolute, consentono un dibattito continuo tra le differenti correnti intellettuali e religiose; con l’eccezione di alcuni circoscritti ambiti geografici l’India dà l’impressione di essere un luogo estremamente sicuro, ove gli attentati di Mumbai vissuti nel periodo della mia permanenza, le tensioni del conflitto con l’altra superpotenza nucleare, il Pakistan, e persino le persecuzioni dei cristiani in Orissa, sembravano degli eventi edulcorati dai mezzi di comunicazione di massa occidentali.
Le differenze sono innumerevoli, l’influenza dei diversi dominanti ha schiacciato il Paese in una cornice di sottomissione assoluta, di infinita umiltà, di una condizione di inferiorità impressionante sul piano sociale, economico e culturale rispetto al grande Occidente che detta legge a livello geopolitico. Ma gli indiani non sono affatto un popolo di incantatori di serpenti da sfruttare senza pietà, la loro religione ha radici millenarie e li rende inattaccabili soprattutto quando li si affronta mettendo in discussione gli aspetti relativi alla vita terrena. È una sfida dagli esiti incerti, ma sarà estremamente affascinante vedere se la Tigre, tornerà a dominare sul lento Elefante

mdi gurgaonConcludiamo il nostro speciale sulle trasformazioni dell’India contemporanea realizzato attraverso le testimonianze di alcuni giovani talenti italiani con alle spalle percorsi di studio/lavoro nella nazione asiatica. Oggi è la volta di Paolo Rainone, che analizza in particolare il funzionamento del sistema universitario di eccellenza indiano, con riferimento al modello del Management Development Institute di Gurgaon. Buona lettura. Leggi il resto »

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05 dic
Sono un ex-studente dell’Università Bocconi, dove ho frequentato il corso di laurea triennale in International Economics and Management e quello magistrale in Marketing Management. Da pochi mesi lavoro presso McKinsey & Company.
Nel corso della mia carriera universitaria ho avuto modo di sperimentare l’atmosfera dell’università USA con uno scambio presso la University of North Carolina at Chapel Hill. Durante gli studi specialistici ho invece deciso di recarmi in India, all’Indian Institute of Management – Ahmedabad
In positivo e in negativo l’India si è dimostrata molto lontana dalle mie aspettative.
Fin dai primi istanti, a Delhi, sono stati il caos, la povertà e la sporcizia a colpirmi.
A Delhi, e ancor di più nel resto del paese (perlomeno nei luoghi che ho visitato), si è immersi nella reale situazione dell’India, così diversa dalle generalizzazioni, in positivo e in negativo, che troviamo su libri e giornali. Tutto mi è apparso come coperto da una polverosa Indianità, anche ciò che sembra familiare, le catene di fast-food, i centri commerciali.
Molto spesso da fuori notiamo solo le realtà che squarciano questo strato di polvere, non vedendo quindi l’India vera, ma i caratteri che più ci assomigliano o che sono più facili da rappresentare. In realtà non si trovano spesso i proverbiali contrasti tra grattacieli e baraccopoli, che sono tipici di Mumbai e che implicano l’esistenza di isole di Occidente in cui superare il culture shock iniziale.
Allo stesso modo, Bangalore e i centri dell’high-tech sono solo una briciola della realtà, eppure sembra quasi che per molti l’India debba diventare una sterminata landa di fornitori di servizi in outsourcing alle dipendenze dei giganti dell’economia mondiale. Questa visione è assolutamente distorta e riduttiva. La sfida per il futuro non sta nell’essere la più veloce in termini di crescita del PIL, ma di migliorare la propria situazione in maniera organica, tentando di non lasciare indietro settori troppo ampi della popolazione. Le aziende hanno a disposizione un mercato interno formidabile, con un potenziale forse ancora maggiore di quello cinese. Per vincere la partita non esiste però una strada certa da seguire, nessuno ha mai dovuto affrontare un compito così arduo. Tentare di descrivere (o di “misurare”) l’India di oggi e del futuro inquadrandola in uno dei nostri modelli è semplicemente sbagliato.
Purtroppo, ho potuto notare come la percezione occidentale del presente e del futuro dell’India sia spesso distante dalla realtà delle cose. Per citare un caso esemplificativo delle opinioni parziali che ci formiamo guardando l’India dall’esterno attingo alla mia esperienza universitaria, analizzando in particolare la reputazione di due delle più importanti business school indiane, IIM-Ahmedabad e Indian Business School – Hyderabad.
L’IIM-A, da decenni, molto prima della recente infatuazione dell’Occidente con le potenzialità di business in India e Cina, sforna la classe dirigente dell’economia indiana, è la business school più selettiva del mondo e di gran lunga la più rispettata ed ammirata dagli indiani. Ricordo gli occhi sgranati di una ragazza indiana che vive tra le nostre eccellenze (laureata a Cambridge, lavora in McKinsey a Londra) nell’apprendere che avevo studiato all’IIM-A e la storia di una conoscente indiana che, respinta ad Ahmedabad, trovò facilmente posto in un’università dell’Ivy League negli Stati Uniti. Il campus si trova nel Gujarat, uno degli stati più ricchi (grazie alla lavorazione dei diamanti più che alla tecnologia), ma anche più tormentati dalle lotte tra estremismi religiosi.
La ISB-Hyderabad è invece quella che il Financial Times colloca al quindicesimo posto al mondo (l’IIM-A non è presente in classifica, e non è nemmeno considerato un MBA secondo gli standard), punta di diamante del distretto meridionale della tecnologia e dei servizi, incardinato su Bangalore e, appunto, Hyderabad. Per quanto sia una scuola assolutamente eccellente, è curioso come all’estero sia l’unica degna di nota, mentre all’interno dell’India non sia nemmeno considerata la migliore.
Ritengo che questo tipo di differenza tra la visione di noi occidentali e quella degli indiani sia l’esempio di una discrepanza più ampia tra la realtà dell’India e ciò che noi percepiamo. Non è a mio avviso un segnale positivo il fatto che per guadagnarsi l’attenzione del mondo l’India debba seguire pedissequamente i nostri modelli.
In campo universitario il rischio potrebbe essere che le migliori scuole indiane tentino di adeguarsi ai parametri delle nostre “classifiche”, per attirare sempre più studenti, docenti e apprezzamenti stranieri, ma che facendolo perdano le proprie peculiarità a livello di rigore quantitativo, di senso di appartenenza, di guida per il sistema indiano.
L’approccio di scuole come l’IIM-A, mutuato inizialmente dagli USA, ma riadattato e indianizzato, è diverso da ciò a cui siamo abituati, ma è molto valido. Evolversi, incorporando alcuni elementi nuovi (afflusso di studenti stranieri, attenzione all’imprenditorialità), è utile e già si sta facendo. Snaturarsi per apparire nei rankings significherebbe scimmiottare un modello che non ha certo dimostrato di essere infallibile.
Nella vita quotidiana ho potuto vedere negli indiani, anche in mezzo alla miseria, ottimismo, gioia e speranza. Tutto ciò non viene trasmesso solo a parole, a gesti o a sorrisi, ma si può quasi respirare, nella stessa maniera in cui si può respirare in Italia un’aria pesante, cupa e disillusa. Tale atmosfera non è certo esclusiva dell’India, l’ho sperimentata in Marocco con ancora più forza, perché non vi erano gli stessi picchi di povertà e degrado, anche se in India tutto è su scala molto maggiore.
Il trattamento riservato ai giovani nel mondo del business è stato un altro degli aspetti positivi della mia esperienza. Mi sono reso conto che, ancor più che negli Stati Uniti, si può essere apprezzati per le proprie capacità, senza che l’età diventi un handicap. Nonostante il caos, l’immobilismo e la burocrazia, un giovane con del potenziale ha l’opportunità di veder riconosciuto il proprio valore, da subito. Pensare di tornare in Italia e rimettersi in coda dietro a persone di minor talento per attendere il “proprio turno” è stato indubbiamente scoraggiante. Perché un giovane indiano “eccellente” dovrebbe spostarsi da una situazione così ricca di opportunità ad una stagnante come quella italiana, se non, in alcuni casi, per sfuggire alla miseria? Non riesco a trovare molte ragioni, a parte la possibilità di catapultarsi subito nel mondo occidentale (per chi lo desidera) e il fascino che il nostro paese esercita ovunque nel mondo. Il panorama è abbastanza desolante.
Ho potuto poi rilevare la presenza di un’affinità personale tra indiani ed italiani difficile da descrivere e da raccontare e di una somiglianza, pur su scala diversa, tra le sfide dello sviluppo italiano in passato e quelle dello sviluppo indiano oggi. Ricordo, a un’importante conferenza organizzata all’IIM-A, un manager indiano, particolarmente provocatorio, citare il caso italiano per dimostrare che è possibile di prosperare nonostante un gigantesco mercato nero.
Assieme alle urla “Italia! Sonia Gandhi!” di giovani e vecchi sorridenti sulle strade in ogni angolo dell’India, è stato l’unico riferimento (quasi) lusinghiero all’Italia che ho sentito. Non è particolarmente incoraggiante. Per il resto, come in molti altri contesti e luoghi, possiamo cercare piccoli segnali positivi da amplificare oltremisura (la popolarità della nostra moda, ad esempio), ma dovremmo forse renderci conto della nostra incipiente irrilevanza.
Credo che individui italiani possano da subito costruire rapporti e carriere solidi in India, apportando grande valore. Non sono sicuro che il sistema Italia abbia la forza e la distintività per creare un legame speciale. Sarebbe importante, nel mondo del business, fornire sostegno ad attività davvero imprenditoriali, capaci di cogliere appieno il potenziale del rapporto tra Italia e India e non interessate soltanto ai costi ridotti della manodopera.
Per riuscire, il primo passo è capirsi vicendevolmente, andando oltre la superficie. Mi auguro che questo paper e le nostre testimonianze possano contribuire.

indiaContinua il nostro speciale dedicato all’India contemporanea, attraverso le testimonianze di alcuni giovani talenti italiani che hanno trascorso soggiorni di studio o di lavoro nella nazione asiatica. Oggi ci racconta la sua esperienza Gianluca Fontana, giovane consulente presso Mc Kinsey&Company, che si sofferma in particolare sul mondo delle top-universities indiane. Un’altro approfondimento da non perdere. Buona lettura.

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