LA “NUOVA VECCHIA” POLITICA ESTERA TEDESCA
Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel. Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.
*Giovanni Boggero studia attualmente alla Georg-August Universität di Göttingen (Germania). E’ giornalista freelance. Ha scritto per i quotidiani Il Riformista, Il Foglio, L’Occidentale e per la rivista Aspenia. Collabora con l’Istituto Bruno Leoni.Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Al di là dei personalismi e dei commenti maliziosi sulle sue competenze linguistiche, il nocciolo duro del “nuovo corso” lo si può rintracciare nelle parole dello stesso Westerwelle, invitato qualche mese fa a parlare di fronte alla DGAP (Deutsche Gesellschaft für auswärtige Politik) e può essere riassunto con una parola sola: continuità. “Continuità, come prosecuzione di una storia di successo”. Sulle orme degli ultimi Ministri degli Esteri liberali, Hans-Dietrich Genscher e Klaus Kinkel, Westerwelle manterrà la barra del timone dell’Auswäertiges Amt ben dritta: “La politica estera tedesca trova la sua ragion d’essere nell’obbligo di cooperare”, ha soggiunto. La Repubblica federale continuerà insomma a bilanciare i rapporti con Russia e Stati Uniti, nel solco della sua tradizione di trading State, senza modificare di una virgola il proprio approccio a questioni come l’approvvigionamento energetico o la guerra al terrorismo. Non vi sarà, ad esempio, alcuno sganciamento delle missioni militari dal voto del Parlamento, come molti esponenti conservatori avevano ventilato. La consapevolezza di trovarsi in un mondo multipolare, porterà Berlino a muoversi con la canonica prudenza in ambito internazionale. E questo anche se qualcuno sarebbe portato a credere che l’abbandono delle larghe intese imponga ora scelte più nette all’esecutivo giallo-nero. In realtà, non vi sarà nessuno smottamento nei rapporti con Mosca così come non avrà luogo alcun “Drang nach Westen”, ovvero nessun avvicinamento forzato a Washington, verso la quale lo stesso Westerwelle ha indirizzato critiche pungenti per il suo recente passato unilaterale e neo-con. Di qui le lodi ad Obama, al suo realismo e all’idea di un mondo senza armi atomiche, armi la cui dismissione sul suolo tedesco rientra tra i principali punti del programma dell’FDP. Stesse tonalità sulla NATO, la cui espansione dei compiti avvenuta negli ultimi anni sotto l’egida degli USA andrà attentamente ripensata. Sulla riforma del consiglio di sicurezza dell’ONU, il Koalitionsvertrag è accomodante, lasciando aperti molti spiragli. L’idea di un seggio europeo al Consiglio di Sicurezza, commentato qui su Aspenia, è effettivamente presente nel patto di coalizione, il quale però aggiunge anche che la Germania in quanto tale non rinuncia affatto ad un seggio permanente. Si sarebbe trattato d’altronde di una sconfessione eccessivamente gravosa per gli sforzi tedeschi degli anni passati. Per quanto riguarda l’Afghanistan, in Germania il governo scalpita. La CSU, costola bavarese della CDU, ha ricordato ancora negli ultimi giorni come l’uscita dal pantano di Kabul debba essere una delle priorità del nuovo governo. La politica estera sarà infatti d’ora in poi patrimonio comune (e terreno di scontro) di tre partiti: CDU, FDP e CSU, quest’ultima rappresentata dal Ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, fattosi notare nelle prime settimane per aver definito di “guerra” l’intervento militare tedesco. Sulla missione in Libano, si profila probabilmente un’uscita di scena. I liberali votarono a suo tempo contro la missione UNIFIL e sono riusciti nell’arduo compito di inserire nel Koalitionsvertrag la clausola, che impone al governo di liquidare al più presto la marina. L’ultima parola spetta comunque alla Cancelliera. Infine, l’Unione Europea. La sentenza della Corte Costituzionale di Karlsruhe sul Trattato di Lisbona si inserisce in un quadro giurisprudenziale che è sostanzialmente quello della medesima sentenza di una decina d’anni fa sul Trattato di Maastricht: no a un’integrazione totale e all’abbandono della sovranità, sì alla sussidiarietà e a soluzioni condivise anche dai due rami del Parlamento. Parola d’ordine, che visti i rapporti non sempre idilliaci tra Bruxelles e Berlino sta tutto sommato bene anche alla signora Merkel. Ciò detto, la Francia spinge ora per un rapporto più stretto con la Germania, per premere sull’acceleratore del processo di integrazione. Forte del terreno comune sulla riforma dei mercati finanziari e sul no all’ingresso della Turchia nell’UE, il presidente Sarkozy, dimenticati gli attriti di qualche tempo fa con la Cancelliera, ha di recente proposto l’istituzione di un Ministero franco-tedesco tanto a Parigi, quanto a Berlino. Simbolo di questa rinnovata convergenza, il ricordo dell’armistizio che concluse la Prima guerra mondiale celebrato da Sarkozy e per la prima volta anche dal Cancelliere tedesco sotto l’Arco di Trionfo a Parigi. La signora Merkel rimane comunque fredda su questo genere di iniziative solitarie (Unione del Mediterraneo, docet) e più in generale, come ricordava di recente l’Economist, pare avere altri interessi, quali il rafforzamento delle relazioni con la Polonia (nella quale Westerwelle si è recato nella sua prima visita ufficiale) e con i paesi dell’Europa centrale.
Il recente cambio di governo in Germania ha moltiplicato gli interrogativi della stampa internazionale su quale sarà la direzione che la politica estera tedesca prenderà nei prossimi quattro anni. In particolare, si è molto discusso sulla figura del nuovo Ministro degli Esteri, il liberale Guido Westerwelle (FDP), politico tendenzialmente senza esperienza nel campo della diplomazia, che ha sempre fatto del taglio alle tasse il proprio cavallo di battaglia. Leggi il resto »









