Master Affari Politicin
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12 nov
Accade ora a Washington: la riforma sanitaria – Washington è in grande movimento in questo periodo. Obama e i democratici hanno messo sul tavolo delle riforme molto importanti e c’è una reale volontà di fare la differenza, nella consapevolezza che i risultati veri si portano a casa nei primi due anni della legislatura. C’è molto dibattito su vari temi, di cui solo uno in realtà è quello noto in Europa, ovvero la riforma sanitaria. Oggi negli Stati Uniti un diritto fondamentale come la salute è negato a circa 47 milioni di persone, ovvero il numero di quelli senza assicurazione sanitaria. Proprio nei giorni della mia permanenza a Washington i democratici hanno avanzato una proposta considerata molto a sinistra, la cosiddetta “public option”, cioè un sistema di sicurezza che garantisce in ogni caso un intervento statale per l’assicurazione dell’individuo. E’ una proposta che ha causato dissidi anche all’interno degli stessi democratici, soprattutto da parte dei “centristi”. Si tratterebbe infatti di un cambiamento radicale nel rapporto tra stato e individuo, considerando che nell’ottica americana il fatto di dover spendere più soldi pubblici per assicurare la tutela ad altri, cosa che magari per noi europei può sembrare scontata, è un cambiamento molto forte e capace di scatenare un acceso dibattito.
La net neutrality – In realtà, come dicevo, l’attenzione in questo momento a Washington è anche su altri temi che in Italia e in Europa sono totalmente oscurati. Penso ad esempio al dibattito attorno a quella che viene definita “net neutrality”, ovvero la neutralità della rete. Quello di assicurare che nella rete non vengano effettuate delle discriminazioni è uno degli impegni presi da Obama in campagna elettorale, aspetto che però va equilibrato con la possibilità per gli operatori di continuare a sfruttare il potenziale di crescita sia tecnologico che economico della rete stessa. Questo però può portare i democratici (ed infatti sono in corso delle audizioni prima di passare alla fase legislativa vera e propria) a porre dei vincoli molto stretti nelle offerte che gli operatori possono fare sulla rete per quanto riguarda i prodotti. Mi spiego con un esempio. Se in una casa allo stesso momento si sta utilizzando il digitale, si sta accedendo a internet da un computer, si sta guardando la tv.. se l’operatore non può far scegliere al consumatore un ordine di priorità questo insieme di servizi offerti senza discriminazione, cioè senza un ordine di priorità, è di bassissima qualità e non c’è la possibilità di sfruttare questo potenziale. E’ chiaro che un’operatore può scegliere sulla televisione digitale di offrire certi prodotti e non altri, e quindi dal punto di vista del consumatore ci potrebbe essere una sorta di discriminazione perché ad esempio se scelgo AT&T ho solo quei prodotti. E’ un discorso particolarmente complesso, perché da una parte c’è l’esigenza di Obama di portare più democrazia nella rete, dall’altra c’è il rischio di bloccare delle evoluzioni tecnologiche. L’altra questione legata alla “net neutrality” è la possibilità di avere un controllo meno esteso da parte degli operatori sulla diffusione dei virus. Più si estende il concetto di neutralità, meno ovviamente l’operatore può avere un rapporto diretto e anche un controllo nell’utilizzo della rete da parte del singolo individuo. Da una parte la sicurezza di essere controllati meno (la questione della protezione dei dati personali), dall’altra anche di avere minori opportunità. Insomma, un dibattito ancora tutto da definire sull’impatto sociale e politico delle nuove tecnologie, che purtroppo ancora purtroppo non trova spazio in Europa e in Italia.
L’immigrazione – Se Obama riuscirà in tempi brevi a chiudere la partita della sanità, l’altro tema su cui i democratici stanno lavorando molto è una riforma della legge sull’immigrazione. Questo è un impegno forte preso da Obama nella sua campagna elettorale, che non viene ancora sollevato dai suoi sostenitori perché capiscono tutti, anche i militanti di base, che non si può correre il rischio di appesantire il dibattito sulla sanità con quello sull’immigrazione. In questo modo infatti rischiano di esplodere entrambe le questioni. Chiuso il dibattito sulla sanità ci sarà quindi molto probabilmente una proposta di sull’immigrazione. Cosa prevederà questa proposta? Partiamo da un dato, oggi ci sono circa dodici milioni di immigrati clandestini negli Stati Uniti (http://www.brookings.edu/~/media/Files/rc/papers/2009/07_immigration_policy_galston/07_immigration_policy_galston.pdf). Probabilmente il primo passo sarà dunque una regolarizzazione di questi dodici milioni di persone che lavorano e che sono già inserite nel mercato del lavoro americano. La riforma potrà prevedere eventualmente una modifica del sistema dei visti temporanei, che oggi durano cinque anni e che possono venire rinnovati, con un controllo maggiore su quanti rimangono negli Stati Uniti a visto scaduto. Infine, una revisione della politica delle frontiere. Su questo punto è interessante notare come in quel deserto che c’è tra Stati Uniti e Messico la strategia che si sta sviluppando è quella di creare sempre più centri urbani, creando un’urbanizzazione selettiva sulla frontiera. Il fatto da notare è che il fattore che spinge Obama a fare questa riforma sull’immigrazione è anche strettamente legato alla sua rielezione. Obama è stato il primo ad avere il 50% del voto dei latinos, e alcuni analisti in casa democratica sono convinti che se riuscisse a fare una riforma di questo genere si potrebbe assicurare anche il voto di quattro stati attualmente a maggioranza repubblicana, tra cui il Texas, anche perché i repubblicani sono spaccati tra una destra sempre più radicale e xenofoba contraria all’immigrazione, e un centro che appare sempre più in difficoltà.
L’Europa vista da Washington – Dal punto di vista di  Washington l’Europa è sì importante, ma in questo momento l’attenzione prioritaria è per la Cina. E’ evidente che in prospettiva americana il G20 è il G2, chi conta sono i cinesi, chi è guardato con interesse sono gli indiani e i brasiliani, e questi europei non si capisce bene cosa combinino. Gli americani fanno molta fatica a capirci, è impossibile spiegare loro che anche dopo il Trattato di Lisbona continueremo ad avere tre voci, come prima. Dal loro punto di vista dipende da noi europei, se sapremo diventare un soggetto politico unitario ci saremo anche noi sulla scena politica globale, altrimenti ci saranno gli americani e i cinesi.
E l’Italia? – L’Italia invece non è proprio vista. Gli americani leggono i giornali, leggono le performance sessuali e giudiziarie di Berlusconi (perlomeno a Washington, dove si colloca la metà dei funzionari e dei politici americani, dove ci sono i maggiori think tank..), si sono infastiditi per la battuta su Michelle abbronzata che noi abbiamo derubricato a gossip e loro invece hanno preso molto sul serio, e questo ha certamente contribuito ad alimentare un’immagine negativa del nostro paese. Ma il punto principale è che è l’Italia di per sé a non essere vista e a non contare, così come contano poco d’altra parte gli altri stati europei. Sembrerà paradossale, ma un peso maggiore ce l’ha il Vaticano. A Washington ho incontrato il  Nunzio Apostolico, Mons. Pietro Sambi, ed è evidente che nella capitale dell’impero lui sia di gran lunga più influente non solo dell’ambasciatore italiano, ma anche di tanti ambasciatori europei.
Cosa ti ha maggiormente colpito della politica americana?
La politica negli Stati Uniti è sempre meno disposta lungo l’asse orizzontale destra-centro-sinistra, ed è invece sempre più organizzata attorno a delle issues, dei punti tematici. Il modo di organizzare la militanza e il coinvolgimento sarà infatti sempre più attorno a dei temi e si svilupperà sempre di più attraverso la rete, che non vuol dire solo il computer ma anche i telefonini. Mi è stato fatto notare che tra qualche anno il 98% della popolazione mondiale avrà un telefonino, e questo da un punto di vista delle nuove forme della propaganda politica è un dato di cui tenere conto. Ecco, pensando alla differenza tra la politica americana e la politica italiana una capacità che a noi manca è quella di legare le tematiche. Prima ho parlato di immigrazione e di nuove tecnologie, due temi su cui i democratici stanno lavorando chiedendosi come possono avvicinare sempre di più gli immigrati e gli americani di nuova generazione delle classi più svantaggiate attraverso l’utilizzo delle nuove tecnologie, perché tutti hanno il telefonino. Questo è un aspetto che nel momento in cui si fanno delle strategie di comunicazione è tenuto in gran conto, anche se i democratici sanno benissimo che una volta che questi immigrati saranno integrati e diventeranno middle class non c’è nessuna garanzia che continueranno a votare per loro. L’altro aspetto che più mi ha colpito è il modo di intendere il rapporto tra tecnica e politica. Ci vogliono sempre più competenze per fare politica, e se non ce le hai devi saper scegliere chi ti consiglia. Noi in Italia parliamo tanto dei costi della politica. In verità i soldi che sono spesi in Italia per far funzionare la macchina parlamentare non sono eccessivi, ma sono spesi male. I senatori e i deputati americani hanno degli staff di otto-nove persone, e questo secondo me aiuta a fare politica meglio, perché c’è sempre più bisogno di know-how e di competenze. La politica non si improvvisa più, il che non vuol dire essere professionisti della politica lungo tutto l’arco della vita, ma che quando fai politica c’è bisogno sempre di grande professionalità. Questo aspetto è quello che più colpisce quando incontri dei congressmen americani.

sandro goziSandro Gozi (PD), è un amico de Lo Spazio della Politica. Recentemente è stato in visita a Washington per tenere una lezione sull’immigrazione in Europa alla Brookings Institution – uno dei think tank più prestigiosi ed influenti della politica statunitense – e per incontrare vari rappresentanti delle istituzioni americane. Lo abbiamo intervistato in esclusiva per il nostro speciale “Un anno di Obama“, chiedendogli di raccontarci la sua visita, di tracciarci un quadro delle riforme interne presenti nell’agenda di Obama e dei democratici, e di riflettere sull’Europa e sull’Italia viste da Washington. Anche in questo caso abbiamo raccolto la conversazione in punti tematici. Buona lettura. Leggi il resto »

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11 nov

obamaCome annunciato nei giorni scorsi, presentiamo sul nostro webmagazine lo speciale “Un anno di Obama“. Partiamo con un’originale interpretazione dell’Obamamania in salsa italiana fatta dalla nostra Federica Colonna. Proseguiamo con una lunga e stimolante conversazione sulla riforma sanitaria e gli altri temi di politica interna americana con Sandro Gozi, che nelle scorse settimane è stato a Washington per impegni istituzionali e che ci ha raccontato in esclusiva i temi dei suoi vari incontri al Congresso e alla Brookings Institution. Chiudiamo infine con un dialogo tra Alessandro Aresu e Mattia Diletti sul bilancio dell’azione di Obama ad un anno dalla sua storica elezione. Tutte le riflessioni verranno poi raccolte all’interno di un working paper che troverete nella sezione dedicata del nostro sito. Stay tuned!

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22 ott
di Anna Longhini      sezione: Italian politics

think tankSiamo in procinto di vivere una nuova fase politica nel nostro paese? Così sembrerebbe almeno a giudicare dalla presenza di nuovi attori sociali che hanno un nome inglese dal significato per lo più sconosciuto al grande pubblico fino a pochissimi anni fa. Sono i think tank il nuovo fenomeno politico ed indubbio “elemento di vitalità nella vita politica di un paese segnato dalla divisone tra la teoria della guerra civile e la ricerca permanente di una mediazione” come affermato dal Professor Marc Lazar in un’intervista rilasciata a LeMonde l’11 luglio scorso. Leggi il resto »

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26 giu

Il funzionamento dei think tank ci può insegnare molto: sono dei laboratori di idee, normalmente operanti al di fuori dei sistemi accademici tradizionali, che hanno l’obiettivo di influire sulla policy e sulla percezione generale dell’agenda politica. I think tank di maggiori dimensioni si trovano negli Stati Uniti: questo avviene sia per ragioni storiche che per la peculiarità del sistema governativo di questo paese. Nel testo di Murray Weidenbaum – The Competition of ideas: the world of the Washington think tanks – possiamo trovare un’interessante analisi dell’ecosistema dei think tank presenti a Washington, con particolare riferimento ai “DC-5”, le cinque organizzazioni di maggiore dimensione: la Brookings Institution, l’American Enterprise Institute, il Center for Strategic and International Studies, l’Heritage Fundation e il Cato Institute. Leggi il resto »

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