Temi/domande per il paper Italia-India
Qual è il settore di cui ti occupi?
In che modo sei entrato in contatto con la realtà dell’altro paese? Qual è il peso e il ruolo che l’esperienza italiana/indiana ha avuto sulla tua esperienza professionale?
Sto per finire il corso di laurea specialistica in Marketing Management, dopo una triennale in Economia Aziendale. Un giorno mi piacerebbe avere un’impresa tutta mia, non tanto per un’attrazione per il potere, quanto per una consapevole volontà di misurarmi in prima persona, rischiando con il mio capitale e per generare posti di lavoro per gli altri, e non solo per me stesso.
Per queste ragioni, pensavo che un’esperienza di scambio universitario fosse indispensabile.
Sembra che il mondo accademico stia guardando con molto interesse alle esperienze di studio nei paesi emergenti; esse infatti aggiungono valore non solo dal punto di vista puramente accademico, ma anche sotto il profilo educativo in senso esteso, poiché offrono agli studenti l’opportunità di accrescere la propria consapevolezza di luoghi e persone di cui molto si parla, ma di cui poco si conosce.
Ho scelto l’India perché è una terra che mi affascina sin da bambino, quando leggevo i racconti di Kipling e Salgari (quest’ultimo non ci è nemmeno mai stato) e si è riconquistata i miei interessi alcuni anni or sono, quando ho scoperto che gran parte dei call center di tutto il mondo sono lì, perché il costo del lavoro è più basso, si parla inglese, e i centralinisti vengono istruiti a rispondere con lo stesso accento inglese o americano che sia, del cliente che li chiama. A differenza della Cina, il Subcontinente è meno inflazionato, più ignoto, e desta sempre molta curiosità nelle conversazioni informali, così come nei colloqui di selezione aziendali; non c’è manager che non sia rimasto colpito da questa insolita scelta per la meta dell’Exchange Program.
È stata un’esperienza rilevante pur non avendo ancora avuto un impatto concreto sulla mia vocazione professionale; un’avventura che mi ha messo alla prova combinando il fattore della prolungata lontananza da casa con quello delle condizioni igieniche, ambientali e soprattutto culturali, diverse dalle nostre. Per ora c’è solo un forte desiderio di tornarci: qualsiasi realtà economica internazionale, non può escludere l’India dal proprio territorio d’azione.
In che modo nella tua esperienza sei entrato in contatto con gli stereotipi legati all’immagine del tuo paese? Quanto invece hai incontrato degli ambienti davvero “globali”?
Quando rispondevo: «Italy» a chi mi chiedeva la mia provenienza, il volto degli indiani si illuminava. Nella maggior parte dei casi rispondono:«Sonia Gandhi is Italian!». Già, peccato che la Madam, come la chiamano, non lo parli quasi più l’italiano, e che le sue origini tricolori siano la causa di rinuncia alla carica di Primo Ministro, in favore dell’economista Manmohan Singh. Questo gesto nobile ne ha accresciuto la popolarità, elevandone la statura morale al pari di una pseudo-divinità e ha contribuito al recente trionfo politico del maggio scorso, nell’ambito del più grande processo di elezioni democratiche al mondo, dal momento che coinvolge più di 715 milioni di votanti, quanti l’Unione Europea e gli Stati Uniti messi assieme. Forse anche la percezione nei nostri confronti ne ha giovato. L’Italia è poi connessa al nostro sport nazionale, e non bisogna stupirsi se nei villaggi più sperduti, i bambini pronuncino con il tipico accento hinglish (a metà tra Hindi e Inglese) il nome del campione “Totti”. In gran parte per loro noi siamo “Europe”, non ti chiedono come si vive in Italia, ma come si sta in Europa.
Il Belpaese è percepito come culla del cultura, l’upper class ci ammira e non perde occasione di frequentare il Centro di Cultura Italiana presso l’ambasciata di Delhi. Una sera, durante una festa nell’incantevole giardino della nostra sede diplomatica mi ha impressionato l’incontro con una donna indiana, che indossava un meraviglioso sari tradizionale e parlava correntemente la nostra lingua.
Il concetto di globalità è assai meno sviluppato, esiste il concetto di “expat”, l’espatriato che vive in India per lavoro, di solito per un periodo temporaneo che si estende al massimo per tre anni, e sempre con la prospettiva di rientro in Italia. Ci sono serate “expats” nei locali in cui gli indiani sono solo una nobile e selezionatissima minoranza, pare che inoltre essi risiedano tutti nella stessa zona a Delhi, vicino alle rispettive ambasciate.
Effettua una comparazione tra i sistemi universitari dei due paesi sulla base della tua esperienza (preparazione, qualità docenti, ambiente, colleghi, opportunità, innovazione, legami con l’esterno e rapporti col mondo del lavoro)
Il Management Development Institute (MDI) di Gurgaon, nella sviluppata e futuristica periferia di Delhi, è considerato una delle migliori business school indiane. Fortemente improntata all’internazionalizzazione ospita ogni anno un centinaio di studenti stranieri, un vasto numero considerando che ha meno di un migliaio di scolari complessivi e che ogni anno applicano in centinaia di migliaia di giovani da tutti gli stati della federazione. A frequentare l’MBA eravamo in circa trenta dall’Europa, i nostri coetanei indiani avevano un anno più di noi e tutti erano già passati dal mondo del lavoro per un’esperienza di internship. Medici, biologi, fisici, informatici e soprattutto tanti ingegneri, si iscrivono per avere la certezza di un posto di lavoro al top nelle multinazionali o nelle più prestigiose istituzioni finanziarie.
Le lezioni, tutte tenute nella lingua dell’Impero, avevano tuttavia un forte focus locale; gli stessi docenti pur avendo avuto nella totalità dei casi esperienze di ricerca e di lavoro negli Stati Uniti o in Europa, erano particolarmente inclini a valorizzare le peculiarità del Paese, citando casi spesso ignoti a noi stranieri ma di grande popolarità tra i compagni indiani. Questi ultimi sono molto attivi in aula, è un continuo alzarsi di mani, di risposte, di soluzioni proposte, di richieste di chiarimenti. Le sessioni hanno un contenuto di teoria pari a zero, sono tutte molto pragmatiche, si presuppone già la conoscenza delle basi. Soprattutto l’esperienza del campus, cioè della vita dentro l’università, lega indissolubilmente questi futuri leader, all’istituzione che li ha educati. Questa vive dei contributi degli ex alunni e continua a sostenerli con iniziative e proposte quali incubatori di imprese ed erogazione di servizi di consulenza e formazione executive, quando divengono manager e imprenditori.
Ma la cosa incredibile riguarda il fatto che sono le aziende che vengono a fare i colloqui di selezione in università e l’organizzazione è totalmente delegata ad un gruppo di studenti chiamato placement committee, che svolge nell’assoluta imparzialità tutte le operazioni di programmazione delle attività che si concludono con offerte a tempo indeterminato, per i più talentuosi. Anche le relazioni internazionali sono delegate totalmente ad associazioni studentesche.
Come vedi il discorso sull’India come gigante globale e sull’entusiasmo febbrile che anima oggi la società indiana? E’ davvero così o è una lettura parziale o distorta? Quali sono per te i problemi dell’India, i lati positivi, le cose da migliorare sotto il profilo sociopolitico ed economico? Che giudizio dai delle classi dirigenti indiane?
Più volte mi sono chiesto quanto il grande e lento “Elefante” abbia preso il sopravvento sull’agile e aggressiva “Tigre”. Quello che colpisce dell’India è l’enorme divario tra ricchezza e povertà. Di certo l’esperienza universitaria mi ha aiutato molto a conoscere dall’interno le problematiche e le dinamiche socio-economiche di questa terra affascinante; l’MDI è la fucina di gran parte della classe dirigente che spesso torna a tenere conferenze e incontri in università e ne influenza la vocazione allo sviluppo e al cambiamento che il mondo intero ha delegato al Subcontinente. Ho frequentato un corso di management delle banche e delle istituzioni finanziarie, e uno di marketing rurale, tenuti rispettivamente da un ex funzionario della Banca Centrale Indiana e da un ex manager e ora consulente di una multinazionale. Ho visitato i famosi call center, i back office delle compagnie assicurative americane, i villaggi in cui le multinazionali industriali si battagliano le quote di mercato proponendo a prezzi irrisori quantità unitarie di shampoo, caramelle, dentifricio. Credo che l’India abbia enormi potenziali di crescita, non solo perché è retrograda come l’Italia del dopoguerra negli anni ’50, ma perché è diffuso e si percepisce il grande desiderio di non tradire le aspettative che l’economia mondiale ha riposto in questo popolo umile, costantemente dominato e sottomesso dai poteri che nella storia si sono susseguiti, e che ora ha voglia di alzare la testa ed affermarsi come potenza economica. Viaggiando mi sono accorto che il lassismo del settore pubblico, l’entusiasmo patologico per il cricket a differenza del calcio, l’interesse per i pettegolezzi di Bollywood, le carenze infrastrutturali e l’esperienza diretta con la corruzione (ho dovuto dare la mazzetta ad un controllore sul treno, affinché mi permettesse di sedermi) mi hanno ricordato la mia terra. Le condizioni igieniche, l’inquinamento che avvolge Delhi e Mumbai da una nube perenne, sono componenti disastrose che escludono la superpotenza nucleare dal discorso sull’impatto ambientale in auge di questi tempi. I trasporti poi sono un altro punto debole, anche percorrere un breve tratto di strada diviene un impresa; riconosco che almeno sotto questo punto di vista ci si sta muovendo, la metropolitana di Delhi è tra le più all’avanguardia che io abbia mai visto e gli indiani sono molto veloci nel costruire. Nei quasi quattro mesi di permanenza ho visto un centro commerciale nascere, dalle fondamenta, all’inaugurazione. Impressionante!
domande specifiche per italiani
Come vedi il discorso sulla sottovalutazione dell’India come attore strategico per il sistema-Italia? Come pensi, nel caso tu condivida, si possa rimediare? Quanto contano secondo te il tema dei network e delle reti bilaterali tra stati, in particolare pensando al ruolo delle giovani generazioni nel costruire questi rapporti? Durante il tuo soggiorno hai avuto modo di trovare opportunità e contatti utili per la tua carriera?
Le politiche di visto non aiutano le interazioni tra i due Paesi, ricordo che un noto imprenditore e ambasciatore del Made in Italy, ebbe problemi nel rilascio del permesso per entrare in India, mentre si recava all’apertura di un punto vendita del suo marchio. So di per certo che per alcune imprese italiane si tratta di una nazione a priorità massima per le strategie di internazionalizzazione e che i rapporti bilaterali vengono sottoposti ad una costante tessitura a livello economico e diplomatico. I rikshaw sono motorette legate a carretti, tutte in gran parte prodotte dalla Piaggio, Mumbai è piena di 600 Fiat. Penso ai settori dei macchinari, della difesa, della moda e dei beni di lusso in cui il nostro Paese apporta un contributo essenziale. Ma dall’India abbiamo anche molto da imparare, riguardo alle nuove tecnologie, all’innovazione e alle potenzialità del mercato del lavoro.
Durante il mio soggiorno ho avuto modo di trovare un’opportunità nel settore della consulenza informatica ma lo scadere del visto e gli studi da completare mi hanno impedito di andare a fondo di questa possibilità. Il servizio placement dell’Università non mi aiuterebbe affatto, ma i rapporti con i professori, che sono rimasti buoni, probabilmente potrebbero rivelarsi ancora utili qualora decidessi di tornare per un’esperienza professionale
Pur nella diversità di dimensioni geo-demografiche, pensi esistano delle affinità tra Italia e India, in positivo (es. la creatività) e in negativo (es. scarsa efficienza della pubblica amministrazione, incapacità delle classi politiche etc) ? Quali sono invece secondo te le differenze più grandi?
È molto difficile azzardare dei paragoni tra due realtà tanto diverse, tuttavia ho trovato nel Subcontinente un background culturale che talvolta mi ricordava casa. Non mi riferisco solo alle profonde inefficienze burocratiche, alla rilevanza dell’economia sommersa e della corruzione e alla disastrosa situazione infrastrutturale, ma alle grandi capacità di adattamento del popolo indiano, e alla vocazione creativa che esso possiede indubbiamente. Questi aspetti di similarità rendono l’India più vivibile ai nostri connazionali e ancor più attraente sul profilo economico e politico.
La grande apertura di pensiero, tipiche delle democrazie più evolute, consentono un dibattito continuo tra le differenti correnti intellettuali e religiose; con l’eccezione di alcuni circoscritti ambiti geografici l’India dà l’impressione di essere un luogo estremamente sicuro, ove gli attentati di Mumbai vissuti nel periodo della mia permanenza, le tensioni del conflitto con l’altra superpotenza nucleare, il Pakistan, e persino le persecuzioni dei cristiani in Orissa, sembravano degli eventi edulcorati dai mezzi di comunicazione di massa occidentali.
Le differenze sono innumerevoli, l’influenza dei diversi dominanti ha schiacciato il Paese in una cornice di sottomissione assoluta, di infinita umiltà, di una condizione di inferiorità impressionante sul piano sociale, economico e culturale rispetto al grande Occidente che detta legge a livello geopolitico. Ma gli indiani non sono affatto un popolo di incantatori di serpenti da sfruttare senza pietà, la loro religione ha radici millenarie e li rende inattaccabili soprattutto quando li si affronta mettendo in discussione gli aspetti relativi alla vita terrena. È una sfida dagli esiti incerti, ma sarà estremamente affascinante vedere se la Tigre, tornerà a dominare sul lento Elefante
Concludiamo il nostro speciale sulle trasformazioni dell’India contemporanea realizzato attraverso le testimonianze di alcuni giovani talenti italiani con alle spalle percorsi di studio/lavoro nella nazione asiatica. Oggi è la volta di Paolo Rainone, che analizza in particolare il funzionamento del sistema universitario di eccellenza indiano, con riferimento al modello del Management Development Institute di Gurgaon. Buona lettura. Leggi il resto »